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I verbali post Via D’Amelio al Csm ora sono pubblici, ma erano disponibili da anni

depistaggi
Fin dagli anni 90 i verbali non erano secretati, ma disponibili nel faldone della procura nissena. Lo stesso Palamara testimonia che il Csm non li ha mai resi pubblici per evitare problemi. L’avvocato Trizzino denuncia: “Sarebbero dovuti entrare nei primi processi Borsellino!”.
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Si parla di desecretazione dei verbali del Consiglio superiore della magistratura contenenti le audizioni dei magistrati della Procura di Palermo disposte all’indomani della strage di via D’Amelio e tenute nei giorni 28, 29, 30 e 31 luglio 1992. Ma non è corretto. Infatti sul sito istituzionale, il Csm parla di pubblicazione che è ben diverso. Non a caso, i verbali si trovano anche nella Procura di Caltanissetta fin dalla fine degli anni 90 nel faldone dell’allora Gip Gilda Loforti per quanto riguarda l’indagine, in seguito archiviata dalla Gip stessa, nei confronti di alcuni magistrati della procura di Palermo, tra i quali l’allora procuratore capo Pietro Giammanco, in merito alla fuga di notizie (accertata, ma senza colpevoli) del dossier mafia-appalti e corruzione annessa: posizione archiviata perché non sono stati acquisiti elementi certi e univoci sulla presunta indebita percezione di denaro. Nello stesso procedimento è stata archiviata anche la posizione dell’allora Ros Giuseppe De Donno e dell’ex pentito Angelo Siino accusati di calunnia.

Si tratta di atti già conosciuti dalla procura di Caltanissetta

D’altronde, lo stesso avvocato Fabio Trizzino, legale dei figli di Borsellino, precisa che «in realtà si tratta di atti forse inizialmente secretati, ma successivamente resi ostensibili, tanto ciò è vero che sono stati rinvenuti nei fascicoli del procedimento della dottoressa Gilda Loforti degli anni 90. Procedimento a carico di Pietro Giammanco e altri magistrati in relazione alla ipotesi di corruzione per la rivelazione all’esterno del dossier mafia-appalti, che ovviamente avrebbe dovuto rimanere segretissimo. Atti dunque già conosciuti dalla procura di Caltanissetta competente ex ar.11 c.p.p. per reati eventualmente commessi da magistrati del distretto di Palermo». E amaramente aggiunge: «A mio giudizio dovevano entrare nei fascicoli del pubblico ministero dei primi processi su Borsellino, per consentire a tutte le parti di prenderne conoscenza. E in particolare alla famiglia Borsellino costituita parte civile in quei processi. Questo non è avvenuto. Ed è quello che conta!».

Luca Palamara in Antimafia rivelò che che il Csm non li ha mai resi pubblici per evitare problemi

Ma a chiarire meglio la questione della mancata pubblicazione dei verbali è stesso Luca Palamara quando è stato audito lo scorso anno alla commissione Antimafia presieduta da Nicola Morra. La pubblicazione dei verbali, ha ricordato Palamara, si era fermata fino a una certa data, evitando di pubblicare quelli tenutasi dopo l’eccidio di Via D’Amelio, «per evitare che potessero in qualche modo essere messi in discussione gli equilibri politico istituzionali che in quel momento governavano il mondo interno della magistratura». Questi sono i fatti.

Borsellino partecipò alla riunione del 14 luglio 1992 in procura a Palermo

Così come è un fatto che dalle testimonianze dei magistrati di Palermo al Csm, emerge che Borsellino partecipò alla riunione del 14 luglio 1992, quindi a cinque giorni dell’attentato, e fece importanti rilievi sull’indagine relativa al dossier mafia-appalti. Non solo. Come si evince dai verbali, in particolar modo dall’audizione del magistrato Nico Gozzo, il giudice Borsellino chiese di rinviare la riunione per poter affrontare meglio la questione del procedimento. Ma non fece in tempo. La riunione del 14 luglio – tranne l’agenzia stampa Adnkronos – non viene riportata da nessun’altra agenzia giornalistica. Di conseguenza anche i maggiori giornali così come alcuni magistrati, perennemente presente in tv o sulla stampa, non hanno fatto riferimento all’unica cosa che conta: ovvero su cosa stava puntando Borsellino e che problematiche lui stesso ha riscontrato a cinque giorni del suo omicidio. Ma non importa, il discorso è stato dirottato sulla presunta mancata carriera di chi – dopo la morte di Borsellino e quindi dopo le forti proteste pubbliche da parte dei cittadini palermitani – ha votato una risoluzione per chiedere la sostituzione dell’allora capo Pietro Giammanco. Ma forse bisogna concentrarsi su quello che accadde quando Borsellino era ancora in vita.

