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Claudio Vigorelli e Alessandro Moggi: «Garantiamo i nostri atleti ma anche le società»

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I due procuratori sportivi parlano della situazione che vive oggi il mondo del calcio e ricordano anche la figura di Mino Raiola. «È stato un grande professionista»
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La prematura scomparsa di Mino Raiola, per tanto tempo al fianco di campioni del calibro di Ibrahimovic, Donnarumma e Pogba, ha lasciato un vuoto. Quando si parla degli agenti sportivi, la narrazione che ha preso corpo negli ultimi quindici anni fa pensare a dei “Re Mida” del ventunesimo secolo. A prevalere, spesso, sono alcuni luoghi comuni che prevalgono sugli aspetti tecnici di un lavoro sicuramente avvincente e gratificante, ma anche molto delicato. Ma quanto è cambiato il lavoro degli agenti sportivi dagli inizi del Duemila ad oggi? Ne abbiamo parlato con due dei più importanti rappresentanti della categoria: Alessandro Moggi e Claudio Vigorelli. Il primo, nel calcio da circa trent’anni, rappresenta, tra gli altri, il bomber della Lazio Ciro Immobile. Vigorelli è l’agente di Marco Materazzi, campione del mondo con la Nazionale nel 2006 ed ex difensore dell’Inter. Ha seguito passo dopo passo l’ex portiere del Milan, Christian Abbiati, e assiste il talentuoso attaccante della Roma Nicolò Zaniolo.

«Voglio premettere – dice al Dubbio Alessandro Moggi – che il nostro è un lavoro impegnativo, estremamente concorrenziale. Negli ultimi vent’anni siamo andati incontro a profondi cambiamenti. Mi riferiscono prima di tutto alla deregulation della Fifa, che ha aperto le porte a tantissimi soggetti nel sistema del calciomercato anche senza avere delle competenze vere e proprie. In Italia il mercato si è aperto moltissimo agli agenti esteri. Un altro cambiamento ha riguardato il mercato dei calciatori. Fino a qualche anno fa, il sessanta-settanta per cento dei giocatori in campo erano italiani, da cinque anni a questa parte si è invertita la percentuale. Ci sono pochissimi calciatori italiani in campo in serie A con un ribaltamento della situazione. Poco meno del settanta percento dei giocatori è straniero e scende in campo. I giocatori italiani sono circa il trenta per cento. Questa situazione ha portato ad un cambiamento della professione, perché, oltre alla semplice attività di agente di calciatori, come facevamo originariamente, andando a scoprire i talenti italiani nei settori giovanili, oggi siamo degli intermediari dei calciatori stranieri».

Spesso gli agenti sono definiti i “Re Mida” del calcio, in grado di condizionare le società sportive. Una definizione che non piace ad Alessandro Moggi. «Sicuramente – commenta – è un luogo comune ed una definizione che non può riguardare tutti noi. Ci sono tanti colleghi che, avendo ben chiaro il ruolo di tutelare il loro cliente, creano un progetto di natura non solo commerciale, direi a largo spettro, costruito attorno al calciatore e in collaborazione con il club di appartenenza. Quando si condivide questo tipo di filosofia, l’agente diventa un supporto e non un nemico come invece lo si vuole far passare». Moggi ha conosciuto da vicino Mino Raiola. «Il nostro incontro – ricorda – risale a tanti anni fa. Abbiamo lavorato a lungo a stretto contatto. Era un agente abile e capace, molto intelligente. Aveva una grande capacità nell’individuare il talento dei calciatori. Non a caso tanti di loro sono diventati dei campioni. Era un abile tessitore di trattative commerciali di altissimo livello. La capacità di negoziazione nei contratti lo ha reso uno dei migliori colleghi. È una grande perdita per tutti noi. Un dispiacere per chi lo ha conosciuto».

Secondo Claudio Vigorelli, attribuire agli agenti le sorti del calcio è una vera e propria esagerazione. «Non ho mai creduto – evidenzia alla definizione di noi agenti come persone con poteri immensi. A volte certe definizioni che ci riguardano mi fanno anche un pochino ridere. Per molti giocatori, che iniziamo a seguire in età molto giovane, dobbiamo essere un po’ padri e accompagnarli al meglio nelle loro carriere. Sono convinto che sia il giocatore a fare grande l’agente e non il contrario. A volte passa il concetto che l’agente è colui che orienta le carriere dei giocatori. Posso aggiungere che ci sono tanti agenti che con professionalità lavorano ogni giorno per mettere il proprio assistito nelle condizioni di trovare la strada per una carriera importante e piena di soddisfazioni. Il procuratore che porta il giocatore a scadenza per guadagnare le commissioni viene descritto secondo luoghi comuni, finalizzati più che altro a fare notizia. I giocatori, prima di tutto, sono di proprietà dei club. Il diritto patrimoniale è del club e non certo dell’agente. Quest’ultimo deve essere bravo a discutere il contratto e ad amministrarlo, mettendo sempre al primo posto la vita, la carriera del giocatore, i rapporti con le squadre e con i media».

Quello dell’agente sportivo è un lavoro che richiede sacrifici. I calciatori con qualità vanno seguiti sin dalla giovane età. Da quando iniziano a correre negli stadi di periferia. «Il nostro lavoro – commenta Vigorelli – si basa su passione, pazienza, creatività ed impegno. Altro aspetto è quello della intermediazione, come agente di un club nel vendergli o portargli un giocatore. Molte volte noi siamo un valore aggiunto, perché creiamo delle grandi opportunità per le società e per il giocatore. Pensiamo al caso di un calciatore sconosciuto, che poi si fa apprezzare e risulta determinante. Noi agenti siamo una risorsa per le soluzioni che portiamo ai club». Mai far venire meno la passione per quello che si fa. «È afferma Vigorelli -il motore di tutto. Il guadagno è una conseguenza. Il progetto Zaniolo (gioiello della Roma di Mourinho, nda) mi riempie di attenzione e di tempo. Nicolò è sicuramente un talento assoluto per il quale occorre un lavoro appassionato, direi certosino».

L’ultimo pensiero Vigorelli lo dedica al collega Raiola: «Mino è stato un competitor stimolante. Avevamo filosofie di lavoro un po’ diverse. Per quanto mi riguarda, io preferisco stare dietro le quinte. Raiola è stato un grande professionista, un grande lavoratore e i giocatori che ha rappresentato ne sono la prova. Nei colleghi di successo ho visto sempre uno stimolo per me. Un termine di paragone per migliorarmi. Una cosa che con gli anni tendo a riscontrare è che i giocatori che tu rappresenti sono un po’ lo specchio di te stesso. La scomparsa di Raiola è una perdita per tutto il calcio».

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