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«Mi hanno fatto vedere mia madre nella bara. In videochiamata…»

ergastolo ostativo
Le drammatiche lettere di Francesco, detenuto a Cosenza e che finirà di scontare la pena a ottobre, inviate all’Associazione Yairaiha onlus nelle quali racconta come non gli è stato concesso il permesso dell’ultimo saluto
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Sandra Berardi

presidente Yairaiha onlus

 

La storia narrata da Francesco nelle due lettere che seguono questa riflessione è, purtroppo, molto più frequente di quanto si possa immaginare. Premetto che le due lettere sono state consegnate quasi contemporaneamente intorno al 20 maggio per cui non è stato possibile intervenire in nessuna maniera; ma la storia di Francesco riapre una serie di considerazioni in merito alla funzione del carcere e al ruolo del personale penitenziario e degli organi di tutela dell’esecuzione penale e dei diritti dei detenuti. Una madre, o comunque un familiare prossimo, in fin di vita è, per qualsiasi persona, un evento tragico, doloroso. Ancor più se la morte arriva dopo una lunga malattia. Ogni essere al mondo, nel corso della propria vita ha fatto, o farà, i conti con un lutto particolarmente doloroso e significativo; e ognuno di noi ha cercato, o cercherà, di stare vicino al proprio caro fino all’ultimo respiro.

Francesco lo ho incontrato una sola volta, durante una ispezione. Dalla chiacchierata che facemmo emerse l’amore per la madre, il desiderio di poterle stare vicino, la volontà di cambiare vita anche, e soprattutto, per lei. È da qualche anno che Francesco ci scrive, e in ogni richiesta di aiuto che ci ha inviato in questi anni il pensiero è stato sempre rivolto a sua madre. Una figura senz’altro positiva nella sua vita, non una di quelle “frequentazioni con soggetti controindicati” registrate nelle informative di Ps fino al 2008, piuttosto uno stimolo a operare quel cambiamento che il carcere si propone quale fine della pena. Elemento positivo che il Got (Gruppo di osservazione e trattamento) avrebbe dovuto mettere a valore per permettere a Francesco di recuperare gli sbagli del passato; magari anche facendo un piccolo strappo alla regola laddove non ci fossero stati i requisiti; oppure suggerendo di presentare subito la richiesta di permesso di necessità in vece del permesso premio perché Francesco aveva tutto il diritto di beneficiare di un permesso di necessità (art. 30 OP), dal momento che è previsto per eventi di particolare gravità, in correlazione con la vita familiare e con la possibilità che l’evento vada ad incidere nella vicenda umana del detenuto.

L’art. 30 OP infatti, recita: “Nel caso di imminente pericolo di vita di un familiare o di un convivente, ai condannati e agli internati può essere concesso dal magistrato di sorveglianza il permesso di recarsi a visitare, con le cautele previste dal regolamento, l’infermo. Agli imputati il permesso è concesso dall’autorità giudiziaria competente a disporre il trasferimento in luoghi esterni di cura ai sensi dell’articolo 11. Analoghi permessi possono essere concessi eccezionalmente per eventi familiari di particolare gravità”.

Ammesso che il magistrato di sorveglianza risponda! E a Francesco il magistrato non ha risposto, dimenticandosi del suo ruolo di garante principale della correttezza dell’esecuzione penale che dovrebbe essere sempre ispirata, e guidata, da quei principi di umanità e dignità espressi dall’art. 27 della nostra Costituzione. Francesco ha definito tortura il poter vedere attraverso un anonimo cellulare la madre nella bara, e lo è. Un atto di una brutalità mostruosa del quale dovremmo vergognarci tutti se avessimo ancora il senso della pietas.

Ecco le due lettere di Francesco.

22 aprile

Carissima associazione Yairaiha, sono Francesco M., spero vi ricordiate di me, sono ristretto nel carcere di Cosenza ed ho un disperato bisogno di aiuto. Mi trovo recluso nel reparto alta sicurezza, 1° piano, cella 9, benché ho un reato comune e mi mancano meno di 6 mesi per il fine pena. Beneficio di permessi premio da due anni perché, purtroppo, mia madre è ammalata di un tumore maligno al fegato e l’oncologa gli ha anche sospeso la chemioterapia….Ho anche usufruito di permessi speciali in base al decreto ristori per contenere i contagi da covid 19. Per Pasqua , invece, la richiesta di permesso mi è stata rigettata anche se avevo allegato anche i certificati medici di mia madre, perché il magistrato, assieme agli educatori e alla direttrice, hanno stabilito che i permessi, anche quelli covid, li danno ogni 45 giorni. Ad oggi nel reparto alta sicurezza siamo quasi tutti contagiati da covid; c’è un vero e proprio focolaio. Mentalmente sono distrutto: mancano gli educatori e mi dicono che non posso richiedere altri permessi. In questa situazione non so più dove sbattere la testa. Necessito disperatamente di un aiuto; non auguro a nessuno di avere la madre morente e trovarsi chiuso dietro 4 mura dove ti vengono negati i tuoi diritti.

11 maggio

Carissima associazione sono sempre Francesco, spero vi siano arrivate le mie lettere precedenti. Vi ricordo che beneficio di permessi premio, compresi i permessi in base al decreto ristori per contrastare i contagi validi fino al 31 dicembre. Sono recluso nel carcere di Cosenza e il mio fine pena è ottobre 2022. Purtroppo, giorno 8 maggio, mia madre è morta; era affetta da un tumore maligno al fegato e malgrado avessi mandato la richiesta per un permesso premio per starle vicino nell’ultimo periodo della sua vita, mi è stato rigettato e giorno 8 maggio, intorno alle 19.00, mi viene data la notizia da un ispettore di sorveglianza che mia madre è morta. L’unica cosa che mi è stata data è stata il giorno dopo poterla vedere dentro una cassa da morto con una videochiamata! Ho presentato la richiesta di permesso di necessità, allegando il certificato di morte di mia madre per poterle dare l’ultimo saluto al suo funerale ma neanche questo mi è stato concesso dal magistrato di sorveglianza che non si è degnato nemmeno di rispondere. Non esiste tortura peggiore che vedere tua madre morta in videochiamata mentre sei chiuso tra quattro mura e non puoi darle l’ultimo saluto. Io avevo solo mia madre e, ormai, non ho più nessuno né un posto dove andare. Mi chiedo solo se questo magistrato abbia una coscienza dato che, ormai, sono stato trattato come una bestia. Voglio solo che questa storia possa essere raccontata fuori da queste mura perché questo non accada più a nessuno. Ormai a me hanno tolto la voglia di vivere; mi auguro solo che almeno voi possiate raccontare tutto questo.

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