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«Io, aspirante magistrato, dico: quelle critiche di Poniz sono ingiuste»

Crisi d'impresa, via alla nuova procedura
La replica all'ex presidente dell'Anm dopo il flop dell'ultimo concorso: «C’è da chiedersi se c’è bisogno di magistrati che sappiano la lingua italiana o di magistrati preparati»
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Ritengo sia stata ingenerosa la critica nei confronti degli aspiranti magistrati fatta dal Dr. Poniz, (ex presidente dell’Anm e tra i 30 membri della commissione d’esame dell’ultimo concorso, ndr). E ciò per più motivi. Vorrei subito mettere in evidenza l’autocelebrazione di quest’ultimo quando ha affermato, comparandosi agli aspiranti, che ha imparato ad andare daccapo sin dalla terza elementare.

Posto ciò mi chiedo se la critica sotto il profilo linguistico – eccessivamente posto in risalto dal Dr.  Poniz – non rappresenti proprio la causa della lungaggine dei processi laddove i magistrati invece di scrivere sentenze pensano di fare dei temi. Le dico come spesso le sentenze, pur scritte correttamente in italiano, siano sbagliate dal punto di vista del contenuto, ovvero del diritto, con inevitabile appesantimento dei tempi di giustizia.

Infatti ci sono provvedimenti che applicano degli istituti del tutto inconferenti rispetto alla  problematica posta nella domanda portata all’attenzione del magistrato che la deve decidere. Allora è opportuno chiedersi se il Dr. Poniz, con la sua ingenerosa critica agli aspiranti, abbia centrato il problema o abbia solo voluto farci sapere che egli sin dalla terza elementare ha imparato ad andare daccapo.

In più non si trascuri il fatto che quando il magistrato scrive la sentenza ha a sua disposizione codici  commentati, vocabolari, libri di diritto, manuali di diritto, banche dati e, dato non trascurabile, il fattore tempo a sua disposizione per scrivere al meglio la sentenza, anzi il tema. Quindi con tutta calma può controllare il  provvedimento sia sotto il profilo grammaticale, sintattico, logico giuridico, argomentativo etc etc.

L’aspirante magistrato, invece, quando redige un tema, ha a sua disposizione un codice (peraltro  neanche commentato) con almeno una ventina di questioni di diritto in attesa di essere risolte ovvero dibattute, da commentare in sede di esame, ma soprattutto da ricordare e con un fattore tempo piuttosto limitato. Allora in quella circostanza il concorsista, a differenza del magistrato, cerca di centrare la traccia sotto il profilo tecnico trascurando o meglio mettendo in subordine, date le circostanze, il fattore linguistico ingenerosamente oggetto di critica del Dr. Poniz che tanto clamore ha suscitato.

Insomma, il Dr. Poniz, che ricordiamolo è un magistrato e non un professore di italiano, ha  ingenerosamente criticato gli aspiranti sotto il profilo linguistico comparandosi in modo non equilibrato ad essi. Verrebbe a questo punto da dubitarne della sua legittimazione a tale giudizio. Infine le rappresento che nella pratica di tutti i giorni delle aule di giustizia, si predilige la sinteticità  degli atti e la focalizzazione immediata della problematica giuridica da sottoporre all’attenzione del giudicante,  proprio per agevolarne la immediata decisione.

Dall’altro lato, ovvero dal lato del magistrato, il legislatore, memore delle lungaggini del processo, ha imposto la motivazione sintetica del provvedimento.  Ciò per significarle che l’esigenza della giustizia non è prevalentemente la lingua italiana, che pure è  importante, ma soprattutto un’ottima preparazione di diritto da cui discende la semplificazione – in modo  esaustivo – del provvedimento finale. In sintesi c’è da chiedersi se c’è bisogno di magistrati che sappiano la lingua italiana o di magistrati preparati.

In attesa di un suo riscontro, porgo distinti saluti

Avv. Francesco Piscopo del foro di Napoli, aspirante magistrato

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