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«Uno non vale l’altro». Di Maio lascia il M5S, nasce il gruppo Insieme per il futuro

La scissione è fatta, nasce il gruppo Insieme per il futuro. "Dovevamo scegliere da che parte stare, i dirigenti del Movimento hanno rischiato di indebolire il Paese"
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«Uno non vale l’altro». La scissione grillina, preconizzata innumerevoli volte sui giornali dal 2013 a oggi, alla fine arriva nel primo giorno d’estate del 2022. E a guidarla non c’è un Masaniello radicale e insofferente ai continui compromessi, ma il volto più noto e pragmatico del Movimento 5 Stelle: Luigi Di Maio.

Il ministro degli Esteri, folgorato sulla via di Mario Draghi, dopo mille pentimenti e giravolte sfata così anche l’ultimo tabù per lui sfatabile: il vincolo di mandato. Non ci saranno infatti dimissioni dal governo, né tantomento dalla carica di deputato. Al contrario, Di Maio si mette a capo di un Gruppo parlamentare nuovo di zecca: “Insieme per il futuro” – «quello di Luigi», ironizza Di Battista – che dovrebbe attrarre a sé gli scontenti centristi dei vari schieramenti (di destra e di sinistra) in vista della creazione di un partito draghiano da presentare alle Politiche dell’anno prossimo insieme ad altri compagni di ventura, Beppe Sala in testa. Per ora, a seguire il ministro ci sono una cinquantina tra deputati e senatori già stanchi dell’era Conte.

Al centro dello scontro che ha portato alla fuoriuscita degli ormai ex grillini ci sono senza dubbi ragioni politiche (per i dimaiani il M5S è «ambiguo», non abbastanza atlantista ed europeista) ma anche piccole beghe di bottega (il vincolo dei due mandati che pende sulla testa di molti scissionisti, a cominciare dall’ex capo politico). «Dovevamo scegliere da che parte stare della storia: dalla parte dell’Ucraina o della Russia, Paese aggressore», scandisce Di Maio a sera, quando ufficializza l’addio in conferenza stampa. Perché «è finita l’epoca dell’ipocrisia chi propone soluzioni semplici a problemi complessi», aggiunge. Non solo, nel nuovo contetitore, assicura l’ex leader 5S, «non ci sarà spazio per l’odio, per populismi, sovranismi, estremismi. I primi interlocutori dovranno essere i nostri sindaci», spiega, trasformandosi per un attimo nel Matteo Renzi d’altri tempi.

A velocizzare l’addio alla casa madre sarebbero state le parole dure contro Di Maio pronunciate il giorno precedente dal presidente della Camera, Roberto Fico, convinto che il ministro stesse attaccando il Movimento con argomentazioni mistificatorie in maniera incomprensibile. Ma sull’accelerazione della scissione avrà avuto senz’altro un peso anche l’intervento di Beppe Grillo, strenuo difensore della regola aurea sul limite dei mandati, che ieri mattina aveva invitato i dimaiani a uscire allo scoperto. «Qualcuno non crede più nelle regole del gioco? Che lo dica con coraggio e senza espedienti», ha scritto sul Blog. «Deponga le armi di distrazione di massa e parli con onestà». Una pietra tombale sulle speranze di deroghe o riconferme nutrite da troppi parlamentari abituati allo scranno dal 2013. La scissione però non comporterà prevedibili conseguenze solo per il Movimento 5 Stelle, che tra le altre cose potrebbe perdere il “primato” di forza di maggioranza relativa a vantaggio della Lega. Sommovimenti e fibrillazioni continueranno a riguardare il governo.

Oltre alla Farnesina, infatti, Di Maio porta via a Giuseppe Conte almeno cinque sottosegretari di peso: Manlio Di Stefano (Esteri), Laura Castelli (Economia), Anna Macina (Giustizia), Pierpaolo Sileri (Sanità) e Dalila Nesci (Sud). A loro potrebbe unirsi anche Giancarlo Cancelleri (Infrastrutture). Ma il bottino del leader di Pomigliano d’Arco non finisce qui, perché nel nuovo Gruppo troveranno spazio ben sei presidenti di Commissione alla Camera: Gianluca Rizzo (Difesa), Vittoria Casa (Cultura), Filippo Gallinella (Agricoltura), Sergio Battelli (Politiche Ue) e i presidenti della Bicamerali sulle Banche, Carla Ruocco, e sul Ciclo illecito dei rifiuti, Stefano Vignaroli.

Poltrone importanti, a cui nelle prossime ore potrebbero aggiungersene altre, che difficilmente lasceranno indifferente il leader del M5S. Se decidesse di andare alla guerra con Di Maio, Conte potrebbe chiedere a Draghi un piccolo rimpasto di governo che tenga conto delle mutate condizioni politiche. Certo sarebbe complicato per l’avvocato aprire un nuovo fronte col premier su questioni “spartitorie”, difficile spiegare una mossa del genere all’opinione pubblica. Meglio evitare uno scontro di questa natura, anche perché meno ministri e sottosegretari per Conte significa meno legami col governo, in vista di un possibile sostegno esterno del Movimento all’ex Bce. O almeno è su questo che si ragiona al quartier generale pentastellato.

Insomma, Di Maio avrà pure avviato un nuovo percorso politico all’insegna della «responsabilità», non è detto che duri a lungo.

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