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Odissea di un avvocato nel surreale mondo dell’accesso agli atti

Oltre nove mesi di battaglie si concludono con un “pareggio” nel caldo torrido di Ischia. Il racconto di Domenico Tomassetti, vincitore della prima edizione del Premio Letteratura per la giustizia
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Caro Direttore,

da quando Domenico Tomassetti, con la vostra complicità, si è permesso di raccontare la mia vita nel suo romanzetto, sono subissato da richieste di amici, semplici conoscenti e pure estranei, che mi contattano alla mail di studio, che vogliono sapere come procede la mia esistenza dopo la scoperta che la memoria degli ultimi 15 anni non tornerà più. Siccome La considero perlomeno corresponsabile di questo disagio (chi ve l’ha detto di inventarvi un Concorso letterario?), ho deciso che da oggi Le scriverò per raccontare i miei faticosi, quotidiani tentativi di sopravvivere al mondo della (in)giustizia.

Nel 1990, dopo quasi 130 anni dall’unità d’Italia, il Parlamento ha ritenuto di dare al nostro paese una legge sul procedimento amministrativo che, tra le varie disposizioni, prevede l’istituto del cd. “accesso agli atti”: quando un cittadino ha un “interesse giuridicamente rilevante” può chiedere all’amministrazione, che li detiene, copia degli atti che lo riguardano. Tutto bello, niente semplice. Quando proponi un’istanza di accesso comincia una tarantella infernale con l’amministrazione che, dapprima informa i “controinteressati”, poi, se questi ultimi non forniscono ragioni ostative valide, cerca disperatamente ogni motivo per non darti i documenti che hai richiesto (Non mi hai detto perché li vuoi; Le tue finalità sono ispettive, non consentite dall’ordinamento?; etc.). Alla fine generalmente cede, a meno che non abbia qualcosa da non far sapere (per usare un eufemismo).

È quello che è successo ad un mio cliente, concessionario di uno stabilimento balneare a Ischia. Diniego di accesso e ricorso al TAR Campania che, in “pochi” mesi (circa sei), sancisce il diritto dei Bagni Margherita alla “ostensione degli atti”. Trascorsi circa otto mesi dall’istanza di accesso (roba che uno si dimentica pure perché li voleva vedere questi benedetti atti), notifico la sentenza al Comune di (non faccio nomi: lo sapeva, direttore, che sull’isola di Ischia, 46 Kmq, insistono ben 6 comuni?) e attendo, stupidamente fiducioso, che qualche funzionario mi invii gli atti o perlomeno mi contatti. Passa un altro mese e una mattina mi telefona una sedicente dipendente del Comune, chiedendomi se volessi assistere l’amministrazione contro i “Bagni Margherita: si tratta di un ricorso per decreto ingiuntivo per canoni pregressi”. Le rispondo che non posso, essendo l’avvocato dello stabilimento e non volendo essere radiato dall’albo.

“Oh Gesù, ma Voi non siete l’avvocato Nunzio Rizzetto?”

“No sono l’avvocato Andrea Armati”

“È ‘o vero? Ma siete sicuro?”

“Abbastanza, signora”

“Ma allora perché ho telefonato a Lei?”

“Me lo sto chiedendo anche io”.

Riattacca. Nemmeno il tempo di fare il solito qualunquistico ragionamento (“’sta gente la paghiamo noi con la fiscalità generale”), che la tipa richiama. Mi dice che in realtà mi aveva cercato per l’accesso agli atti (“ma co’ tutte ‘sti cose che aggià a fà, mi sono sconfusa, perdonatemi”) e mi convoca ad Ischia tra ulteriori 20 giorni “perché la consegna degli atti può avvenire solo in presenza” (alla faccia della dematerializzazione). Controllo che la data fissata è un venerdì, penso che sono 30 anni che non vado ad Ischia (potrei fare un weekend con Donatella) e accetto per ragioni che poco hanno a che fare con il diritto. Così, venerdì scorso sbarco ad Ischia (35 gradi all’ombra) e mi reco in Comune. Lì scopro che questa storia della PA in sottorganico non deve riguardare l’Isola. Un minuscolo Comune ha circa 40 dipendenti, pure se (come sempre accade nelle amministrazioni), aggirandomi per i corridoi, non ne vedo uno che dia l’impressione di lavorare. Deve essere una tattica: “non fatevi vedere affannati, altrimenti il cittadino potrebbe aspettarsi una risposta che poi non sareste in grado di dare”.

