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«Meloni vuole unire radicali e moderati… Chieda a Le Pen»

Marco Tarchi
Intervista al politologo Marco Tarchi: «La sopravvivenza politica di Berlusconi rappresenta un elemento di freno a una deriva inevitabile per ora limitata a Toti e Brugnaro»
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Professor Tarchi, il voto delle Amministrative ha certificato il sorpasso di Fratelli d’Italia sulla Lega, quasi dappertutto anche al Nord: pensa che quello di Meloni sia ormai definitivamente lanciata a essere il primo partito della coalizione alle Politiche?

L’espressione «definitivamente» in politica va usata con estrema cautela. In questo caso, più che mai, e lo si vede già dalla polemica suscitata dai toni e dalle affermazioni duri che Giorgia Meloni ha utilizzato in un comizio in Andalusia per sostenere la candidata di Vox alla presidenza. La presidente di Fratelli d’Italia si prefigge di fondere, nel suo partito e dietro la sua figura, frazioni diverse del suo elettorato potenziale: conservatori, sovranisti, populisti. È un gioco di equilibrismo interessante ma molto rischioso, perché, se a volte può suscitare effettive convergenze fra questi pubblici, in altre può dispiacere ad alcuni. È l’eterno problema delle destre, non solo in Italia – si pensi alla Francia di Le Pen, di Zemmour e dei Républicains, ma anche a vari altri paesi -, costrette a far convivere moderati e radicali, con i secondi sempre in balia dei ricatti dei primi, disposti a cambiare campo se non si vedono riconoscere il primato. Ieri a finire sotto accusa per estremismo è stata la Lega, domani può toccare a Fratelli d’Italia. Così da consentire ai filo- centristi di ergersi a indispensabile ago della bilancia e pretendere la guida dell’alleanza.

Salvini non sta vivendo un buon periodo, con la disfatta dei referendum e la posizione sulla guerra che non sembra stia pagando: crede che da qui alla fine della legislatura staccherà la spina al governo per riacquistare centralità?

Mi pare che ormai, e da un pezzo, Salvini non decida più la linea del partito di cui è formalmente alla testa. Le scelte le dettano Giorgetti e i suoi sostenitori. I quali hanno voluto prima la rottura dell’accordo con i Cinque Stelle, che elettoralmente stava dando frutti ottimi, e poi l’ingresso nel governo Draghi, che ha avvantaggiato molto la concorrenza di Fratelli d’Italia. I risultati di questo appiattimento verso il centro sono sotto gli occhi di tutti. Per rovesciare il senso di marcia tenuto negli ultimi tre anni, Salvini dovrebbe recuperare autonomia di scelte e affermarsi su Giorgetti. Al momento, è uno scenario che mi pare improbabile.

C’è poi fibrillazione in Forza Italia, con l’anima più liberale attratta dal terzo polo calendiano che in questa tornata elettorale non è andato male: pensa che Fi possa sfaldarsi nei prossimi mesi, magari con gli addii di Carfagna e Gelmini?

Lo penso e lo dico da tempo e ne sono sempre convinto. Semmai mi sorprende come questo fenomeno si sia manifestato fino ad oggi in forme tutto sommato marginali, con gli slittamenti al centro di Toti, Brugnaro e non molti altri. Evidentemente, la sopravvivenza – personale e politica di Berlusconi è ancora un elemento di freno di una deriva inevitabile. E l’eventualità tutt’altro che improbabile che comunque un centrodestra formalmente unito possa vincere le elezioni malgrado la presenza di un terzo polo centrista può ancora trattenere alcuni dal prendere altre strade. C’è però da chiedersi cosa farebbero poi in Parlamento questi assai poco affidabili alleati.

A proposito di terzo polo, quante chance dà alla formazione di un’area Draghi che unisca Calenda e Renzi magari anche con il civismo di Beppe Sala?

Fra i tanti vecchi proverbi sensati, uno dei più utili per capire il mondo politico è «troppi galli nel pollaio…» con quel che segue. Calenda e Renzi hanno evidenti parallele ambizioni ( qualcuno un po’ maligno potrebbe dire smanie) di protagonismo. Sapranno renderle convergenti? Di Aldo Moro ce n’è stato uno solo e i miracoli raramente si ripetono. Qualora un’area del genere da lei ipotizzato si costituisca, sarebbe destinata a conoscere frequenti fibrillazioni. E contemporaneamente, in contrasto con ciò che taluni affermano, indebolirebbe la stabilità del quadro politico, immettendovi un elemento soggetto a oscillazioni periodiche verso destra o verso sinistra.

Il voto ha dimostrato la quasi totale scomparsa del Movimento 5 Stelle, ridotto a percentuali a una cifra: crede che questo possa convincere Conte, da un lato, ad allontanarsi dal governo e Letta, dall’altro, a emanciparsi dallo stesso Conte?

Il problema dei Cinque Stelle non è stare al governo, ma aver perso ogni originalità nel momento in cui hanno deciso di passare dall’opposizione all’establishment ad un inserimento al suo interno in una posizione subordinata al partito che meglio incarna il tipo di politica contro cui Beppe Grillo si è scagliato per un decennio. Nella partnership con il Pd era già inscritta la delusione progressiva di gran parte degli elettori M5S del periodo 2012- 2018, consunzione che sarebbe sfociata nella riduzione alla dimensione di partitino del 5 per cento.

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