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Affettività e sessualità in carcere: «Ce lo chiede l’Europa»

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Lo spiega l’avvocata Annamaria Alborghetti, responsabile commissione carcere Camera Penale di Padova, organizzatrice del convegno di martedì “Il cuore oltre le sbarre, affettività e sessualità in carcere: diritti negati”
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“Il cuore oltre le sbarre, affettività e sessualità in carcere: diritti negati”, è il titolo del convegno organizzato dalla Commissione Carcere della Camera Penale di Padova “Francesco de Castello”. Si svolgerà martedì 31 maggio alle ore 15, presso il Centro Culturale San Gaetano. Una iniziativa che ritorna di attualità grazie alle recenti polemiche provenienti da alcune parti politiche, principalmente Lega e Fratelli d’Italia, totalmente avulse dalla realtà, senza minimamente prendere in considerazione che siamo tra i pochissimi paesi al mondo a rimanere indietro rispetto ai diritti già acquisiti altrove da molto tempo.

«Le relazioni affettive devono avere uno “spazio riservato” e un “tempo disteso”. Vale per tutti. Anche per chi è privato della libertà ma non dovrebbe essere privato dei suoi diritti fondamentali, e quindi del diritto all’affettività e alla sessualità, la “salute sessuale” come la definisce l’Oms», così spiega l’avvocata Annamaria Alborghetti, la responsabile Commissione Carcere Camera Penale di Padova e che concluderà i lavori del convegno. Sottolinea che «ce lo chiede l’Europa» con la raccomandazione 134/ 1997 del Consiglio d’Europa, invitando gli Stati membri a mettere a disposizione dei detenuti luoghi per incontrare la famiglia. Così come c’è la raccomandazione del Parlamento Europeo n. 2002/ 2188 del 2004 secondo cui i detenuti devono avere «una vita affettiva e sessuale attraverso la predisposizione di misure e luoghi appositi».

Chi ha risposto all’appello? Ben 31 paesi su 47 del Consiglio d’Europa senza distinzione di sistemi politici e con soluzioni diverse: dal colloquio prolungato non sorvegliato, come in Croazia o in Romania, alla predisposizione di stanze, come in Spagna, o di veri e propri appartamenti, a volte immersi nel verde e dotati di ogni comfort, dove il detenuto può incontrare il partner, ma anche i figli o gli amici, come in Norvegia, Danimarca e Olanda. O in Francia dove le Unités de Vie Familiale sono piccoli appartamenti con una o due stanze da letto, un bagno e una zona cucina separati dalle sezioni detentive ma all’interno del penitenziario. Nel Canton Ticino c’è il “congedo interno” per incontrare il partner, familiari e amici in una casetta, la c. d. “Silva”, o il “colloquio gastronomico”, un pasto in compagnia di parenti e amici.

«Vivere l’affettività e la sessualità – spiega l’avvocata Alborghetti fa bene a tutti, sicuramente al detenuto, ma anche alla società nella quale il detenuto si reinserisce». Eppure, sottolinea sempre la responsabile Commissione Carcere Camera Penale di Padova, da oltre 25 anni si tenta di adeguare l’Italia agli altri 31 Paesi del Consiglio Europeo: ci aveva provato nel 1997 il dr. Coiro, capo del DAP, con una circolare che invitava a trovare spazi adeguati, e ancora, fino all’eccezione di costituzionalità sollevata nel 2012, fino alle proposte di legge che attendono fiduciose in Commissione Giustizia.

Qualcuno ha tentato di affermare che il diritto a consumare il matrimonio è garantito dalla Costituzione e ha invocato la concessione di un permesso di necessità ma la Cassazione ha detto che «tra gli eventi di particolare gravità può rientrare tutto ciò che ha il carattere dell’eccezionalità e non il diritto ad avere rapporti sessuali, che per sua natura, non ha alcun carattere di eccezionalità». Magari per chi è detenuto anche sì. Il convegno di Padova vuole discutere sullo stato dell’arte e sulle proposte in discussione (forse), ma anche sui danni fisici e psicologici della privazione affettiva e sessuale, sul senso del tempo dell’affettività reclusa e, in concreto, come si progettano e realizzano gli spazi degli affetti dentro un luogo di detenzione.

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