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«Il ddl sui femminicidi eviterà che i figli delle vittime restino con le famiglie dei carnefici»

Alessandra Capuano
L'avvocata esperta in diritto di famiglia. «Il fenomeno della violenza sulle donne non si ferma con le censure. Basta vittimizzare ulteriormente le vittime»
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Ogni settimana il report del Servizio analisi criminale della Direzione centrale della Polizia criminale redige un report con il numero degli omicidi volontari in Italia. Dal 1 gennaio al 26 giugno scorso ci sono stati 59 femminicidi, 51 donne sono state uccise in ambito familiare- affettivo e di queste 31 hanno trovato la morte per mano del partner o ex partner. Poche settimane fa a Vicenza sono state uccise Lidja Miljkovic e Gabriela Serrano. L’omicida, Zlatan Vasiljevic, era il marito di Lidja, dalla quale viveva separato. Dalla loro unione sono nati due figli. Gabriela è stata la compagna dell’assassino. «Non possiamo più assistere a queste stragi», dice al Dubbio l’avvocata Alessandra Capuano, esperta in Diritto di famiglia, con studio a Vicenza.

Avvocata Capuano, Lidja e Gabriela sono state uccise da un uomo violento, già condannato per gravi e reiterati maltrattamenti, armato fino ai denti con pistole e granate e, comunque, libero di circolare. Com’è stato possibile?

A questa domanda c’è una risposta semplice e terribile, ed è che lo Stato non è in grado di difendere le donne dalla violenza e tutti lo sanno, o dovrebbero saperlo. Il 13 maggio la Commissione femminicidio del Senato ha pubblicato i risultati dell’ultima indagine condotta sulla cosiddetta “vittimizzazione secondaria” delle donne e dei minori vittime di violenza domestica e di genere. Si tratta di un lavoro accurato, serissimo, documentato e attento, condotto sulla scorta di una indagine puntigliosa sull’operato dei Tribunali e degli effetti delle decisioni che assumono. Il testo della relazione è chiaro, accessibile a tutti, ma, per quanto mi risulta, è scivolato come acqua su pietra lavica sulle cause pendenti, nelle quali non si è registrata alcuna inversione di tendenza.

L’omicidio di Lidja Miljkovic è maturato in contesto in cui si sono consumati diversi passaggi giudiziari?

Lidja è stata dichiarata madre inidonea dal Tribunale, che nella separazione dal marito assassino ha affidato i due figli ai Servizi sociali, che anziché fornire aiuto, conforto e sostegno, hanno stabilito che il suo modo di fare la madre non meritava apprezzamento ed anzi doveva essere censurato. Inoltre, dopo essere stata ricoverata in ospedale, perché il marito alcolista e violento le aveva fracassato il cranio, il Tribunale dei Minorenni era intervenuto sospendendo la responsabilità genitoriale paterna e incaricando i Servizi sociali di prendere in carico il caso.

Uscita dall’ospedale, Lidja si era rifugiata dai propri genitori, ma, qualche tempo dopo, aveva ceduto alle insistenze del marito e di non pochi consiglieri di pace, ed era tornata con lui. Questa decisione aveva determinato la sospensione della responsabilità genitoriale di Lidja, giudicata inidonea a proteggere i figli. Quindi, la vittima della violenza, secondo l’ordinamento, deve resistere alla violenza, mettersi al sicuro assieme ai figli e non tornare mai sulle proprie decisioni, pena il disprezzo perpetuo da parte degli operatori che la giudicano complice del genitore violento, divenedendo così vittima anche del pregiudizio.

Come si tutelano i superstiti, i figli delle vittime dei femminicidi?

Chi resta è devastato da una tragedia che gli cambia per sempre la vita e gli lascia addosso uno stigma del quale la società dovrebbe occuparsi. Talvolta i femminicidi avvengono all’interno di comunità locali di dimensioni contenute, in cui i parenti, sia della vittima sia dell’assassino, sono per sempre considerati partecipi, quando non corresponsabili, di un fatto di sangue che getta un’ombra sull’intera comunità. Nelle grandi città è più facile dimenticare e farsi dimenticare, ma nei piccoli centri i superstiti della tragedia suscitano un effetto evocativo tutt’altro che bene accetto. Lo Stato tenta di fare qualcosa per questi ragazzi ed è stato istituito un fondo al quale attingere per le necessità contingenti, ma questo non basta nemmeno lontanamente a lenire il dolore, la vergogna e il senso di solitudine dei figli delle madri assassinate.

La responsabilità legale dei figli minori superstiti è un altro tema molto importante?

Certo. La legge interviene con l’apertura di una tutela che normalmente attribuisce la responsabilità su questi ragazzi al parente prossimo ritenuto più adeguato a occuparsi di loro. Il che introduce la questione, per la soluzione della quale in Parlamento è stato presentato un disegno di legge a firma della senatrice Valente, circa l’inidoneità parentale dei congiunti dell’assassino. La proposta di legge intende escluderli, senza eccezioni, dall’esercizio di qualunque responsabilità, anche temporanea, sui minori vittime di violenza domestica.

I femminicidi si possono fermare?

Il fenomeno della violenza sulle donne non si ferma con le censure, né con l’individuazione dei capri espiatori. Il fenomeno della violenza si ferma se smettiamo di vittimizzare ulteriormente le vittime e invece forniamo loro, sin dai primi momenti, dei tutor empatici, competenti e dinamici, che con la loro costante presenza e reperibilità attivino tempestivamente e senza tentennamenti gli strumenti già esistenti per il contrasto alla violenza. Questo è il nucleo centrale del famoso “metodo Scotland”, che in Gran Bretagna, durante il governo Blair, ha ridotto il numero dei femminicidi da 49 a 5. Quarantaquattro donne sono ancora vive perché non sono state lasciate sole. Lidja e Grabriela sono state lasciate sole nel labirinto delle leggi e delle denunce e sono morte. Fermare i femminicidi si può e si deve fare.

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