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Suicidi in carcere: piani di prevenzione impeccabili, ma solo sulla carta

suicidio carcere torino
Soltanto due giorni fa un altro detenuto si è tolto la vita nella casa circondariale di Torino
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Il numero dei suicidi dall’inizio dell’anno è in constante aumento, l’ultimo è avvenuto al carcere di Torino nella notte di domenica 24 luglio 2022. Un pakistano detenuto con l’accusa di violenza sessuale, è stato trovato morto impiccato nella sua cella dagli agenti della polizia penitenziaria, che hanno provato in ogni modo a soccorrerlo senza tuttavia riuscire a salvarlo. Siamo così giunto a 39 suicidi. Un numero che è destinato a salire, soprattutto nel prossimo mese di agosto quando la detenzione diventa ancora più rovente e la solitudine si accentua. Da sottolineare che nei penitenziari italiani vengono anche sventati centinaia di tentativi di suicidio grazie agli agenti penitenziari. Ma questo non fa che evidenziare ancor di più il problema di un piano di prevenzione dei suicidi che sulla carta è impeccabile, ma in mancanza di riforme strutturali, tutto diventa inutile.

IL PIANO DI PREVENZIONE DELLA REGIONE LOMBARDIA

A questo proposito, l’ 11 luglio scorso, la regione Lombardia ha deliberato un aggiornamento del piano di prevenzione del rischio suicidario negli istituti penitenziari per adulti. In sostanza, prevede nell’ambito di ogni Piano locale un modello di lavoro interdisciplinare tra le diverse aree di intervento, penitenziario e sanitario, chiarendo al contempo, le specifiche competenze e gli snodi interprofessionali, per intercettare e trattare in modo coordinato, celere, adeguato e continuo, i momenti di criticità dei detenuti. Ciò fatto, la delibera specifica che occorre individuare gli ambiti e i segnali che si ritengono più importanti per valutare e monitorare il disagio sintomatico di un rischio suicidario, ripartendolo tra le varie competenze in campo e prevedendo gli strumenti e le modalità di confronto e di decisione integrata.

Ferme restando le specifiche responsabilità del personale dell’Amministrazione penitenziaria e del personale dipendente dall’Asst di riferimento, l’obiettivo del Piano locale è quello di affinare costantemente lo scambio delle informazioni acquisite, al fine di migliorare la conoscenza della persona, e di consentire la costruzione degli interventi più adeguati al caso specifico, predisponendo procedure condivise.

I Direttori delle strutture penitenziarie e sanitarie avranno cura di nominare per le rispettive competenze uno staff multidisciplinare, composto da rappresentanti del personale penitenziario (polizia penitenziaria, Funzionario giuridico pedagogico, psicologi, volontari, ecc..) e sanitario ( medici della struttura penitenziaria, personale infermieristico, personale ASST del Dipartimento di Salute mentale e dipendenze ecc.) qualificati e dotati di adeguati livelli di competenza e responsabilità. Lo staff multidisciplinare dovrà prendere in esame il caso nel più breve tempo possibile in modo da predisporre un programma individualizzato di presa in carico congiunta nel quale saranno indicati ulteriori interventi integrati degli operatori ( sanitari, di sostegno e di sorveglianza), secondo le necessità determinate dalle problematiche rilevate.

PREVISTO UNO STAFF MULTIDISCIPLINARE

Sempre secondo la delibera, tale programma dovrà prevedere altresì la progressiva evoluzione delle misure terapeutiche e di sostegno, in ragione dell’andamento dei parametri presi in esame, sia in senso positivo che negativo. Gli interventi attuati da parte dello staff multidisciplinare andranno annotati in apposito registro documentale di verbalizzazione delle sedute, così da consentire il tracciamento delle decisioni adottate e garantire che la procedura di attenzione sul caso abbia un preciso inizio e una motivata conclusione. Lo staff multidisciplinare potrà essere unico o di reparto e dovrà essere costituito, ove non ancora presente, presso tutte le sedi penitenziarie.

