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Dopo Berlusconi il nulla. Centrodestra disastroso e lacerato dai personalismi

Berlusconi Salvini Meloni
Per 20 anni il Cav ha unito gli opposti. Salvini e Meloni, divisi, perdono anche a Verona
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È quando qualcosa viene a mancare che se ne scopre per intero il valore: al centrodestra italiano manca Silvio Berlusconi. Decenni di sarcasmo facile e di tifoserie contrapposte ma altrettanto grossolane hanno messo in ombra, forse anche agli occhi degli stessi leader attuali della destra, il ruolo politico essenziale giocato dal fondatore di Forza Italia per oltre vent’anni.

Al momento della “discesa in campo”, tra la fine del 1993 e l’inizio del fatidico 1994 la destra era in Italia maggioritaria e tuttavia destinata secondo una convinzione unanime a perdere le elezioni. Federarne le anime diversissime, rendere compatibili tradizioni politiche opposte, smussare i conflitti personali che già allora emergevano: sembravano missioni impossibili persino per politici navigati, figurarsi per un ultimo arrivato inesperto e goffo. Inesperto Berlusconi lo era davvero.

Alla sua prima esperienza di governo lasciò che lo cucinassero in pochi mesi. Però dimostrò subito, nella costruzione del Polo prima delle elezioni e nella capacità di sopravvivere al ‘ ribaltone’ che avrebbe dovuto metterlo definitivamente fuori gioco poi, di aver capito l’essenziale: l’importante non era costruire un partito ma un Polo. Il partitone stesso era solo lo strumento essenziale per dar vita e poi tenere in qualche modo insieme una coalizione improbabile. Da subito, pur ritagliando per se stesso il ruolo di monarca, Berlusconi ha cercato di essere ed è effettivamente stato un leader di coalizione. Anche per questo, forse soprattutto per questo, ha occupato in pianta stabile per oltre due decenni il centro della politica italiana, sia dal governo che dall’opposizione.

A un certo punto Berlusconi ha iniziato a passare la mano, per l’età, per le vicissitudini giudiziarie ma anche perché la lunga fase storica che in Italia aveva segnato più di chiunque altro era al tramonto. Da quel momento la corsa per impossessarsi della sua eredità politica è stata vorace e un po’ sgangherata, una gara piena di sgambetti e colpi bassi tra i pretendenti. Non ce l’ha fatta nessuno, neppure i meglio piazzati: Matteo Salvini prima, Giorgia Meloni poi. Il limite è già noto: a sottolinearlo ancora si rischia l’accusa fondata di ripetersi con monotonia. Entrambi, nel momento dell’ascesa nei sondaggi, hanno perseguito solo l’interesse del loro partito a scapito di quello della coalizione, trasformando quest’ultima da strumento di battaglia in campo di battaglia.

Le dichiarazioni di ieri sono poco significative. Cos’altro avrebbero potuto dire i leader se non che è ora di cambiare indirizzo ed essere davvero uniti? Per tradurre le buone intenzioni in fatti i due leader che sono riusciti a trasformare in una rotta una sfida facile dovrebbero guardare proprio al modello di Berlusconi nella sua lunghissima fase aurea e allo stesso tempo trarre le conclusioni dettate dalla botta presa ieri. Per settimane i leader si sono illusi che bastasse andare uniti quasi ovunque per cancellare l’immagine divisa delle situazioni in cui l’accordo non c’era. La realtà è stata opposta.

L’immagine delle realtà lacerate ha fatto premio su quelle unitarie. Il disastro di Verona si è ripercosso ovunque. Da questo punto di vista Berlusconi era magistrale. Non è che mancassero divisioni e tensioni anche nel vecchio centrodestra. Ma il ruolo del leader, e fossero pure dei due leader, era proprio ricomporre almeno in campagna elettorale quelle tensioni sino ad occultarle. Se i leader della destra pensano di arrivare alle elezioni politiche con la rissa su Musumeci per la presidenza della Sicilia come viatico è segno che sono destinati alla sconfitta.

Questa prova elettorale, però, ha rivelato un problema in più. L’ostacolo non sono stati solo gli egoismi dei capi, in questo più di Giorgia Meloni che di chiunque altro. Sono stati anche gli appetiti, le idiosincrasie, insomma i personalismi dei ras locali. È letteralmente inaudito che i vertici di FdI non siano riusciti a imporre a Sboarino l’apparentamento con Tosi a Verona, dato e non concesso che ci abbiamo provato davvero. E’ vero che in una prova nazionale questo elemento è molto meno incisivo ma è anche vero che con le politiche ci saranno le regionali in Sicilia e che se nei collegi, con questa legge elettorale si ripetessero anche in minima parte i guasti di Verona e Catanzaro per la destra non ci sarebbe quasi più partita.

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