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Per Rovelli l’Occidente deve scusarsi con il mondo, e pure con Putin

Il noto fisico è stanco della «propaganda di giornali e televisioni» in cui «la cattiveria di Putin è ostentata all’infinito»
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Manca solo il massacro di Wounded Knee del 1890 in cui l’esercito americano uccise a colpi di mitragliatrici 230 donne e bambini sioux e il catalogo sarebbe quasi completo. Parliamo degli “orrori dell’Occidente”, elencati dal professor Carlo Rovelli in un lungo intervento sulla sua pagina Fb, per giustificare il fatto che lui, al coro di indignazione contro l’invasione dell’Ucraina, proprio non riesce a unirsi. Che lui, a criticare Vladimir Putin e la sua campagna di aggressione di un paese sovrano, le fosse comuni e le bombe sui civili, proprio non gli viene. Non perché sia filorusso, ci mancherebbe altro, ma perché gli sembrerebbe «ipocrita». In realtà lo farebbe pure, ma prima l’Occidente deve chiedere scusa per le sue guerre e i suoi misfatti. Dalla bomba atomica di Hiroshima al bombardamento di Belgrado, dal riconoscimento di Slovenia e Croazia all’uccisione di Gheddafi e Saddam, all’embargo contro Cuba, dal napalm sui villaggi vietnamiti all’occupazione di Grenada, e poi vai con il Cile, l’Algeria, l’Egitto, i rapporti con la tirannia saudita e l’eterna Palestina. Viene una vertigine a seguire questa lista di eventi ammucchiati uno sopra l’altro senza distinzione. Buttata lì senza logica, solo per spiegarci che «la Cina non ha un solo soldato fuori dai suoi confini mentre la Russia li ha solo a pochi chilometri» mentre gli Usa hanno basi militari in tutto il mondo. Rovelli è stanco della «propaganda di giornali e televisioni» in cui «la cattiveria di Putin è ostentata all’infinito». Non per le vittime di Bucha e Mariupol, ma per gli editoriali di Gianni Riotta e Paolo Mieli, non per i sei milioni di profughi ucraini in fuga dalla guerra ma per l’apertura del Tg1 de l’altro ieri e per le bombe angloamericane su Kabul di 21 anni fa. La politica e la storia vista dal proprio salotto, senza rinunciare al privilegio dell’indignazione.

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