Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Ancora morti in cella: l’assistenza sanitaria è una corsa a ostacoli

morti cella
L’ultimo è un 47enne, stroncato da un infarto a Poggioreale. Nello stesso carcere, denuncia il garante Ciambriello, altri due detenuti, uno dei quali di 72 anni, hanno rischiato la morte per arresto cardiocircolatorio
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Si continua a morire in carcere di suicidio, incuria, di malattia e abbandono. L’ultimo, stroncato da un infarto, è morto nel carcere di Poggioreale. Aveva 47 anni ed era senza fissa dimora. Ma non è l’unico caso riguardante una persona che appartiene a una minorità sociale, ovvero povera. Molti di loro, per via delle pene breve, avrebbero diritto a una misura alternativa, ma non hanno gli strumenti per accedervi e, in mancanza di domicilio, il magistrato non può concederla. A questo si aggiunge l’insostenibile tutela della salute in carcere.

SEMPRE A POGGIOREALE, A MAGGIO, È MORTO PER INFARTO UN SOVRINTENDENTE

È stato il garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, a dare la notizia del decesso. Si chiamava Sinka Sada. Il quarantasettenne, intorno all’una di venerdì notte, avrebbe avvertito un dolore toracico e addominale, una forte sudorazione e un senso di nausea. Per lui è stato subito richiesto l’intervento del 118, che lo ha trasportato d’urgenza in ospedale, dove poi è deceduto intorno alle 5. La causa della morte sarebbe, appunto, un infarto fulminante. «Il detenuto deceduto era un senza fissa dimora – racconta il garante Ciambriello -, non aveva parenti e non faceva colloqui da tempo con nessuno. Nell’ultimo incontro avuto con il suo legale era sereno e tranquillo e non le avrebbe lamentato alcun problema di salute». Sempre a Poggioreale c’è stato il rischio che ne morissero altri due. Il garante regionale rivela che nelle ultime settimane altri due detenuti del carcere napoletano, uno dei quali di 72anni, hanno rischiato di morire per arresto cardiocircolatorio. Il più anziano versa ancora in condizioni precarie di salute ed è ricoverato in ospedale. Sempre a Poggioreale, nel mese di maggio, è deceduto per infarto un sovrintendente della polizia penitenziaria.

IL GARANTE CIAMBRIELLO: «DUE DETENUTI SU TRE HANNO SERI PROBLEMI DI SALUTE»

In molte circostanze, a poco serve il pronto intervento dei medici e degli agenti. «Per questo – denuncia Ciambriello -, invoco un’inversione di tendenza: due detenuti su tre hanno seri problemi di salute (48% malattie infettive, 32% disturbi psichiatrici, 20% malattie cardiovascolari), quindi per loro e per gli anziani devono essere applicate misure alternative alla detenzione in carcere; bisogna potenziare l’area penale esterna, concedere maggiormente i permessi premio. È chiaro che, affinché tutto questo si realizzi, è necessario incrementare il personale del Tribunale di Sorveglianza e gli stessi magistrati di sorveglianza, in carenza organica e gravati di moltissime richieste».

PER CHI È DIETRO LE SBARRE SERVE UN SISTEMA DI ASSISTENZA SANITARIA ADEGUATO

Il carcere non può essere l’unica risposta. Il carcere è extrema ratio. Per coloro che sono dietro le sbarre, però, deve essere pensato un sistema di assistenza sanitaria adeguato. Due cose il garante Ciambriello reclama negli istituti di pena di Poggioreale e Secondigliano: manca il medico h24 in ogni reparto, gli ambienti in cui vivono i detenuti a causa del sovraffollamento, questo specialmente a Poggioreale, sono angusti. «Si trovano a vivere in camere di pernottamento non ariose – denuncia sempre il garante -, non possono usufruire più volte al giorno della doccia e questo, specie nella stagione più calda, può provocare dei disagi e malori. Non è possibile che ci siano, nelle carceri, così pochi medici generici e specialistici e manchino quasi completamente attrezzature di diagnostica, che consentirebbero ai detenuti di potersi sottoporre a visite più accurate, quindi avere prima una diagnosi, senza dover attendere tempi lunghissimi» .

