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L’Iran vuole impiccare Ahmadreza Djalali. E l’Italia non può stare a guardare

Entro fine mese il ricercatore sarà giustiziato. Accusato di spionaggio, Djalali è detenuto da quattro anni nel famigerato carcere di Evin dove sono stati torturati e uccisi migliaia di oppositori al regime degli Ayatollah
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Con l’epidemia Covid e la guerra in Ucraina l’estremismo islamico sembra passato di moda almeno nei mass- media. Ma non è affatto scomparso. Non è più in grado di colpire in Europa, come avvenuto con le sanguinose stragi dell’Isis in Francia, Spagna, Inghilterra e Germania ma la sua ideologia e le sue milizie si allargano in molti paesi più fragili, in particolare in Africa.

È di pochi giorni fa la notizia, passata troppo velocemente sulla stampa, di Shehu Shagari, una studentessa cristiana nigeriana massacrata nella sua scuola perché accusata di un commento ritenuto offensivo nei confronti di Maometto. Decine di studenti l’hanno prelevata dalla sua stanza, lapidata e bruciata con copertoni in fiamme. Dopo l’arresto di due di loro, altre centinaia di estremisti hanno sfilato al grido di Allah Akbar chiedendone l’immediato rilascio. Ed è ancor più recente la notizia del rapimento di tre cittadini italiani in Mali, opera con ogni probabilità del gruppo islamico Jnim che agisce in quella regione.

Intanto il regime di Teheran annunciato che entro la fine di maggio sarà impiccato Ahmadreza Djalali, un ricercatore universitario che si occupa dei rapporti tra medicina e disastri ambientali. Il rischio per il prigioniero, nonostante la mobilitazione di associazioni come Amnesty International, Nessuno tocchi Caino e tante altre e del mondo della cultura internazionale, è altissimo. Djalali è accusato di spionaggio e collaborazione con governi nemici. Tra le sue “colpe” quella di aver partecipato ai lavori di un master cui erano presenti anche colleghi israeliani. Ma non c’è da stupirsi. Quella di spionaggio è l’accusa più frequente che il dispotico regime iraniano utilizza come pretesto per mostrare all’interno e all’esterno la sua arroganza e spaventare ogni genere di opposizione.

Si trova detenuto da quattro anni nel famigerato carcere di Evin dove sono stati torturati e uccisi migliaia di oppositori al regime degli Ayatollah. Le fotografie di Djalali prima dell’arresto ci restituiscono l’immagine di un giovane professore entusiasta e sorridente. Oggi, nell’unica fotografia uscita dal carcere, ha il volto incavato e gli occhi senza più espressione, sono quasi quelli di uno spettro. Non possiamo disinteressarci della sorte di Djalali anche perché egli ha solidi legami con l’Italia ed è stato per quattro anni ricercatore presso l’Università Orientale del Piemonte nel campo della medicina dei disastri e delle emergenze ed è molto stimato dai suoi colleghi che sono stati i primi a mobilitarsi per salvarlo. È stato arrestato proprio quando era tornato a Teheran proprio per partecipare ad un convegno medico. La Svezia, con una scelta coraggiosa di diritto internazionale, sta processando Hamid Noury, un capo della feroce polizia politica degli Ayatollah che nel 1988 ebbe un ruolo importante nei tribunali rivoluzionari che portarono in pochi mesi all’esecuzione di almeno 10.000 oppositori laici alla dittatura religiosa khomeinista in modo da eliminare qualsiasi forma di resistenza al nuovo regime. I corpi non furono mai nemmeno restituiti ai familiari.

Noury viaggiava tranquillamente per l’Europa ma, grazie ad alcuni oppositori che erano riusciti a fuggire in Svezia, è stato identificato come un di torturatore e arrestato in un aeroporto svedese da dove stava partendo alla volta di Milano. E la Svezia ha deciso di processarlo, per circa 100 omicidi, sulla base del principio della “giurisdizione universale”, il principio a fondamento dei Tribunali internazionali, per il quale in caso di delitti contro l’umanità il processo può essere instaurato anche in un paese diverso da quello in cui è stato commesso soprattutto quando il responsabile è un esponente del potere di quel paese.

Nel contempo la Svezia ha conferito la cittadinanza svedese a Djalali e alla sua famiglia che è già rifugiata in quel paese. Serve qualche iniziativa seria anche da parte dell’Italia: convocare l’ambasciatore iraniano in Italia ad esempio per chiedere spiegazioni prospettandogli che può diventare persona non gradita e dover lasciare l’Italia. Sempre che, e il timore è giustificato, non si ritenga che qualche contratto internazionale sia più importante della salvaguardia della vita di un uomo. E questo sarebbe davvero una vergogna. E se Djalali fosse è impiccato, il governo potrebbe far salire subito, con una scelta politica una volta tanto nobile e coraggiosa, gli addetti all’Ambasciata iraniana sul primo aereo in partenza per Teheran.

P. s. Per firmare le petizioni in favore della salvezza di Ahmadreza Djalali e dare un contributo alle campagne in suo favore si può collegarsi al sito di Amnesty International e al sito www. change. org

 

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