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Festeggiare l’altolà ai quesiti: una scelta che può peggiorare l’immagine dell’Anm

referendum giustizia anm
Non conviene, alle toghe, questo rannicchiarsi un po’ strategico e un po’ impaurito. Non ci si può lasciar condizionare dal peso degli “scandali”
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È andata come l’Anm si era esplicitamente (seppure con relativa enfasi) augurata: non si è arrivati al quorum necessario, dunque non cambiano le norme messe nel mirino dai referendari. Resta senza effetto la proposta abrogativa più temuta dall’Anm e dalle toghe in generale: la drastica e assoluta separazione delle funzioni fra magistratura giudicante e pubblici ministeri. Né arriva l’altrettanto temuta rivoluzione sulle misure cautelari, che si potrà continuare a infliggere sulla base di una lunare presunzione di colpevolezza, cioè per il rischio che l’indagato reiteri un reato del quale ancora non si ha prova. Ora però dobbiamo intenderci: è giusto annoverare l’Anm fra i vincitori della partita sui referendum? Davvero il mancato raggiungimento del quorum e, in generale, il risultato della consultazione possono compensare, per esempio, l’esito deludente dello sciopero contro la riforma Cartabia?

Ecco, qui già la risposta si fa incerta. Perché per innalzare il trofeo anti- referendario, la magistratura deve rassegnarsi a un curioso slittamento: accettare cioè di farsi definitivamente “sindacato” più che soggetto politico. Con una Anm resistente al cambiamento più che protagonista costruttivo della dialettica sulla giustizia.

Di fatto, destinata a giocare quasi esclusivamente in difesa. Esultare per cinque riforme che restano imprigionate nell’urna referendaria (e delle quali solo una sarà fedelmente tradotta in legge dal ddl Cartabia, quella che abolisce le firme per i candidati al Csm) significa avere una sola e unica preoccupazione: limitare il danno, ridurlo il più possibile. Tenere la porta inviolata sul fronte dei 5 referendum dopo aver dichiarato di aver subito una “goleada” con la riforma del Csm: cos’è, se non un ripiego? E allora, per rendere più diretta la domanda di cui sopra, mettiamola così: bisogna capire se alla magistratura e alla propria associazione di rappresentanza torni davvero utile mostrarsi all’opinione pubblica come chi, semplicemente, si oppone al cambiamento. E la risposta difficilmente potrà essere positiva.

Difendersi, arroccarsi, può suggerire all’opinione pubblica solo un’immagine: un ordine giudiziario che vuol preservare lo status quo non solo ordinamentale ma pure correntizio. Perché al grosso dell’elettorato, dei cittadini, ancora non “arrivano” – e il referendum lo ha in parte confermato – le questioni di principio della giustizia, se non quando sono distorte in uno spirito di pura demagogia. Una cosa però è arrivata, eccome, a tutti, dopo il caso dell’hotel Champagne: che la magistratura è scivolata in prassi degenerative assai simili a quelle della detestatissima oligarchia politica. Giocare in difesa viene dunque interpretato, da questo punto di vista, come la difesa non solo delle norme su Csm e carriere ma anche dei vecchi intrecci.

Non conviene, ai magistrati, questo rannicchiarsi un po’ strategico e un po’ impaurito. Non ci si può lasciar condizionare all’infinito dal peso dei cosiddetti scandali. Nelle comunità politiche, e quella delle toghe è una comunità anche politica, le derive esistono, ma non possono arrivare al punto da annientare la politica stessa. Si dirà che tanta commiserazione punta all’obiettivo sbagliato. Che i veri sconfitti sono i referendari. Certo, loro hanno perso. Ma siamo proprio sicuri che non abbiano comunque aperto una breccia nell’opinione pubblica e rafforzato la coscienza garantista del Paese? Siamo così sicuri che aver giocato all’attacco, fino a essere impallinati in contropiede, non verrà prima o poi premiato? In un’intervista al Dubbio, Carlo Nordio, presidente del Comitato per il Sì, aveva evocato una rivoluzione copernicana, di cui i quesiti erano una specie di preambolo. Si può dire, dopo ieri sera, che di strada da fare, per la “rivoluzione della giustizia”, ne resta parecchia. Ma non che ci si debba arrendere senza provarci ancora.

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