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Un quorum in 25 anni. Da mezzo per cambiare la politica a termometro della disaffezione

Negli ultimi 25 anni, il quorum è stato raggiunto una sola volta, nel 2011, quando gli italiani vennero chiamati alle urne per pronunciarsi sulla gestione pubblica dell'acqua
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Negli ultimi 25 anni, il quorum è stato raggiunto una sola volta. Ovvero nel 2011, quando gli italiani vennero chiamati alle urne per pronunciarsi sulla gestione pubblica dell’acqua. L’affluenza fu del 54,8% degli aventi diritto, un risultato enorme se confrontato con quanto accaduto nei 14 anni precedenti e in quelli successivi, fino a ieri.

Dal 1946 ad oggi, sono stati 73 i referendum nazionali (78 con quelli di domenica), dei quali uno istituzionale (quello del 1946, quando gli italiani scelsero tra repubblica e monarchia), 67 abrogativi (per i quali il quorum è stato raggiunto 39 volte), quattro costituzionali e uno consultivo. La tendenza, tra il 1974 e il 1995, è stata esattamente opposta a quella degli anni successivi: delle 9 consultazioni indette in quegli anni solo una non raggiunse il quorum. Consultazioni che hanno cambiato la storia del nostro Paese, consentendo importanti salti in avanti sui temi sociali e segnando un’evoluzione in fatto di diritti, cultura e sistemi politici. A partire dal 1974, quando gli elettori dissero no all’abrogazione della legge Fortuna- Baslini, che aveva introdotto il divorzio, quesito promosso dal giurista cattolico Gabrio Lombardi.

Alle urne, il 12 e 13 maggio di quell’anno, si recò l’ 87,7% e il no vinse con il 59,3% dei voti. Un’affluenza record tra le consultazioni abrogative, più bassa solo di quella registrata al referendum del 1946 ( 89,1%). Quel referendum non segnò soltanto un cambiamento sul fronte delle libertà civili, ma rivoluzionò anche il quadro politico nazionale: per tutti fu una sconfitta personale dell’allora segretario della Dc Amintore Fanfani, visto come l’attore principale del fronte del sì e ciò portò alle conquiste elettorali delle sinistre nel 1975 e nel 1976 e la formazione di governi con l’appoggio esterno del Pci nel 1976 e nel 1978.

Da quel momento in poi e fino al 1995, soltanto un referendum non appassionò la popolazione: si tratta di quello del 1990, sulla disciplina della caccia e l’uso di fitofarmaci, quando il numero dei votanti si fermò attorno al 43%. In quegli anni non mancarono – come oggi – tentativi di boicottare le urne, proprio per i significati politici che ogni consultazione porta inevitabilmente con sé: nel 1991 fu Bettino Craxi a invitare gli elettori ad andare al mare anziché alle urne per decidere sulla riduzione delle preferenze per la Camera dei deputati, quesito promosso da Mario Segni e dal Manifesto dei 31. Ma l’appello non servì a nulla: alle urne si presentò il 62,5% degli aventi diritto al voto e a votare sì fu il 95,6% degli elettori.

Il 1997 segna l’inizio del declino: temi come privatizzazione, obiezione di coscienza, accesso dei cacciatori a fondi privati, carriere dei magistrati, abolizione dell’Ordine dei giornalisti, incarichi extragiudiziari dei magistrati e abrogazione del ministero delle Risorse agricole, alimentari e forestali non portarono alle urne più del 30% degli elettori. E dopo una parentesi nel 1999, quando si sfiorò il quorum per decidere sull’abolizione del voto di lista per l’attribuzione con metodo proporzionale del 25% dei seggi (49,6%), il numero dei votanti non ha sfondato il 32% (a esclusione del 2011), toccando il suo punto più basso nel 2009, quando l’affluenza fu del 23% circa: allora si doveva decidere dell’abrogazione della possibilità di collegamento tra liste e di attribuzione del premio di maggioranza ad una coalizione di liste per Camera e Senato e della possibilità per uno stesso candidato di presentare la propria candidatura in più di una circoscrizione.

 

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