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Così il Rosatellum minaccia la “Cosa rossa” di Conte

Rosatellum Giuseppe Conte
Il presidente del Movimento Cinque Stelle è preoccupato dallo sbarramento al 10 per cento per le coalizioni
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La nascita della “Cosa rossa” in salsa grillina è nelle mani di Carlo Calenda. Sembra un paradosso ma non lo è. Perché per trasformare il Movimento 5 Stelle nel partito guida della sinistra radicale italiana e Giuseppe Conte nel Luc Mélenchon all’amatriciana serve una mano del leader di Azione. Anzi, un suo veto. Se l’ex ministro dello Sviluppo economico manterrà la barra dritta e chiuderà le porte a ogni alleanza con i partiti non allineati al draghismo il gioco sarà fatto: Sinistra italiana, che a differenza del M5S ha negato la fiducia all’ex Bce fin dal primo momento, sarà costretta a stracciare l’accordo elettorale col Pd e accasarsi nel “campo progressista” di Conte. Nicola Fratoianni, che proprio ieri insieme Angelo Bonelli ha presentato la lista “cocomero” che unisce i rossi di Si ai Verdi europei in vista del voto, dovrebbe rivedere dunque i suoi piani. E fare, di conseguenza, un favore all’ex avvocato del popolo.

La lista rosso- verde, infatti, è quotata dai sondaggi sopra il 4 per cento, un consenso sufficiente a convincere Conte a rompere ogni indugio e aprire le braccia anche a Unione popolare, il cartello che tiene insieme de Magistris, Rifondazione comunista e Potere al popolo. Le resistenze del leader 5S all’alleanza con l’ex sindaco di Napoli non derivano infatti da pregiudiziali di natura politica, ma da problemi tecnici contenuti nel Rosatellum, che rischiano di mandare all’aria l’intero progetto pentastellato.

Per la legge elettorale, infatti, per entrare in Parlamento le coalizioni devono ottenere almeno il 10 per cento dei voti. Un’asticella troppo alta per pensare a cuor leggero di lanciarsi nell’impresa senza pensarci prima mille volte. Non c’è sondaggio, al momento, che rilevi un Movimento a doppia cifra. Anche se di poco, i grillini non arrivano al 10 per cento e i voti reali potrebbero essere anche meno lusinghieri delle aspettative. Il contributo dell’Unione popolare, sotto il 2 per cento nella migliore delle ipotesi attuali, non sarebbe sufficiente a rassicurare Conte, pronto a buttarsi nella mischia ma non così incosciente da lanciarsi nell’ignoto. Senza Fratoianni e Bonelli il M5S sarà costretto a optare per la corsa solitaria (sbarramento previsto: 3 per cento) invece di rischiare di sparire.

In questo caso, al posto della “Cosa rossa”, Conte dovrà limitarsi ristrutturare il suo Movimento, magari reimbarcando Alessandro Di Battista, il leader barricadero più amato dalla base pentastellata, per provare a recuperare qualche elettore deluso. Ma rubare voti al Pd diventerebbe impresa ardua. I dem, già in pista con l’appello al voto utile “anti fascista”, avrebbero gioco facile a contrastare la concorrenza di un partito tornato a galleggiare nell’ambiguità del “né di destra) né ( di sinistra)”.

La stessa leadership di Conte ne uscirebbe ulteriormente indebolita, sfibrata dalla retorica peronista di Dibba e dai diktat ortodossi di Beppe Grillo. Che ancora in queste ore nega al presidente 5S la possibilità di concepire deroghe (anche mini) al vincolo del secondo mandato. L’avvocato, riferiscono dal quartier generale pentastellato, ha ridotto a tre l’elenco dei parlamentari da salvare per un terzo giro – Roberto Fico, Paola Taverna e Alfonso Bonafede – ma il garante non sembra intenzionato a concedere nulla. Per invertire la rotta serve l’alleanza col “cocomero” di Fratoianni e Bonelli. Ma, vista la situazione, tutto è nelle mani di Carlo Calenda.

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