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«Da Viareggio al Bataclan, giustizia penale non vuol dire vendetta»

Intervista a Oliviero Mazza, ordinario di diritto processuale penale alla Bicocca di Milano.
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«Nel processo si continua ad attribuire un ruolo predeterminato alla vittima, che tale è ai blocchi di partenza, e all’imputato, che è il carnefice. Si nega la funzione conoscitiva del processo, che finisce per ratificare queste certezze. La conseguenza è uno scivolamento verso la vendetta privata». A dirlo al Dubbio è Oliviero Mazza, ordinario di diritto processuale penale alla Bicocca di Milano.
Professore, si può parlare di un ritorno diffuso della giustizia come risarcimento delle vittime dei reati?
Si afferma sempre di più l’idea che la persona offesa costituitasi parte civile non sia tanto latrice di una pretesa risarcitoria, quanto di una vera e propria pretesa punitiva. Si scivola sempre più verso il concetto della vendetta privata. Ma il nostro sistema di giustizia penale vede lo Stato come il monopolista della pretesa punitiva proprio per evitare che siano i privati a farsi giustizia da soli e a portare avanti in prima persona una richiesta punitiva. L’idea che sia la procura ad agire nei confronti dell’autore del reato è una garanzia di democrazia evoluta. Stiamo regredendo verso un sistema che non vorrei definire barbarico, ma che sicuramente lascia più spazio a quell’idea primitiva della giustizia penale intesa come affare privato.
Vale anche nel caso della tragedia di Viareggio?
Questo è un caso paradigmatico. Bisogna dirlo una volta per tutte: nel nostro sistema la pretesa risarcitoria della parte civile è messa al riparo dalla prescrizione già con la sentenza di prima grado. Quello che accade nei gradi successivi è ininfluente sulla validità della pretesa risarcitoria. Quando è stata dichiarata estinta la responsabilità di alcuni imputati in Cassazione, le parti civili hanno gridato allo scandalo, perché non veniva fatta giustizia. Però dal loro punto di vista giustizia era già stata fatta addirittura con la sentenza di primo grado. Il fatto che intervengano ancora adesso con la sentenza di appello bis è chiaramente il sintomo di un interesse punitivo. In più vorrei sottolineare un’altra cosa: noi continuiamo a parlare di “strage di Viareggio”, ma si tratta di una distorsione concettuale. La strage, nel nostro codice penale, è un delitto doloso, qui parliamo invece di un disastro colposo.
Questo dipende anche dai media. È frutto del cortocircuito che porta alla regressione di cui parliamo?
È molto indicativo. Anche nella narrazione mediatica vengono assimilati fatti che sono assolutamente incomparabili. Il nostro Paese ha conosciuto le stragi, ma non sono i fatti di Viareggio. Dal punto di vista dell’imputato, essere additato come l’autore di una strage è veramente fuorviante.
Un’altra vicenda che ha creato molte aspettative e ha generato polemiche è quella che riguarda la mancata estradizione degli ex brigatisti. Ma perfino Mario Calabresi, figlio di una vittima di quel periodo terribile, ha sottolineato che non ha senso mettere in cella Giorgio Pietrostefani dopo mezzo secolo.
L’idea di una pena retributiva, per cui ad un male di una certa gravità deve comunque corrispondere sempre una punizione di una certa gravità, non è quella fatta propria dalla Costituzione, che parla di pena rieducativa. E allora la pena deve fare i conti anche con il fattore tempo.
La vicenda del Bataclan ci rassegna, invece, un’altra forzatura: Salah Abdeslam è l’unico a essere stato condannato all’ergastolo perché unico sopravvissuto tra gli attentatori e perché considerato “coautore” di ogni crimine commesso dal commando, anche se non ha partecipato materialmente alla sparatoria contro i poliziotti, l’unico evento che avrebbe consentito, data la legge vigente all’epoca, di condannare all’ergastolo ostativo l’imputato.
Doveva essere una condanna esemplare. Il filo rosso che lega tutte queste storie è una torsione del sistema penale per dare una risposta che sia soddisfacente rispetto alle aspettative di vendetta privata. E questo è uno scivolamento verso qualcosa che pensavamo appartenesse solo al passato e che invece, purtroppo, sta tornando di estrema attualità.
Come si inverte la rotta?
Ci vorrebbe maggior fermezza da parte degli applicatori delle leggi, che dovrebbero comunque rispettare il quadro del sistema normativo e, soprattutto, dei valori costituzionali, che sono ben diversi rispetto a quelli della vendetta privata. E poi la politica dovrebbe riprendere una funzione di indirizzo direi quasi pedagogico, per trasmettere ai cittadini dei valori che ormai sembrano perduti.
La politica però spesso – e anche nel caso di Viareggio – legifera rispondendo alle pulsioni dell’opinione pubblica.
È quella che io chiamo legislazione emotiva. Adesso però abbiamo un banco di prova importante, perché la riforma Cartabia sta venendo a maturazione coi decreti delegati e se il governo la approverà anche sul versante della giustizia riparativa e del sistema sanzionatorio dovrebbe dare un segnale in netta controtendenza.
Ma i partiti su questi punti hanno posizioni diverse…
Abbiamo al governo un’ampia gamma di partiti che hanno, in qualche modo, fondato la loro fortuna elettorale anche su una visione populista e direi quasi primitiva della giustizia penale. Vediamo se avranno il “coraggio” politico di approvare questa riforma e ad un certo punto rivolgersi anche al loro elettorato per spiegare le ragioni di questa approvazione. Personalmente dubito che su alcuni punti le forze politiche saranno disponibili ad assumere la presa di posizione a cui sono chiamate, proprio perché il clima è questo: un cortocircuito mediatico-giudiziario che porta la politica a dare risposte ad aspettative di vendetta privata.
La presenza delle parti civili nel processo penale come si inserisce in questo scivolamento?
Nel processo penale la parte civile diventa un’accusa privata che porta ad una privatizzazione della giustizia. Sono da sempre d’accordo sull’idea di eliminare la parte civile dal processo penale, che peraltro sarebbe anche un modo per tagliare radicalmente i tempi del processo. La parte civile oggi come oggi porta due effetti deteriori: il primo è lo scadimento verso uno Stato che si fa strumento per un fine privato, il secondo è la monetizzazione della giustizia penale. Oggi come oggi avere una pena giusta significa passare inevitabilmente per un risarcimento integrale dei danni. Ed è un elemento di discriminazione, perché ovviamente l’imputato abbiente non avrà difficoltà a rispondere a questa richiesta, l’imputato meno abbiente invece ne avrà parecchia.
In questo decadimento che ruolo gioca la stampa?
Fondamentale, perché ha un effetto distorsivo. Si enfatizza l’idea che la giustizia penale debba rispondere ad un’esigenza di carattere retributivo e non a finalità diverse, di carattere costituzionale, che sono quelle rieducative o comunque di ricucitura dello strappo al tessuto sociale. Ma inteso come collettività, non come interesse del singolo. Qui invece c’è la legge del taglione, che è un principio inaccettabile. I media dovrebbero, come la politica, riappropriarsi di una funzione pedagogica, cioè spiegare esattamente anche quelli che sono gli interessi in gioco nel sistema penale.

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