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«Il vero problema? La lunghezza dei processi, non le misure cautelari»

La senatrice Valeria Valente dopo il botta e risposta con Giulia Bongiorno: «Il carcere deve essere l’extrema ratio. Noi dem siamo garantisti veri, schierati per una giustizia giusta»
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«Ridurre i presupposti per le misure cautelari non è la soluzione giusta per evitare abusi. Il vero problema sono i tempi del processo. E ai colleghi dico: il Pd è il partito più attento all’idea di una giustizia giusta». A dirlo è Valeria Valente, senatrice dem e presidente della Commissione Femminicidio, protagonista, nei giorni scorsi, di un acceso botta e risposta in Aula con la leghista Giulia Bongiorno sul tema delle misure cautelari.

Lei si è scagliata contro l’emendamento della Lega sulle misure cautelari, sostenendo che avrebbe lasciato in libertà stalker e assassini. Ci spiega questa obiezione?

Sarebbe stato cancellato il presupposto principale sulla cui base viene concesso il maggior numero di misure cautelari a tutela delle donne che subiscono violenze, in un contesto nel quale, secondo dati oggettivi, le misure utilizzate sono ancora in numero inferiore al necessario. Nelle ultime due settimane c’è stato quasi un femminicidio al giorno e quasi sempre c’era una misura cautelare sospesa, non concessa o utilizzata male. E in nessun caso si era in presenza di misure con l’utilizzo del braccialetto elettronico. Direi che vanno utilizzate di più e meglio. L’emendamento metteva in discussione la possibilità di utilizzare non solo la custodia in carcere e gli arresti domiciliari, ma tutte le misure cautelari, come l’allontanamento dalla casa familiare, il divieto di avvicinamento eccetera. E questi sono gli unici, oggettivi, strumenti che abbiamo per intervenire a tutela delle donne in un tempo che sia ancora utile.

La Lega ha sottolineato che i reati di genere, a partire dallo stalking, non erano inclusi in questo emendamento.

Da avvocato rimango basita. L’emendamento escludeva una delle lettere dell’articolo 274, cioè quello della possibilità di concedere la misura quando c’è una prognosi di reiterazione del reato, quindi di pericolosità e di abitualità del comportamento. Ma se andiamo a guardare l’esperienza concreta, il 90% delle misure cautelari viene concesso proprio sulla base di questo presupposto. L’obiezione è che vengono escluse alcune fattispecie: l’attacco alla Costituzione, i reati di criminalità organizzata e quelli con l’utilizzo di armi o di mezzi di violenza personale. Intanto il concetto di mezzo di violenza personale è di difficile interpretazione, ma lo stalking, i comportamenti ossessivi, come vengono inquadrati? In questo caso si può parlare di mezzo di violenza personale? È il giudice che deve fare questa valutazione. Le misure cautelari non servono a posteriori, quando la violenza si è già consumata, servono prima, per interrompere un circuito che molto spesso è un’escalation e fornisce un campanello d’allarme che dovrebbe consentire di intervenire in tempo.

La ratio è però chiara: evitare abusi in tema di misure cautelari.

Fonti ministeriali, relative al 2018, evidenziano che su circa 86mila persone attinte da provvedimenti cautelari, solo lo 0,58% è stato assolto. Ovviamente dico solo tra virgolette, perché questo numero dovrebbe essere pari a zero.

Ci sono però circa mille casi di ingiusta detenzione ogni anno e i dati non tengono conto dei procedimenti ancora in corso.

Si sale a circa l’1,5-2%.

Quindi non ritiene ci sia un abuso?

Penso che il tema dell’utilizzo non corretto delle misure cautelari sia la spia di un problema diverso, quello dei tempi dei procedimenti e dei processi. Poi c’è il tema della certezza della pena, la capacità dei magistrati di valutare correttamente, competenza e specializzazione, capacità di leggere la dinamica della relazione, tutte cose che abbiamo evidenziato nella relazione sui femminicidi. Le misure cautelari si utilizzano troppo forse perché c’è un’altra criticità, che sta nel processo. Il rimedio è sbagliato perché non si va a cercare la causa dove va cercata.

Si parla di campo largo, ma il deputato Costa ha sottolineato che senza una giustizia garantista ciò non sarà possibile, proprio in riferimento alle posizioni del Pd. Come si fa a trovare una sintesi?

La posizione del Pd è molto chiara: vogliamo una giustizia giusta, con un equilibrio tra garanzie dell’indagato e dell’imputato e sicurezza. Ed è evidente che quando prevale la necessità di mettere in sicurezza la potenziale vittima di una fattispecie di reato stiamo parlando di un’eccezione che deve piegare il sistema. Sono le norme di chiusura, che consentono di mantenere il principio che per noi si è innocenti fino al terzo grado di giudizio. Sulla Severino, ad esempio, abbiamo evidenziato che c’è un tema sul quale abbiamo il dovere di intervenire. Non credo si possa dire che il Pd indugi in giustizialismi. Anzi, ho visto tante forze politiche essere giustizialiste e il giorno dopo garantiste, a seconda del sentimento del popolo.

La relazione del Garante ha evidenziato, ancora una volta, la situazione disastrosa delle carceri.

Il Pd ha una posizione chiara: funzione rieducativa e carcere extrema ratio. È difficile rieducare nella condizione in cui sono costretti molti detenuti. Non possiamo girarci dall’altra parte: il carcere deve sempre garantire la dignità delle persone. Ricordo che il Pd ha lavorato tantissimo per costruire modelli di pene alternative, ma anche sugli strumenti deflattivi. Ovviamente con ragionevolezza e buon senso, ispirati da una giustizia giusta.

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