Interessante che la deliberi punti molto all’accoglienza di una persona che varca per la prima volta il carcere. Parliamo della fase più problematica, perché è il momento più alto della vulnerabilità. La delibera indica che il soggetto deve essere ubicato temporaneamente, e per il tempo strettamente necessario alle prime incombenze matricolari e di allocazione, presso le stanze di accoglienza. Tali locali dovranno essere adeguati alla specifica destinazione d’uso, allestiti e mantenuti con cura: pareti sane e tinteggiate, arredamenti dignitosi, sufficiente luce naturale, presenza di un bagno e agevole accesso alla doccia. Dovranno corrispondere alle esigenze di un clima circostante quanto più possibilmente positivo, tanto nel caso siano collocate nei piani detentivi, quanto nei pressi dell’infermeria o altrove.

FONDAMENTALE INDAGARE SULLA PRESENZA DI DISAGIO PSICHICO

Altro aspetto affrontato dalla delibera della regione Lombardia è la percentuale di detenuti con e senza disturbo mentale ma a rischio di suicidio e autolesivo: si stima infatti che circa il 6- 12% necessiterebbe di ospedalizzazione o di cure urgenti, il 30- 50% dovrebbe essere sottoposto ad assistenza da parte dei Servizi di Salute mentale, mentre il restante 40- 60% trarrebbe beneficio da interventi di prevenzione basati sulla promozione della salute. Risulta fondamentale, pertanto, indagare – fin dall’inizio del periodo di carcerazione – la presenza di disagio psichico, di problematiche psicopatologiche e di veri e propri disturbi mentali al fine di intervenire in tempi relativamente rapidi, favorendo poi l’adesione del paziente a programmi di cura, sia intra che extra- carcerari.

Il piano di prevenzione dei suicidi è impeccabile. Ma inevitabilmente, ed è un problema di tutto il Paese, dovrà fare i conti con diverse carenze. Prima fra tutte quella di personale penitenziario e sanitario aggravata ancora di più dal sovraffollamento. Per personale sanitario non si intende solo i medici o infermieri, ma anche gli operatori socio sanitari, gli psicologi e psichiatri. La carenza è evidente e ciò rende di difficile attuazione la creazione, da parte dei direttori degli Istituti e i dirigenti sanitari, degli staff multidisciplinari indispensabili per entrare in relazione con un detenuto a rischio. Non parliamo delle celle che dovrebbero accogliere temporaneamente il detenuto che varca la prima volta il carcere. Difficile trovare locali adeguati.

NECESSITÀ DI SOSTEGNO PSICOLOGICO PER LA RE-IMMISSIONE IN LIBERTÀ

Sempre nella delibera della regione Lombardia si coglie un altro aspetto spesso sottovalutato e che Il Dubbio lo ha evidenziato spesso. Non c’è quindi solo il problema dei nuovi giunti in carcere, ma c’è anche quello relativo alla scarcerazione. Se l’ingresso in carcere dalla libertà è un evento traumatico, non lo è meno la re-immissione, specialmente dopo lunghi periodi di carcerazione.

La situazione psicologica del condannato a un lungo periodo di pena – quando viene rimesso in libertà – può creare criticità che derivano dalla perdita di abitudini ai ritmi della vita penitenziaria che, proprio per la sua invasività, “protegge”, almeno entro certi limiti, dagli eventi esterni: il timore di essere rimesso in libertà, a questo punto, potrebbe far riemergere nel soggetto senso di insicurezza, di precarietà o di preoccupazione per l’ignoto e per il futuro.

La delibera osserva che nei confronti dei ristretti che nel corso della detenzione siano stati valutati a rischio suicidario medio-elevato e presentino un fine pena nei successivi 3-6 mesi andrà pertanto sviluppato un programma intensificato di valutazione e di sostegno psicologico propedeutico alla re-immissione in libertà che coinvolga i servizi territoriali e dell’U. E. P. E. di riferimento e, in particolar modo, il contesto familiare dove la persona farà ritorno all’atto della dimissione.

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