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È al 41 bis, il suo cancro al pancreas peggiora, ma è ancora in carcere

41bis tumore pancreas
Oggi al tribunale di sorveglianza si dovrebbe discutere la sospensione della pena per incompatibilità carceraria. L’associazione Yairaiha è pessimista e ha inviato l’ennesima segnalazione al Dap e alla ministra della Giustizia
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«L’ha trovato molto dimagrito, disperato. Al tumore si affiancano forti dolori e difficoltà a riposare oltre che diversi episodi di febbre alta», è la testimonianza della compagna di un detenuto al 41 bis raccolta dall’associazione Yairaiha onlus. Gli era stata da tempo diagnosticato un tumore al pancreas, e il 7 luglio scorso i familiari hanno ricevuto l’esito dell’ultima tac e, purtroppo, la patologia sta progredendo.

Parliamo di E. F., classe 1969, un caso già riportato su Il Dubbio a seguito della segnalazione dell’associazione, ma nulla è cambiato. Se non peggiorato. Ricordiamo che è al 41 bis nel carcere di Parma. Da tempo gli hanno diagnosticato un tumore maligno e i medici hanno chiesto il trasferimento presso un ambiente ospedaliero per le cure. Ma è stato trasferito al cento clinico del penitenziario di Parma, conosciuto per le sue forti criticità. Il problema è che – come relazionato dal medico chirurgo sollecitato dai famigliari per un parere – E. F. è affetto da una forma di neoplasia al pancreas estremamente grave e che necessita di un trattamento presso strutture specialistiche adeguate con alti flussi in termini di pazienti che afferiscono a tali strutture.

Nei giorni scorsi la compagna ha effettuato colloquio e ha avuto modo di apprendere ulteriori informazioni in merito all’aggravamento del tumore e, più in generale, ha potuto apprendere le condizioni di detenzione in relazione alla patologia. Com’è detto, l’ha trovato molto dimagrito, disperato. Al tumore si affiancano forti dolori e difficoltà a riposare oltre che diversi episodi di febbre alta. Pare che abbia fatto richiesta per avere un cuscino nuovo, perché quello che ha è tutto sgretolato e non gli sia stato concesso. Inoltre, come segnala Yairaiha onlus, è attualmente collocato in un reparto covid nonostante sia risultato negativo al test. La stessa mattina del colloquio è stato portato a fare il port per iniziare la chemioterapia, apprendendo dall’oncologa che gli è stato aumentato il dosaggio di morfina e gli sono stati prescritti altri antidolorifici.

Il 7 luglio i familiari hanno ricevuto l’esito dell’ultima tac e, com’è detto, il tumore risulta aumentato. A breve dovrebbe iniziare ad effettuare la chemioterapia in day hospital, quindi con rientro in carcere, e dovrebbe seguire una particolare dieta che in carcere non ha ancora iniziato. «In merito al tumore al pancreas – scrive Yairaiha onlus – esiste una lunga letteratura scientifica che attesta, incontrovertibilmente, che si tratta di un tumore di per sé difficilmente curabile, ma “senza interventi tempestivi, dieta adeguata e attività fisica, si moltiplicano esponenzialmente le possibilità di metastasi e morte”».

Come già segnalato dal perito, dottor Rocco Natale, nella relazione del 14 maggio scorso, il detenuto necessita di ricovero in struttura altamente specializzata per poter sperare di essere curato adeguatamente. Il prossimo 12 luglio il tribunale di sorveglianza dovrebbe discutere la richiesta presentata dai suoi legali di sospensione della pena per incompatibilità carceraria. «Per esperienza– scrive sempre l’associazione rivolgendo l’ennesima segnalazione al Dap e alla ministra della Giustizia – temiamo molto un esito negativo e questo non farebbe altro che condannare la persona a sofferenze atroci senza possibilità di cure adeguate; ma speriamo di sbagliarci».

L’associazione Yairaiha, rivolgendosi alle autorità, spera che chi di dovere intervenga affinché E. F. venga messo nelle condizioni di essere giustamente curato presso una struttura adeguata, prima che sia troppo tardi. «L’essere sottoposto a regime di 41 bis non può, in alcun modo, costituire una pregiudiziale al diritto di cura sancito dalla nostra Costituzione, dal Codice penale, dall’Ordinamento penitenziario e dalla Carta universale dei diritti Umani», chiosa l’associazione.

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