Nella riunione del 14 luglio Borsellino chiese delucidazioni del dossier “mafia-appalti”

Ritorniamo alla riunione del 14 luglio 1992. Non fu una riunione ordinaria. A dirlo innanzi al Csm è stata il magistrato Vincenza Sabatino. «Mai era stata convocata un’assemblea di questo genere per i saluti in occasione delle ferie estive», ha sottolineato. Spiega che Giammanco scrisse «vi prego di intervenire all’assemblea d’ufficio che avrà luogo martedì 14 alle ore 17 nel corso del quale verranno altresì trattate problematiche di interesse generale attinenti alle seguenti rilevanti indagini che hanno avuto anche larga eco nell’opinione pubblica». E infatti, come si apprende leggendo il comunicato, tra i primi posti dell’ordine del giorno compare proprio “mafia-appalti”. Prosegue la dottoressa Sabatino: «È il procuratore che scrive, e lui già si rende conto alla data dell’11 luglio, quando la convoca, che c’è da tempo una situazione di questo tipo, non è soltanto il lancio delle monetine e sputi che avverrà il 19 sera, ma è una situazione che esiste da tempo».

Quindi cosa significa? Che la tensione nel palazzo giustizia di Palermo era palpabile già da tempo, tanto da convocare un’assemblea straordinaria. Borsellino vi partecipò ed è anche il magistrato Luigi Patronaggio a raccontare che il giudice chiese delucidazioni sul dossier mafia-appalti, sottolineando il presunto mancato respiro dell’indagine. Patronaggio, innanzi al Csm, ha precisato che Borsellino «disse espressamente che i carabinieri (i Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, ndr.) si aspettavano da questa informativa (il dossier mafia-appalti, ndr.) dei risultati giudiziari di maggiore respiro». Alla domanda se si riferisse alla posizione dei politici, Patronaggio ha precisato: «In realtà no, non è solo nei confronti dei politici, ma anche nei confronti degli imprenditori, perché il nodo era valutare a fondo la loro posizione e su questo punto il collega Lo Forte si dilungò spiegando il delicato meccanismo e la delicata posizione degli imprenditori».

A cinque giorni dalla sua morte Borsellino si fidava dei Ros

Bisogna fare attenzione a tre elementi che emergono durante quella riunione ancora oggi poco considerata nonostante la pubblicazione dei verbali: l’argomento è il dossier mafia-appalti, Borsellino si fa portavoce delle lamentele dei Ros, il giorno prima i pm titolari di quell’indagine avanzarono già richiesta di archiviazione proprio sulle posizioni degli imprenditori. Quindi si evince che, a cinque giorni dalla sua morte, Borsellino si fidava dei Ros e dalle domande che pone si capisce che – almeno fino a quel giorno – i suoi colleghi non avrebbero condiviso con lui l’andamento dell’indagine. Però, i titolari di quell’indagine, sentiti come testimoni al recente processo Borsellino tenutosi presso il tribunale di Caltanissetta, hanno affermato che mai Borsellino fece quei rilievi durante la riunione e che hanno, fin da subito, condiviso con lui l’indagine mafia-appalti. Anche il magistrato Nico Gozzo, sentito dal Csm, parlò dei rilievi che Borsellino fece su mafia-appalti, aggiungendo altri elementi importanti.

La sorella di Falcone: «Borsellino mi disse che era molto vicino a scoprire delle cose tremende»

Interessante anche l’audizione della sorella di Giovanni Falcone. Racconta che lei avrebbe voluto andare dalle autorità competenti per parlare delle difficoltà che il fratello aveva avuto nella procura di Palermo guidata da Pietro Giammanco. Ma Borsellino le disse di avere pazienza e di aspettare: ci avrebbe pensato lui, perché stava acquisendo delle prove, dei documenti. E ha aggiunto: «Borsellino sapeva che doveva competere come un leone, e quindi doveva portare delle prove, delle cose inconfutabili. Verso la fine mi ha anche detto, nel trigesimo della morte di Giovanni, durante la messa, che era molto vicino a scoprire delle cose tremende». Interessa a qualcuno? Tranne ai figli di Borsellino e all’avvocato Trizzino, sembra che sia più importante sottolineare la presunta mancata carriera di chi, dopo l’eccidio, firmò il documento contro Giammanco. Meglio dirottare il discorso verso il complotto internazionale, le entità, i servizi e la strategia della tensione (tra l’altro anacronistico visto che parliamo degli anni 90). Ma quello che ha fatto e detto Borsellino fino agli ultimi suoi giorni di vita, passa in sordina per l’ennesima volta.

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