Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Più del referendum sulle carriere servirebbe un doppio Csm

sito Consiglio Superiore Magistratura
Dal Gip milanese Guido Salvini, il riconoscimento del potere eccessivo dei pm. Ma anche un diverso, possibile, rimedio...
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Io sono del tutto d’accordo con l’obiettivo principale di chi ha proposto il referendum sulla separazione netta delle carriere, e cioè che i Pubblici Ministeri non possano condizionare le scelte dei giudici, ma credo che una separazione tout court, così come proposta, rischi di essere controproducente e poco realistica, perché non tiene conto del percorso dei giovani che affrontano il concorso di magistratura.

Non mi sembra logico che i due concorsi, come seguirebbe inevitabilmente a quanto proposto con il referendum, debbano essere separati. Dopo l’università, un laureato di 22- 23 anni, quando si prepara ad affrontare il concorso, conosce ben poco di quel mondo, e non può sapere in modo esatto cosa vorrà fare. Il concorso dovrebbe rimanere unico e così anche il tirocinio dei neo-magistrati che lo segue. Resta importante che tutti i possibili nuovi magistrati abbiano una cultura comune, e cioè che coloro che diventeranno magistrati conoscano le tecniche di investigazione, e nel contempo coloro che saranno i Pubblici Ministeri abbiano la piena consapevolezza di quali prove e come si debbano raccogliere per poter pervenire ad un giudizio corretto. Altrimenti sia gli uni che gli altri avranno una cultura giurisdizionale monca. Nei primi anni il percorso professionale è ancora un work in progress, e questo è nell’interesse di tutti. Separare immediatamente i giovani PM dagli altri magistrati rischierebbe di subordinare i primi completamente alla Polizia giudiziaria senza avere una cultura e una preparazione sufficiente per avere un’autonomia di giudizio rispetto alla stessa.

Mi sembra quindi del tutto accettabile, come previsto anche dalla riforma Cartabia, che il concorso rimanga unico e che nei primi anni sia consentito un mutamento di funzioni, certamente uno solo, in modo che ad un certo punto, presto ma non subito, la scelta divenga consapevole e definitiva. Chi vorrebbe la divisione integrale delle carriere sin dal momento del concorso non tiene inoltre in considerazione il fatto che la scelta iniziale non è necessariamente determinata dalla volontà di seguire una carriera o l’altra. Dato che i posti disponibili sono in numero limitato, soprattutto chi non si trova nei primi posti della graduatoria è costretto magari ad una funzione che non ritiene però definitiva, o che lo costringe a prestare servizio in una sede molto lontana da dove viveva. Qualche anno dopo potrà chiedere il trasferimento e ottenere la funzione definitiva di magistrato o di Pubblico ministero in una sede più accettabile, di solito anche per ragioni familiari. Di conseguenza almeno all’inizio un minimo di mobilità non può essere abolita.

Comunque già da molti anni i limiti posti dall’Ordinamento giudiziario rendono il passaggio da una categoria all’altra molto raro. Infatti per passare da Pubblico Ministero a giudice è obbligatorio trasferirsi in un’altra Regione, e ad un certo punto della vita personale ciò diventa molto improbabile. I passaggi dopo i primi anni di carriera infatti sono rarissimi. Nel mio ufficio, l’ufficio GIP di Milano, che per la sua importanza può essere ritenuto una cartina di tornasole, non c’è nessuno che, se non per pochissimi anni all’inizio della carriera, sia stato Pubblico Ministero. Praticamente tutti sono sempre stati giudici. D’altronde questo accade anche negli uffici della Procura, dove dopo qualche anno il ruolo di accusa diventa una vera e propria vocazione. Basti pensare, solo per fare esempi milanesi, che sostituti procuratori noti come Ilda Boccassini e Armando Spataro certo giudici non sono mai stati né hanno mai pensato di diventarlo. Sarebbe forse utile che all’ingresso in carriera il giovane magistrato non possa svolgere subito il ruolo del Pubblico Ministero ma debba prestare servizio, per un paio d’anni, in una Sezione penale collegiale in modo da acquisire una concreta idea del giudizio e del confronto, senza farsi trascinare subito da una funzione di parte e di semplice accusatore.

Detto questo, è indubbio che nella magistratura vi sia un potere dei Pubblici ministeri che va ben oltre il loro numero, tenuto conto che gli inquirenti rappresentano solo il 20% dei magistrati. Basti pensare al fatto che i fenomeni di clientelismo, malcostume e arrivismo che si sono evidenziati in modo prepotente in questi ultimi anni riguardano sempre le Procure e soprattutto le Procure nevralgiche, cioè quelle che hanno un’importanza strategica, superiore anche a quella di un Ministero o di un posto di governo. Quegli uffici in cui talvolta anche un semplice sostituto ha molta e immediata visibilità, possono intervenire in molti modi sulla vita di ciascun cittadino e, anche solo con un’informazione di garanzia, incidere sulla vita politica o amministrativa di una Regione o addirittura del Governo.Chi come me è da lungo tempo in magistratura sa bene che il potere dei Pubblici ministeri tende a tracimare, in quanto sono Pubblici Ministeri i personaggi più influenti e potenti delle correnti, nonché i consiglieri di maggior peso eletti nel Consiglio superiore della Magistratura.

A questo punto, per evitare che un magistrato venga giudicato, ad esempio quando fa domanda in un concorso, da Pubblici Ministeri i quali dovrebbero avere ben poco titolo per valutarlo, una soluzione, che certo comporterebbe una modifica costituzionale, potrebbe essere separare il Consiglio superiore della Magistratura in due organi, uno per i Pubblici Ministeri e uno per i magistrati giudicanti, e che ciascuna delle due categorie intervenga su vita professionale, promozioni, concorsi, sanzioni disciplinari solo di coloro che vi appartengono. Potrebbe comunque essere previsto nel contempo che per le questioni di interesse generale il Consiglio si riunisca in forma plenaria, cioè con la partecipazione di entrambe le categorie. In questo modo rimarrebbe comunque esclusa ogni forma anche indiretta di condizionamento sui giudici, che non dovrebbero preoccuparsi di essere “graditi” ai PM più potenti.

Capisco le ragioni di chi ha indetto il referendum, in particolare le associazioni degli avvocati, che sentono il loro ruolo in aula dinanzi al giudice in qualche modo sminuito e secondario rispetto a quello dei Pubblici Ministeri. Ma la separazione integrale delle carriere non è uno strumento così efficace. Se si volesse usare un escamotage, non così banale come sembra, per impedire collegamenti troppo stretti tra PM e giudici, sarebbe sufficiente che gli uni e gli altri lavorassero in due palazzi separati, così come gli uffici degli avvocati sono fuori dal Tribunale. Sarebbe molto più efficace questo di una separazione integrale, che finirebbe per darci magistrati che hanno sperimentato nelle aule solo, e qualche volta troppo e con troppa enfasi, il ruolo dell’accusatore.

Ultime News

Articoli Correlati