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Prove nascoste al processo Eni: chiesto il rinvio a giudizio per i pm

Il processo si era chiuso con l'assoluzione di tutti gli imputati, e nella sentenza i giudici avevano criticato il comportamento degli inquirenti
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La Procura di Brescia ha chiesto il rinvio a giudizio del procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale e del pm Sergio Spadaro, oggi in forza alla Procura europea, per «rifiuto d’atto d’ufficio».

La vicenda è relativa alle prove potenzialmente favorevoli alla difesa non depositate al processo Eni-Nigeria, sulla presunta maxi tangente da 1 miliardo e 92 milioni versata ai politici nigeriani per l’ottenimento del blocco petrolifero per il giacimento Opl245. Tangente mai provata – il processo si è chiuso con l’assoluzione di tutti gli imputati, tra i quali l’attuale Ad di Eni, Claudio Descalzi, e l’ex numero uno, Paolo Scaroni – in quanto mancano «prove certe ed affidabili dell’esistenza dell’accordo corruttivo contestato», si legge nelle motivazioni della sentenza. Al contrario, i due pm sarebbero stati in possesso di prove che avrebbero potuto contribuire a provare l’innocenza degli imputati, prove tenute però nascoste.

Tra queste un video girato da Piero Amara, ex avvocato esterno di Eni, che dimostrerebbe il tentativo del grande accusatore Vincenzo Armanna (ex manager del cane a sei zampe) di screditare i vertici della compagnia, avviando una devastante campagna mediatica. De Pasquale, nel corso del processo, ha ammesso di essere in possesso «già da tempo» di quella prova, spiegando di «non averla né portato a conoscenza delle difese né sottoposto all’attenzione del Tribunale perché ritenuta non rilevante». Nessuna volontà di «arrecare qualsiasi vulnus», aveva chiarito, «noi ci siamo attenuti solo a quegli atti che direttamente potevano toccare l’evoluzione delle dichiarazioni di Armanna».

Il video riprendeva un incontro tra Amara (all’epoca ancora collaboratore di Eni), Armanna, Paolo Quinto (presentato come «capo della segreteria di Anna Finocchiaro») e Andrea Peruzy (segretario generale della Fondazione Italianieuropei) del 28 luglio 2014, ovvero due giorni prima che Armanna (da poco licenziato dalla compagnia ma comunque attivo negli investimenti all’estero nel settore petrolifero) si presentasse in Procura per rendere dichiarazioni spontanee dal contenuto fortemente accusatorio nei confronti di Eni e dei suoi dirigenti. Armanna manifestava il proprio interesse a «cambiare i capi della Nigeria» per piazzare, al loro posto, «uomini di suo gradimento ed essere così agevolato negli affari». E per fare ciò aveva intenzione di «gettare discredito sulle persone giudicate di ostacolo», anche adoperandosi per «far arrivare un avviso di garanzia», intenzione confermata dallo stesso durante il processo.

Ma c’è di più. Dopo gli interrogatori di Amara nell’ambito dell’inchiesta sul falso complotto Eni, il pm milanese Paolo Storari trasmise a De Pasquale e Spadaro delle chat trovate nel telefono di Armanna, dalle quali sarebbe emerso come quest’ultimo avesse versato 50mila dollari al teste Isaak Eke per fargli rilasciare delle dichiarazioni accusatorie nei confronti di alcuni coimputati. Tuttavia, nel processo sono state poi depositate dalla difesa di Armanna solo le presunte chat «false» che la stessa aveva già prodotto a De Pasquale e Spadaro. Secondo gli atti trasmessi da Storari, Eke non si sarebbe presentato in aula ritenendo il “compenso” di 50mila dollari insufficiente, mandando al suo posto un amico. Un ruolo centrale, il suo: sarebbe lui la fonte di tutte le informazioni di cui era in possesso Armanna relativamente alla presunta corruzione e ai pagamenti indebiti.

Che le chat depositate fossero false ora è provato anche da una perizia disposta dal procuratore aggiunto Laura Pedio sul telefono di Armanna, che ha stabilito che i messaggi WhatsApp che l’ex manager ha dichiarato di aver scambiato nel 2013 con Descalzi e Granata non sono mai arrivati ai destinatari da lui indicati, anche perché i numeri ascritti ai due all’epoca non erano nemmeno attivi e, quindi, non esisteva alcun traffico telefonico. La perizia sul telefono – clamorosamente mai sequestrato prima di luglio 2021, nonostante quei messaggi fossero stati anche consegnati strumentalmente da Armanna al Fatto Quotidiano – conferma dunque quanto scoperto da Storari: il pm aveva infatti verificato che quei numeri erano “in pancia” a Vodafone, circostanza segnalata ai colleghi De Pasquale e Spadaro, che però avevano minimizzato, sostenendo che in teoria potessero essere “invisibili” in quanto riconducibili ai servizi segreti.

Tale elemento era stato segnalato da Storari insieme ad altri, sollevando dunque il dubbio che Armanna potesse essere un calunniatore, così come Amara. Tant’è che il pm avrebbe voluto iscrivere entrambi sul registro degli indagati per le dichiarazioni sulla presunta “Loggia Ungheria”, inchiesta che, a suo dire, sarebbe stata bloccata proprio per non danneggiare il processo Eni- Nigeria.

 

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