Mi mandano al secondo piano dove vengo ricevuto da una signora di mezza età, dallo sguardo sospettoso (tipo, che vuole questo qui da me?), che mi porta in una stanza dove c’è una ragazza più giovane, intorno alla trentina la quale, a sua volta, mi dice che dovrà chiamare il responsabile unico del procedimento. La ragazza esce e la signora mi fa accomodare. Fa un caldo assurdo, perché “il condizionatore è rotto e l’assistenza non viene in quanto ci ha fatto vertenza, che poi è una nostra società in house e ci fa pure causa”. Apre la finestra, entra ancora più caldo.  Dopo una manciata di minuti, arriva il RUP (tre persone per un accesso agli atti), un tizio sulla sessantina che esordisce con la peggiore domanda possibile.

“Che documenti vorrebbe lei?”

Ma come che documenti voglio? Quelli dettagliatamente elencati nella sentenza del TAR. Dovrebbero essere già pronti, anzi avreste dovuti darli al mio cliente 9 mesi fa.

“Non si scaldi avvocato, tranquillo. Aspetti qua”

Esce dalla stanza con la ragazza più giovane e mi lascia ancora con la signora di mezza età che non mi toglie lo sguardo di dosso. Dopo una decina di minuti, sentendomi a disagio, provo a dirle “signora, se ha altro da fare, non si preoccupi”

“Scusate, ma mi hanno detto di tenerla d’occhio”

“Casomai mi fregassi una spillatrice”

“No, che dite? Una persona a modo come voi. Non ve la volete rubare la spillatrice, ‘o vero?”

“Lei è quella che mi ha chiamato al telefono?”

“Come avete fatto a capirlo?”, mi risponde lusingata dalla mia sublime intuizione e mi guarda come non aveva fatto prima.

Perché non ho fatto salire Donatella? Per fortuna, ad interrompere l’idillio, arrivano il RUP e la ragazza con un pacco di documenti. Adesso bisogna fare le fotocopie. Chiamano un altro collega (e sono quattro, forse quella storia della fiscalità generale non era così sbagliata). L’ultimo arrivato prima un po’ si lamenta di dover fare le fotocopie con questo caldo, poi dice che ci metterà almeno tre ore.

“Tre ore? Manco gli amanuensi del 1200”

“Vabbuò, avvocà, intanto lei vada a comprare 387 euro di marche da bollo”

“Quanto?”

“50 euro di diritti di copia e 337 di diritti di ricerca”

“Ma se li avevate qui in Comune gli atti, perché devo pagare la ricerca?”

Non mi rispondono, piuttosto mi dicono che devo sbrigarmi a trovare un “tabacchino” aperto per comprare le marche, perché è venerdì e poi chiudono. Altrimenti rischio di andare fino a Forio per trovarne uno aperto. Sono passate ben più di tre ore quando mi danno i documenti: macchina inceppata, pausa pranzo, redazione di un verbale che nemmeno il contratto di Cristiano Ronaldo. Ora sto prendendo un aperitivo con Donatella, seduto sulla terrazza dei Bagni Margherita. Sul tavolino campeggia il plico dei documenti: il sudato accesso. È quasi il tramonto. Ischia è ancora bellissima, come me la ricordavo 30 anni fa, nonostante l’abusivismo, non proprio di necessità. Donatella guarda il tramonto, poi mi guarda e sembra felice di condividere con me quel momento. Io guardo lei, il tramonto, ma soprattutto il fascicolo dei documenti con malcelato orgoglio. Non posso dire aver vinto dopo oltre 9 mesi di attesa. Ho perso con dignità: il miglior risultato per un avvocato contro la Pubblica Amministrazione.

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