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Referendum, quorum lontanissimo. Ma vincono i Sì

Sulla giustizia vince l'astensione. I penalisti: «Iniziativa referendaria appaltata ad una forza politica in esclusiva»
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Per i referendum sulla “giustizia giusta” promossi dalla Lega e dal Partito Radicale si può parlare senza dubbio di sconfitta: l’affluenza si ferma al 18% (quando chiudiamo il pezzo mancano i risultati di 2000 Comuni).

Alle 12 di domenica era stata in tutto il Paese del 6,77%, mentre alle 19 era arrivata al 14,84%. Quorum dunque lontanissimo e dato più basso di sempre. Che non lo si sarebbe raggiunto lo si sapeva già da mesi, ma probabilmente i tifosi dei cinque Sì non si aspettavano una percentuale così mediocre. Il corpo elettorale per i referendum era pari a 50.915.402 elettori, di cui 4.735.783 all’estero. Quindi per essere raggiunto il quorum si sarebbero dovuti recare alle urne oltre 25 milioni e mezzo di italiani. La regione dove si è votato di più è stata il Friuli Venezia Giulia (24% circa di affluenza) mentre quella che fotografa la minore affluenza è il Trentino Alto Adige (11% circa di affluenza).

L’unica consolazione per i Comitati per il Sì è che il No ha perso rispetto a tutti i quesiti. Nel momento in cui scriviamo lo spoglio nelle circa 62mila sezioni non è terminato, tuttavia la direzione sembra segnata. Per l’abolizione del decreto Severino: Sì 56,12%, No 43,88%; contro l’abuso delle misure cautelari: Sì 57,06%, No 42,94%; per la separazione delle funzioni di pm e giudice: Sì 76,46 %, No 23,54%; per il voto dei laici nei consigli giudiziari: Sì 74,97%, No 25,03%; sulle elezioni dei componenti togati del Csm: Sì 76,34%, No23,66%.

Dunque gli elettori vogliono con altissime percentuali un giudice terzo ed imparziale, che le valutazioni dei giudici e pm siano più trasparenti e quindi aperte a persone esterne al corpo della magistratura, che i gruppi deviati all’interno delle correnti non manovrino più le elezioni per il governo autonomo delle toghe di Palazzo dei Marescialli. Con percentuali più basse i cittadini chiedono che si rifletta sull’abuso della custodia cautelare e che le carriere politiche non vengano stroncate prima di una sentenza definitiva.

Cosa possiamo dire a caldo in merito a questo deludente risultato? Probabilmente all’origine c’è un micidiale combinato disposto di diversi fattori: la Corte costituzionale che ha bocciato i quesiti cosiddetti portagente ossia quello sul fine vita, sulla cannabis e sulla responsabilità diretta dei magistrati; abbiamo assistito ad una scientifica distrazione e disinformazione di massa realizzata a tavolino da gran parte della stampa; c’è stata poi la scelta di votare solo un giorno e per di più nel primo week end dopo la chiusura delle scuole; grande peso ha avuto l’ostruzionismo di Enrico Letta e Giuseppe Conte, ai quali si è aggiunta la scommessa sul fallimento della magistratura associata; infine l’atteggiamento della Lega che ha gestito malissimo la campagna, prima non depositando le firme in Cassazione e poi ricordandosi di aver promosso i referendum sono nelle ultimissime settimane.

Su quest’ultimo aspetto si inserisce la lucida analisi dell’Unione Camere Penali: se da un lato – scrivono in una nota – «abbiamo da subito denunciato l’incivile silenzio censorio sul voto referendario, e dunque la eclatante violazione del diritto dei cittadini a conoscere per deliberare. D’altronde, la storia dei referendum in Italia è da sempre una storia di ostracismo e di avversione al voto democratico diretto», dall’altro lato altresì «abbiamo denunciato dal primo giorno l’assurdità di una iniziativa referendaria appaltata ad una forza politica in esclusiva, su quesiti scelti e scritti senza interpellare nessun soggetto politico, associativo, accademico, culturale tradizionalmente vicino al patrimonio delle idee liberali della giustizia».

Una scelta definita «incomprensibile, politicamente insensata» dai penalisti guidati da Gian Domenico Caiazza «perché un percorso referendario così complesso e così prevedibilmente osteggiato avrebbe preteso l’esatto contrario, cioè la più larga condivisione delle scelte, delle responsabilità, delle energie. Il rischio è che il Paese possa pagare a caro prezzo questa scelta incomprensibile, aggravata dall’abbandono di ogni seria campagna elettorale innanzitutto da parte di chi ha proposto quei referendum, e dal sorprendente mancato deposito delle firme dei cittadini che li avevano sottoscritti».

Comunque non faremo come l’Anm che nel giudicare il proprio sciopero non è riuscita ad ammettere che è stato un flop. Lo diciamo chiaramente: questo risultato è un fallimento senza “però”, su cui andranno fatte diverse considerazioni a freddo, a partire da un ripensamento del quorum. Una cosa però permetteteci di controbatterla a quei magistrati che in questi giorni hanno profetizzato con soddisfazione questo risultato: i promotori dei referendum avrebbero dovuto portare alle urne, come detto all’inizio di questo articolo, oltre 25 milioni di elettori per raggiungere il quorum in quelle condizioni su descritte, l’Anm non è riuscita a far scioperare diecimila magistrati con presupposti prettamente favorevoli – in teoria – alla buona riuscita dell’iniziativa.

Oggi alle 14 inizieranno invece gli scrutini per le amministrative ma soprattutto alle 18, la commissione Giustizia al Senato riprenderà l’esame della riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario. Occorre votare su oltre 200 emendamenti ma prima si aspettano i pareri del Governo. Tre dei cinque quesiti (separazioni funzioni, elezioni Csm, voto degli avvocati nei consigli giudiziari) intervenivano direttamente sulla riforma. I risultati di stanotte peseranno sicuramente sul dibattito parlamentare. Previste poi domani altre sedute alle 10 e alle 14.30. Il provvedimento è atteso in aula per il 15, mentre il voto finale dovrebbe esserci giovedì alla presenza della ministra Cartabia.nzio incivile, ma anche scelta politica insensata»

«Abbiamo da subito denunciato l’incivile silenzio censorio sul voto referendario, e dunque la eclatante violazione del diritto dei cittadini a conoscere per deliberare. D’altronde, la storia dei referendum in Italia è da sempre una storia di ostracismo e di avversione al voto democratico diretto», scrive invece in una nota la Giunta dell’Unione Camere Penali.

«Ma abbiamo altresì dal primo giorno denunciato l’assurdità di una iniziativa referendaria appaltata ad una forza politica in esclusiva, su quesiti scelti e scritti senza interpellare nessun soggetto politico, associativo, accademico, culturale tradizionalmente vicino al patrimonio delle idee liberali della giustizia – continua – Una scelta incomprensibile, politicamente insensata, perché un percorso referendario così complesso e così prevedibilmente osteggiato avrebbe preteso l’esatto contrario, cioè la più larga condivisione delle scelte, delle responsabilità, delle energie. Il rischio è che il Paese possa pagare a caro prezzo questa scelta incomprensibile, aggravata dall’abbandono di ogni seria campagna elettorale innanzitutto da parte di chi ha proposto quei referendum, e dal sorprendente mancato deposito delle firme dei cittadini che li avevano sottoscritti». «Occorre ora che l’impegno politico dei liberali di questo paese per una giustizia più giusta, tra i quali in prima fila l’Unione delle Camere Penali Italiane, sappia trovare da subito la forza per rilanciare le proprie idee e le proprie battaglie», conclude.

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