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Eutanasia, Elena morta in Svizzera grazie a Cappato. «Ne aiuterò altri». Ma ora rischia 12 anni di carcere

Marco Cappato Elena Svizzera
Il tesoriere dell'associazione Luca Coscioni si è presentato dai carabinieri a Milano per autodenunciarsi. E aggiunge: «C’è una discriminazione insopportabile tra malati che sono attaccati alla macchine e quelli che non lo sono»
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Marco Cappato è entrato nella caserma dei carabinieri di via Fosse Ardeatine a Milano per autodenunciarsi per il reato di aiuto al suicidio dopo avere aiutato Elena, una donna malata di cancro in stadio terminale, a morire in Svizzera. Prima di entrare nella caserma dei carabinieri per autodenunciarsi, Marco Cappato ha spiegato il senso della nuova battaglia: far riconoscere il diritto all’aiuto al suicidio anche per i malati che non sono tenuti in vita da «trattamenti di sostegno vitale».

«Ai carabinieri dirò che senza il mio aiuto Elena non sarebbe potuta giungere in Svizzera e aggiungerò che aiuteremo anche le altre persone nelle sue stesse condizioni che ce lo chiederanno – queste le parole del tesoriere dell’associazione Luca Coscioni -. C’è una discriminazione insopportabile tra malati che sono attaccati alla macchine e quelli che non lo sono».

Il caso di Elena non rientra tra quelli contemplati dalla Corte Costituzionale in tema di suicidio medicalmente assistito. La donna non era tenuta «in vita da trattamenti di sostegno vitale», uno dei quattro requisiti previsti dalla Consulta nel 2019 pronunciandosi sul caso Cappato – Dj Fabo.

Rischio carcere per Marco Cappato

Marco Cappato è consapevole che l’aver aiutato a morire in Svizzera Elena possa costargli 12 anni di carcere ma spera in un iter simile a quello che lo ha portato all’assoluzione per il caso di Dj Fabo, la “spinta” per il successivo intervento della Consulta che ha riconosciuto, a certe condizioni, il diritto all’aiuto al suicidio. «Con Fabo è stata aperta una strada che riguarda migliaia di persone. Il nostro obbiettivo non è lo scontro o il vittimismo o il martirio. Siamo qui con la speranza che le aule di Tribunale possano riconoscere un diritto fondamentale, sapendo che c’è anche la possibilità del carcere».

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