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«Il reato è un istante, poi c’è la reclusione: un tempo indefinito che cambia la vita»

Presentata in Parlamento la relazione annuale del Garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma. Su 54.786 persone in esecuzione penale ben 1.319 sono in carcere per una condanna a meno di un anno e altre 2.473 devono scontare da uno a due anni
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È durato 45 secondi il brutale pestaggio che ha subito Musa Balde da parte di tre uomini. Quattordici giorni dopo, si suicida in una delle stanze del reparto di isolamento nel Cpr di Torino. È passato già più di un anno, invece, da che il Parlamento ha deciso di mettere mano all’ostatività, come richiesto dalla Consulta. È sempre un istante, quello in cui si decide di commettere un reato. Poi, una volta che la libertà viene sottratta, il tempo si declina in forme diverse: lentezza, dilatazione, ciclicità, che lo rendono sempre più distante dal suo corrispettivo all’esterno dei luoghi di reclusione.

Il tempo filo conduttore della relazione annuale del Garante

La relazione annuale del Garante nazionale delle persone private della libertà, presentata in Parlamento dal presidente dell’autorità Mauro Palma, ha come filo conduttore proprio il tempo, che acquista una particolare fisionomia nel contesto della privazione della libertà personale. «Non è una fisionomia – spiega Palma – rassicurata o rassicurante: al contrario, ha i lineamenti mutevoli in quella particolare situazione soggettiva dell’essere in un luogo chiuso, di vedere i propri “strumenti” di costruzione conoscitiva limitati dalla contingenza che si vive o dall’ineluttabilità di quella che si prefigura in avanti». Il tempo, messo in rapporto con la specificità della privazione della libertà, ha il volto contratto dalla tensione del momento in cui si è fatta una scelta che già conteneva, forse nascosto, il germe del suo possibile evolversi negativamente. Il Garante, parafrasando le parole che il Reverendo Dodgson (Lewis Carroll) fa dire al Coniglio bianco rispondendo alla domanda di Alice, «a volte per sempre dura solo un secondo», spiega che quell’attimo – del reato, del passaggio di un confine, dell’ingresso in un ricovero – determina «un mutamento sostanziale dell’organizzazione della sequenzialità quotidiana, della futura catalogazione degli accadimenti e anche della soggettiva percezione del tempo e del suo impossibile coordinamento con il tempo degli altri; di chi non è recluso».

È difficile misurare il tempo della privazione della libertà o l’esito di un percorso terapeutico

Il Garante Palma osserva che è anche difficile dare una misura del tempo della privazione della libertà. Difficile misurarlo prima, in termini proiettivi, per stabilire quale sia il tempo necessario perché la finalità rieducativa di una pena possa realizzarsi; altrettanto difficile una qualsiasi misurazione della significatività del suo svolgersi, per capire se e come intervenire, se e come restituire al mondo libero. Altresì difficile misurare l’esito di un percorso terapeutico nei termini rassicuranti spesso inesauribilmente richiesti da una collettività esterna sempre ansiosa e desiderosa di non vedere le diversità che pure abitano in essa. Misure difficili che rischiano di far sconfinare la non misurabilità con l’indefinitezza. «Da qui – sottolinea il Garante -, il rischio di aggiungere anche l’indeterminazione ai sostantivi che declinano il tempo nella restrizione: i “mai”, pronunciati per i ritorni a cui le istituzioni segregative – tutte – dovrebbero invece guardare, nascono anche da questa misura che si estende in modo incongruo e limitato solo dal tempo della vita».

A oggi sono 29 i suicidi e 17 le morti per cause da accertare

Il Garante nazionale rileva un disagio molto presente nel sistema di detenzione adulta: i numeri dei gesti autolesionistici e soprattutto dei suicidi – 29 a oggi a cui si aggiungono 17 decessi per cause da accertare – dell’età e della fragilità, spesso già nota, degli autori di tali definitivi gesti sono un monito. «Ci interrogano – osserva Mauro Palma – non per attribuire colpe, ma per la doverosa riflessione su cosa apprendere per il futuro da queste imperscrutabili decisioni soggettive, cosa imparare per diminuire il rischio del loro ripetersi». L’analisi numerica del carcere pone, a giudizio del Garante nazionale tre riflessioni prioritarie che affiancano quelle più note dell’affollamento delle strutture, della inaccettabilità di molte di esse sia per chi vi è ristretto, sia per chi vi lavora ogni giorno, della loro inadeguatezza sul piano spaziale per una esecuzione penale costituzionalmente orientata.