ANTIGONE: «MOLTI LAMENTANO DIFFICOLTÀ DI ACCESSO ALLE CURE»

Il garante Ciambriello si augura che questa ennesima morte sensibilizzi le istituzioni. Si augura soprattutto che l’Asl di Napoli 1 quanto prima provveda ad assumere medici generi e specialistici, infermieri e Oss, nonché acquistare attrezzature specialistiche da destinare all’interno delle carceri. La sanità in carcere è oggetto di attenzione ormai da tempo, basti pensare al 18esimo rapporto di Antigone dove rivela che, nell’ambito delle sue attività, al Difensore Civico dell’associazione capita di frequente di imbattersi nelle storie di coloro che lamentano difficoltà di accesso alle cure.

Gli ostacoli incontrati dai detenuti iniziano spesso a monte di tutto il processo che potrebbe aiutarli a ricevere diagnosi tempestive e adeguate. Spesso, infatti, coloro che prendono contatti con il Difensore richiedono supporto nell’ottenere il rilascio della cartella clinica necessaria per valutare la condizione di salute complessiva in cui versano e cercare di comprendere la tipologia di intervento più adeguata. Già sotto questo profilo – si legge nel rapporto di Antigone – non mancano problematiche e difficoltà di accesso, nonostante ottenerne copia sia un diritto del soggetto detenuto che la richiede, come sancito dalla Circolare dell’ 11 giugno 2003 n. 1907, Direzione Generale Detenuti e Trattamento.

La necessità di ricevere prontamente copia della cartella clinica è spesso connessa alla volontà di sottoporre il proprio quadro clinico a un medico di fiducia, come previsto dall’art. 11 dell’ordinamento penitenziario, al fine di arginare le difficoltà di accesso alle cure nell’attesa di un intervento dell’amministrazione penitenziaria. Tale esigenza, tuttavia, si scontra con la carenza di personale e con il fatto che il suddetto rilascio ha un costo parametrato alla consistenza della cartella stessa: chi presenta una storia clinica particolarmente articolata, da cui deriva una cartella di dimensioni consistenti, si trova a pagare prezzi elevati cui non tutti riescono ad avere accesso. Antigone osserva che il costo è pari in media a 0,30- 0,50 euro a pagina. Ancora una volta, a rimetterci sono i detenuti meno abbienti, soprattutto quelli senza famiglia.

IL SUPPORTO DEL DIFENSORE CIVICO DI ANTIGONE HA MIGLIORATO LA SITUAZIONE

Sotto tale profilo, il Difensore civico interviene con diverse modalità. Si può concretizzare un supporto nella redazione dell’istanza volta a ottenere tale documentazione, che poi il detenuto stesso firmerà e rivolgerà alla Direzione e, ove sia trascorso un consistente lasso di tempo in assenza di risposte dall’amministrazione, tramite solleciti alla Direzione stessa. Una volta ottenuta la cartella clinica, la stessa viene sottoposta all’analisi dei medici volontari che collaborano ormai attivamente con il Difensore Civico. Il loro intervento consente di ottenere una valutazione clinica delle patologie che i detenuti si trovano ad affrontare e fornisce un supporto fondamentale per motivare le eventuali richieste di intervento da rivolgere all’amministrazione.

Il supporto offerto dallo staff medico del Difensore Civico ha consentito di migliorare la qualità dei suoi interventi, seppur non bisogna dimenticare che si tratta di volontari che offrono un supporto che di certo non si può sostituire a interventi attivi nel sistema. La collaborazione tra volontari con formazioni e conoscenze diverse, su cui si regge il lavoro del Difensore Civico, consente di migliorare l’attività svolta ma mette anche in luce come, per ottenere un risultato che sia significativo per i detenuti, le carenze e debolezze del sistema penitenziario debbano essere considerate e affrontate nella loro globalità, coinvolgendo aree di competenza differenti.

Non appena completata la valutazione medica, i volontari incaricati di seguire il caso si occupano di redigere segnalazioni e mediare con l’amministrazione al fine di sollecitare gli interventi sanitari e gli eventuali ulteriori accertamenti necessari tramite la programmazione delle visite del caso. Tutto bene? No. Ancora una volta ci si scontra drammaticamente con la carenza di personale che inevitabilmente rende questo passaggio accidentato e ben lontano dalla tempestività che si vuole sollecitare. Le Asl competenti faticano ad assecondare le molteplici richieste, si scontrano quotidianamente con ricambi frequenti di personale, arrancano nella ricerca di personale sanitario da adibire all’ambito penitenziario e chi ne paga le conseguenze sono sempre i detenuti che vedono programmare le proprie visite urgenti a distanza di 5- 6 mesi.

Ultime News

Articoli Correlati