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Al 41 bis con il cancro, trasferito a Parma senza terapie mirate

carcere di Parma
Ad aprile i medici del carcere de L’Aquila in una relazione al magistrato di sorveglianza, hanno evidenziato una neoplasia al pancreas estremamente grave e il bisogno di un ricovero in un reparto oncologico. Ma resta in prigione
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È al 41 bis, in area riservata che è un ulteriore restrizione. Da tempo gli hanno diagnosticato un tumore maligno e i medici hanno chiesto il trasferimento presso un ambiente ospedaliero per le cure. Ma è al centro clinico del carcere di Parma (conosciuto per le sue gravi criticità) dove – secondo quanto segnalato dall’associazione Yairaiha onlus – non gli effettuano nessuna terapia e intervento mirato. Di recente ha subito un ulteriore peggioramento, tanto da essere trasportato in ospedale. Poi dimesso e rimandato al carcere con un cerotto di morfina che gli va cambiato ogni 48 ore. Una sofferenza immane, attendendo l’esito nefasto.

Al detenuto E. F., classe 1969, già ad aprile scorso i medici del carcere de L’Aquila hanno inviato una relazione al magistrato di sorveglianza, evidenziando che risulta affetto di una neoplasia del pancreas ed è stato richiesto il trasferimento presso un centro clinico, ora chiamato Servizio Assistenza Intensificata (Sai), per affrontare le eventuali cure oncologiche. Da lì è poi stato trasferito presso quello del carcere di Parma. Il problema è che – come relazionato dal medico chirurgo sollecitato dai famigliari per un parere – E. F. è affetto da una forma di neoplasia al pancreas estremamente grave e che necessita di un trattamento presso strutture specialistiche adeguate con alti flussi in termini di pazienti che afferiscono a tali strutture.

L’associazione Yairaiha, a inizio giugno, ha inviato una prima segnalazione alla ministra della giustizia Marta Cartabia, al Dap e al Garante nazionale delle persone private della libertà, sottolineando che ha ricevuto una segnalazione da parte dei familiari di E. F., attualmente detenuto presso il centro clinico di Parma, in merito alle gravissime condizioni di salute in cui versa da diversi mesi. «È stata riscontrata – scrive l’associazione – una neoformazione alla testa del pancreas di natura adenocanciromatosa (maligna), estremamente grave, che necessita di interventi mirati, e soprattutto immediati, per poter scongiurare la formazione di metastasi». Prosegue Yairaiha: «Sappiamo che, sulla scorta delle analisi strumentali – eseguite nel mese di aprile presso l’ospedale de L’Aquila -, e in base alla perizia medica, il legale del sig. F. ha presentato istanza di trasferimento presso un centro altamente specializzato per la cura dei tumori al pancreas». Osserva l’associazione: «Allo stato attuale il sig. F. è ancora collocato presso il Sai dove sembrerebbe essere curato con semplici antidolorifici e nessuna terapia mirata per il tumore al pancreas». Per questo Yairaiha invita le autorità a voler intervenire al più presto «al fine di scongiurare ulteriori aggravamenti delle condizioni del sig. F. e permettere allo stesso di poter essere curato adeguatamente».

Passano giorni, ma tutto tace. Poi, la settimana scorsa giunge notizia di peggioramento. Il 10 giugno i familiari del detenuto F. vengono informati tramite il comando dei carabinieri di Taurianova del ricovero urgente presso l’Ospedale di Parma «per cure e/ o accertamenti non derogabili». L’associazione Yairaiha, segnala che visto la gravissima patologia da cui è affetto ( ricordiamo che ha un tumore maligno al pancreas), l’avvocato di fiducia ha inviato una pec per avere maggiori informazioni circa lo stato di salute del proprio assistito ma non ha ricevuto nessuna risposta. Lo stesso avvocato difensore ha più volte provato a telefonare alla casa di reclusione di Parma per avere le informazioni richieste senza, però, ottenere nulla.

A quel punto, qualche giorno fa l’associazione invia un ulteriore segnalazione alle autorità, denunciando «che i familiari non possono essere tenuti all’oscuro in merito alle condizioni di salute effettive, tanto più che la patologia è gravissima e per la stessa, ormai da diverse settimane, sono stati sollecitati dallo specialista (e richiesti dal legale) interventi tempestivi da eseguirsi presso strutture altamente specializzate». L’associazione osserva che «d’altra parte il fatto che il detenuto in questione sia sottoposto al regime di 41 bis, in area riservata, non può costituire una pregiudiziale ai fini del diritto di cura sancito dalla nostra Costituzione e più volte ribadito sia dalla Corte di Cassazione e sia dalla Corte EDU; né, tanto meno si possono lasciare i familiari nell’incertezza rispetto alle condizioni del proprio congiunto».

Dopo questo sollecito, i familiari ricevono finalmente notizie. Il detenuto è stato dimesso e rimandato al carcere di Parma. Ora è con un cerotto di morfina che va cambiato in 48 ore. Ha senso il 41 bis nei confronti di una persona morente e senza che venga trasferito in un ambiente ospedaliero adatto per la cura oncologica? Lo scopo del cosiddetto carcere duro, sulla carta, è per evitare che il recluso comunichi all’esterno con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata. Ma, di fatto, sembra che sia utilizzato per ben altro. Molto vicino a una tortura e, grazie a una propaganda efficace fatta dai mass media, anche ben accetta dall’opinione pubblica.

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