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I penalisti calabresi in subbuglio: «In sciopero contro la fine dello Stato di diritto»

Proclamata l'astensione per il 14 e il 15 luglio. «Il processo trasformato da luogo della cognizione a strumento mediante il quale lo Stato regola i propri conflitti sociali»
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Esiste ancora lo Stato di diritto in Calabria? Il dubbio sorge a leggere le motivazioni con le quali per i prossimi 14 e 15 luglio le Camere penali territoriali hanno proclamato due giorni di astensione dalle udienze. È la prima volta che tutte insieme organizzano unitariamente una iniziativa di questo tipo, a significare che la situazione è grave, a partire dalla «trasformazione del processo da luogo della cognizione del fatto di reato e della responsabilità individuale a strumento mediante il quale lo Stato regola i propri conflitti sociali». Non a caso la Calabria era stata scelta ad inizio anno quale luogo dell’inaugurazione dell’anno giudiziario dell’Unione delle Camere Penali.
«“Se” il contrasto alla criminalità è obiettivo condiviso e condivisibile, non più differibile – denunciano i penalisti calabresi – è una chiara e netta presa di posizione dell’Avvocatura che riguardi il “come” e con quali “effetti” concreti sulla vita dei cittadini ciò stia avvenendo». Alcuni esempi emblematici: «Lo squilibrio interno alla giurisdizione è esteriorizzato (anche) dal rapporto quantitativo – non più tollerabile – tra il numero (elevato) di requirenti e il numero (esiguo) di giudicanti nelle Sezioni giudiziarie in cui si decide la libertà personale ed economica dei cittadini». per non parlare del fatto che «il sistema della “pesca a strascico”, prodotto nei fatti dalla riesumazione dagli archivi del modello inquisitorio, ci costringe ad assistere oramai disarmati – in danno dei cittadini – all’abuso nell’applicazione e nel mantenimento delle misure cautelari, con ribaltamento ideologico e di sistema della presunzione di innocenza; un abuso costante, reso ancora più insopportabile dal circuito mediatico-giudiziario che si attiva nella fase, spesso spettacolare (con buona pace dei moniti europei), di esecuzione delle misure coercitive». Senza dimenticare poi che la Calabria detiene «il primato costante del numero degli errori giudiziari, rispetto ai quali i Distretti di Reggio Calabria e Catanzaro si posizionano, costantemente, in cima alle classifiche». Ma forse la questione più stigmatizzabile di questa «erosione dei principi fondamentali dello Stato di diritto e del garantismo penale» riguarda la vicenda «degli “appelli cautelari”, emersa solo nello scorso mese di febbraio, nella quale l’Avvocatura ha appreso, accidentalmente, della illegittima corsia preferenziale riservata (con circolare interna!) alle impugnazioni del requirente; una prassi “esclusiva” pensata e voluta dall’allora Presidente facente funzioni del Tribunale del Riesame di Catanzaro che, in violazione del principio di legalità processuale, per otto mesi ha sovvertito i criteri normativi fissati dal codice di rito, in una materia, quella cautelare, invece presidiata dal principio costituzionale del minor sacrificio possibile per la libertà personale».
Ma l’elenco non finisce qui: «nei maxi-processi (e, in alcuni circondari, anche nei giudizi monocratici) si assiste impotenti al fenomeno delle udienze fiume, senza vincoli di orario, in cui molto spesso viene modificato “a sorpresa” l’ordine prestabilito dei testi a carico da escutere, con conseguente mortificazione dell’attività del difensore, impossibilitato in tal modo ad offrire ai propri assistiti una risposta qualitativa idonea a tutelarne i diritti». Un altro campo minato è il sistema della prevenzione che «segna un trend sbilanciato sugli accenti autoritari e di polizia che caratterizzano le c.d. misure ante o praeter delictum, la cui esondazione ha travolto persino il terreno delle misure patrimoniali non ablative, con effetti devastanti sul circuito dell’economia legale; in tal modo, abbandonando la logica recuperatoria che ne ispira il “sotto-sistema”, spesso si decide la “morte aziendale” dell’imprenditoria sana». Per tutto questo, ma non solo, «i penalisti calabresi intendono lanciare con forza un grido di allarme, nella convinzione che i principi costitutivi del nostro patto sociale e con essi gli argini della legalità costituzionale debbano essere riedificati».

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