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Riforma del processo civile, ok del Cdm ai decreti legislativi

Ok del governo senza "opposizione dei partiti". Più dissestato il percorso per la riforma del penale: sulla strada della ministra Cartabia i niet di M5S e Lega, in particolare sulle pene alternative per condanne sotto i 4 anni
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Via libera ieri pomeriggio del Consiglio dei ministri, su proposta della ministra Cartabia, a due decreti legislativi di attuazione della legge delega di riforma del processo civile e dell’Ufficio per il processo. L’approvazione è avvenuta velocemente e senza discussioni tra i partiti.

«Gli interventi – che rientrano negli impegni per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza ( PNRR) – puntano a fornire risposte più celeri alle esigenze quotidiane dei cittadini nel rispetto delle garanzie», ha sottolineato una nota di Palazzo Chigi. I 52 articoli del ddl civile modificano in modo significativo non soltanto i due codici e le relative disposizioni di attuazione, ma anche molte delle leggi speciali che si occupano di tutte le principali aree della giustizia civile. Il decreto dà compiuta attuazione della delega, nel triplice obiettivo di semplificazione, speditezza e razionalizzazione del processo civile. Lo scopo finale è quello di ridurre del 40% i tempi dei processi civili e di razionalizzare i diversi modelli processuali esistenti.

Tra le novità ci sono: la valorizzazione delle forme di giustizia complementare; si potenzia la mediazione anche con incentivi fiscali; la negoziazione assistita tramite avvocati viene estesa tra l’altro anche alle controversie di lavoro e si potenzia l’arbitrato. Per una semplificazione del procedimento civile, la causa deve giungere alla prima udienza già definita nelle domande, eccezioni e prove; si procede con una semplificazione della fase decisoria e tra l’altro con una stabilizzazione delle innovazioni telematiche introdotte durante l’emergenza Covid- 19. Fonti di via Arenula ci dicono che i testi verranno inviati alle commissioni di competenza delle due Camere per l’elaborazione dei pareri non vincolanti «il prima possibile». I parlamentari avranno sessanta giorni per esprimersi. Dunque il tutto dovrebbe concludersi con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale dopo le elezioni politiche del 25 settembre ma prima dell’insediamento del nuovo Governo.

Abbiamo raccolto il commento della sottosegretaria alla Giustizia Anna Macina, di Insieme per il Futuro, che ha seguito dall’inizio il dossier sulla riforma del processo civile: «Mi aspetto che il Parlamento licenzi quanto prima il parere chiamato a rendere sui decreti attuativi della riforma. In ballo ci sono i miliardi del Pnrr – spero che nessuno lo dimentichi – e l’abbattimento del 40% dei tempi dei processi. Vanno messe a terra norme che garantiscono una giustizia civile più efficace, più celere. Che incidono sulla vita di famiglie che devono affrontare una separazione o un affido e imprese che devono recuperare un credito o dissequestrare un capannone. Non centrare l’obiettivo e vanificare il lavoro fatto sarebbe imperdonabile». La ministra Cartabia invece il prossimo martedì troverà un terreno più ostile quando metterà sul tavolo del Cdm i decreti attuativi della riforma del processo penale. Come vi abbiamo raccontato nei giorni scorsi, Lega e Movimento 5 Stelle hanno anticipato che porranno dei veti su alcuni punti, a partire dalle pene alternative per condanne sotto i quattro anni irrogate direttamente dal giudice di cognizione. Se non si riuscisse a trovare un accordo cosa accadrebbe?

Teniamo presente che ormai il banco è saltato con la crisi di due settimane fa, non esiste più un patto di maggioranza a sostegno del Governo. Quindi il premier Draghi e la Guardasigilli potrebbero anche rinunciare ad ottenere l’unanimità in Cdm, come invece avvenuto in passato sui provvedimenti dedicati alla giustizia, ma puntare alla (semplice) maggioranza. Maggioranza che ci sarebbe mettendo insieme i ministri del Partito democratico, quello di Leu, gli indipendenti vicini al premier ma anche gli ex forzisti come Renato Brunetta, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, che darebbero il loro via libera, considerato che si tratta pure di un provvedimento legato ai fondi del Pnrr. Dunque, non essendo necessario alcun scrupolo nel preservare la tenuta politica di una maggioranza ormai sfaldata, l’exit strategy per un governo dimissionario che, tuttavia, per la tenuta del Paese non può permettersi di perdere i fondi europei potrebbe essere proprio quella di ignorare le istanze bellicose dei 5Stelle e del Carroccio. L’alternativa sarebbe quella di sminare le parti conflittuali dei decreti attuativi e renderle accettabili agli “oppositori”. Però percorrere questa strada significherebbe depotenziare una riforma già depotenziata sotto alcuni punti di vista dopo gli iniziali lavori della Commissione Lattanzi.

 

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