Sono 1319 in carcere con una condanna a meno di un anno e altri 2473  da uno a due anni

Le tre riflessioni riguardano in primo luogo l’accentuazione della presenza di minorità sociale in carcere: delle 54.786 persone registrate (a cui corrispondono 53.793 persone effettivamente presenti) e delle 38.897 che sono in esecuzione penale – essendo le altre prive di una sanzione definitiva – ben 1319 sono in carcere per esecuzione di una sentenza di condanna a meno di un anno e altre 2473 per una condanna da uno a due anni. «Superfluo è chiedersi quale possa essere stato il reato commesso che il giudice ha ritenuto meritevole di una pena detentiva di durata così contenuta – sottolinea Palma – ; importante è piuttosto riscontrare che la sua esecuzione in carcere, pur in un ordinamento quale il nostro che prevede forme alternative per le pene brevi e medie, è sintomo di una minorità sociale che si riflette anche nell’assenza di strumenti di comprensione di tali possibilità, di un sostegno legale effettivo, di una rete di supporto». Una presenza, questa, che parla di povertà in senso ampio e di altre assenze e che finisce col rendere meramente enunciativa – e questa è la seconda riflessione del Garante– la finalità costituzionale delle pene espressa in quella tendenza al reinserimento sociale: perché la complessa “macchina” della detenzione richiede tempi per conoscere la persona, per capirne i bisogni e per elaborare un programma di percorso rieducativo.

Al di là della volontà del Costituente e delle indicazioni dell’ordinamento penitenziario queste detenzioni si concretizzano soltanto in tempo vitale sottratto alla normalità – interruzioni di vita destinate probabilmente a ripetersi in una inaccettabile sequenzialità. Il tempo è l’elemento che ritorna, il filo d’Arianna che attraversa tutta la relazione annuale del Garante Nazionale. Ritornando ai dati sulla presenza di detenuti con pene brevi e sintomo di minorità sociale, il Garante osserva che sono anche vite che altri sistemi di regolazione sociale avrebbero dovuto intercettare prima che intervenisse il diritto penale, «strumento duro, sussidiario e anche costoso che dovrebbe restringere il proprio intervento alle sole situazioni in cui altre modalità di intervento non sono riuscite.

Il Garante non manca di osservare il tema della durata ragionevole dei processi

La terza riflessione riguarda, quindi, la responsabilità esterna, del territorio, che finisce con affidare al carcere le proprie contraddizioni determinando quella detenzione sociale – il termine è di Alessandro Margara – che il carcere non può risolvere». A proposito di tempo, il Garante non manca di osservare il tema della durata ragionevole dei processi. Sì, perché – come fa notare Palma nella relazione – una sentenza che deve essere eseguita dopo molti anni, finisce con assumere una fisionomia ben diversa da quella che la vorrebbe orientata alla rieducazione e al reinserimento. Troppo spesso, infatti, il Garante nazionale è stato interrogato da casi di sentenze che riguardavano fatti avvenuti molti anni prima e che coinvolgevano persone che nel frattempo si erano pienamente reinserite, senza commettere alcun reato e anzi con azioni che testimoniavano nuova consapevolezza. Anni di attese, tempi dilatati, quelli persi o riconfigurati una volta che si è privati della libertà.

Il rapporto curato da tutti i componenti del Garante nazionale, ha preso in considerazione il tempo. Una dimensione che fa anche da monito sul poco che è stato fatto rispetto al tanto che è posto da temi i quali richiedono anche cambiamenti culturali rispetto ai quali l’azione di un mandato è solo un piccolo sasso utile a una grande fortificazione da costruire. Interviene di nuovo la riflessione sul tempo. «Che è richiesto – osserva Palma – per mutamenti non semplici: occorre porsi come coloro che riconoscono la necessità del tempo, ma che non devono sprecarlo perché il tempo è in fondo un regalo, ma un regalo che non si conserva».

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