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Pd e 5S litigano anche quando vanno d’accordo: la sfida per il salario minimo

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I due alleati sostengono il provvedimento ma fanno a gara per la paternità della battaglia
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«Chi vive in baracca, chi suda il salario, chi ama l’amore e i sogni di gloria». A 41 anni dalla morte di Rino Gaetano (ieri l’anniversario), l’urgenza del centrosinistra è che per i milioni di lavoratori sfruttati, malpagati e frustrati il cielo torni a essere sempre più blu. O almeno un po’. Il grafico che vede l’Italia al palo per crescita degli stipendi tra i paesi Ocse negli ultimi 30 anni sta ormai girando sulle bacheche social di mezzo establishment, e ha reso ancora più chiara la necessità di fare qualcosa. Già, ma cosa?

Da una parte c’è la battaglia sul salario minimo, dall’altra quella per l’aumento degli stipendi. In mezzo, il grande tema del reddito di cittadinanza, che alcuni vorrebbero cancellare ma che la maggioranza delle forze politiche vede, soprattutto nel post pandemia, come uno strumento fondamentale per il sostegno alla parte più fragile della popolazione. La questione è in primo piano sulla scrivania di Mario Draghi, che nei prossimi giorni convocherà sia le parti sociali che i partiti di maggioranza per discutere il da farsi, ma sta creando polemiche tra M5S e Pd, che si intestano a vicenda le battaglie.

Il primo non ha dubbi: ciò che serve è l’approvazione il prima possibile del disegno di legge già depositato in commissione Lavoro a palazzo Madama per l’introduzione di un salario minimo attorno ai 9 euro all’ora. Il presidente M5S, Giuseppe Conte, è tornato a ribadirlo anche ieri, in occasione della festa della Repubblica. In un giorno come questo, ha twittato l’ex presidente del Consiglio, «le forze politiche e sociali di questo Paese devono assumere un impegno solenne affinché lavoro sia sinonimo di dignità: basta salari da fame, basta contratti precari, basta tirocini non retribuiti, lavoro nero e sfruttamento». Già nei giorni scorsi Conte ne aveva parlato come di «una grande battaglia» e di una bandierina «non del M5S ma di quattro milioni e mezzo di lavoratori e lavoratrici, soprattutto giovani e donne, che prendono paghe da fame».

La cifra si riferisce alla quantità di lavoratori che secondo l’Inps guadagnano meno di 9 euro l’ora, proprio quella che si discute possa diventare la paga minima. Addirittura sono circa due milioni e mezzo i lavoratori che non arrivano nemmeno a 8 euro l’ora, soprattutto in alcuni settori specifici come i servizi alle imprese e quelli di alloggio e ristorazione.

Un possibile alleato il Movimento l’ha trovato proprio nel Pd, che negli ultimi giorni ha aperto all’approvazione del ddl. Ma, come spesso accade tra i due amici- nemici, il passo avanti è sfociato in una polemica tra chi ha proposto prima l’introduzione della norma. «Se il Pd ci dà una mano, ben venga», ha detto Conte lasciando intendere che il provvedimento è cosa loro. Per tutta risposta, il segretario dem Enrico Letta ha tirato in ballo il reddito di cittadinanza, sacro Graal del grillismo. «Reddito di cittadinanza e salario minimo sono due questioni diverse – ha puntualizzato Letta – Il reddito di cittadinanza non deve essere legato alle politiche del lavoro, mentre il tema del salario minimo ha un’importanza fondamentale rispetto ad alcuni settori ed è un tema di cui discutere con le parti sociali». Questo perché, ha aggiunto il capo del Nazareno, «oggi troppi lavori poveri sono la regola, soprattutto per i giovani», dicendosi «convinto» che ci sia un un punto di dignità «sotto il quale non si può andare».

E mentre alcuni dem precisano che già nel 2018 il Pd aveva proposto una misura simile, ecco che nella mischia entra pure Carlo Calenda, secondo il quale il salario minimo deve essere sì introdotto, ma accompagnato da una restrizione dei criteri per ottenere il reddito di cittadinanza, dall’introduzione di una mensilità aggiuntiva senza tasse e contributi, dalla cancellazione del 50 per cento della tasse per gli under 30 e da una revisione del ruolo delle agenzie per l’impiego. Di una modifica del reddito di cittadinanza, nelle parte relativa alle politiche attive del lavoro, ha parlato anche la ministra per il Sud, Mara Carfagna, che invece ha definito «completamente irrazionale» l’idea di cancellarlo «nella parte in cui rappresenta uno strumento di sostegno al reddito». Con buona pace di Matteo Renzi, che ha lanciato la raccolta firma per cancellarlo in toto. Insomma, nelle prossime settimane il presidente del Consiglio avrà il suo bel da fare nel cercare una mediazione tra le parti.

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