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Calano i processi ma la giustizia è sempre più lenta: «Impossibile dare la colpa agli avvocati»

contributo unificato
La Commissione europea sfata il mito dell’azzeccagarbugli. De Notaristefani: «Eccesso di formalismo il vero problema»
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Tanti avvocati, pochi giudici. E tempi troppo lunghi per i processi civili, che necessitano di quasi 1600 giorni per arrivare in Cassazione. Un record, in Europa, dove l’Italia, secondo il rapporto annuale sui sistemi giudiziari della Commissione europea, si piazza al primo posto, praticamente doppiando la seconda in classifica, ovvero la Spagna.

La colpa, ebbero a dire l’ex pm di Mani Pulite Piercamillo Davigo e l’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, sarebbe proprio degli avvocati: troppi, avevano sottolineato, con conseguente «domanda patologica di giustizia». Una teoria che, però, si scontra con i dati: nel nostro Paese, stando ancora al rapporto, il numero di procedimenti civili, commerciali e amministrativi, negli ultimi dieci anni, è pari a 10 ogni 100 abitanti. L’Italia è dunque agli ultimi posti in Europa per numero di nuove cause. Ciò nonostante, i tempi sono ancora lunghissimi: per arrivare a una sentenza di primo grado, nel 2020, sono serviti quasi 700 giorni, mentre ne servono meno di 200 ai primi dieci Paesi classificati.

Un dato che, nel 2020, è peggiorato, a causa del temporaneo rallentamento dell’attività giudiziaria dovuto alle rigorose misure restrittive introdotte per far fronte alla pandemia: nel 2018 e nel 2019 servivano poco più di 500 giorni, mentre nel 2012 erano necessari 600 giorni. Lenta anche la Francia, dove servono più di 600 giorni per chiudere il primo grado di giudizio. Per una sentenza di secondo grado in Italia sono invece necessari oltre mille giorni, mentre in Germania ne servono meno di 300.

Ma il nostro Paese è in fondo alla classifica anche per numero di giudici: l’Italia è infatti al ventunesimo posto con undici toghe ogni 100mila abitanti, contro le 25 della Germania e le 40 dell’Ungheria. Su una pianta organica di 10.433 magistrati, infatti, sono 1.431 i posti vacanti. Mentre sono circa 400 ogni 100mila abitanti gli avvocati nello Stivale, quarto nell’Ue per numero di legali in proporzione alla popolazione, dopo Lussemburgo, Cipro e Grecia. La Germania, invece, si piazza al decimo posto, con 200 legali ogni 100mila abitanti, numero che scende a 100 in Francia.

A fronte di tali numeri, è scarsa la stima della gente nei confronti di giudici e tribunali: ad avere una percezione positiva del loro grado di indipendenza è poco meno del 40%, dato che ci fa piazzare al 23esimo posto in Europa. I numeri restituiscono dunque un quadro a tinte fosche per la giustizia italiana. Ma quel che è certo, secondo il presidente dell’Unione delle Camere civili, Antonio de Notaristefani, è che la colpa non può essere addebitata agli avvocati.

«Diminuiscono le nuove cause, diminuiscono gli avvocati, ma i tempi dei processi si allungano ancora di più – commenta al Dubbio il leader dei civilisti -. Questo rapporto certifica quello che noi avvocati sappiamo da tempo: il sospetto che i tempi lunghi della giustizia italiana siano determinati dal fatto che troppi avvocati fanno cause inutili per sbarcare il lunario non è vero. I tempi di durata dei processi sono dati dal numero dei processi arretrati e dalla produttività dei giudici, che sono certamente troppo pochi».

Ma la scarsa produttività, spiega de Notaristefani, non è legata solo al numero di magistrati o al numero di fuori ruolo – 225 toghe in totale, alle quali si aggiungono i numeri degli incarichi extra giudiziari, 768 in un anno: «Quello che forse incide maggiormente sui tempi della giustizia civile è un formalismo esasperato che esiste solo in Italia – sottolinea -. Faccio un esempio: a marzo 2022, la Cassazione ha nuovamente rimesso alle Sezioni Unite la questione della validità della procura spillata su foglio separato. Sono iscritto all’albo, dei praticanti prima e degli avvocati poi, dal 1982. E di questa questione ho sentito parlare sin da allora e sistematicamente ogni tre-quattro anni. Nel 1997 il legislatore ha fatto una legge per dire che la procura spillata su foglio separato è valida. Ma la Cassazione, oggi, continua a fare sentenze e a rimettere alle Sezioni Unite la stessa questione».

Il che vuol dire disperdere una parte molto significativa dell’attività giurisdizionale in questioni di carattere formalistico. «Discutiamo delle regole del processo – continua de Notaristefani -, non di chi ha ragione e di chi ha torto. Mettendo insieme tutti questi elementi mi sembra chiaro che i tempi della giustizia si allungano». Altro problema è l’incertezza delle decisioni: «Se la Cassazione cambia idea in continuazione su tutto, chiunque sarà indotto a portare le cause fino alla Suprema Corte, perché si può sempre sperare in un cambio di indirizzo – aggiunge -. L’idea che un avvocato possa far cause inutili è poi anacronistica. Può darsi che 50 anni fosse così, e che la durata dei processi consentisse agli avvocati di chiedere compensi più alti, ma oggi il cliente paga a risultato ottenuto e non fa altro che lamentarsi della durata dei processi, quasi come se la imputasse a noi. E quanto più dura il processo tanto più diventa difficile farsi pagare».

I veri danneggiati dalla durata dei processi, insieme ai cittadini, sono dunque proprio gli avvocati. «Chiudere un processo dopo anni per il cittadino è un’ingiustizia ed è chiaro che a fare da parafulmine è l’avvocato, perché media il contatto con il mondo della giustizia – conclude de Notaristefani -. Sono cose facilmente intuibili, ma quando lo diciamo noi avvocati veniamo accusati di difesa corporativa. Ora che lo dice il rapporto Cepej speriamo che qualcuno si convinca». Nonostante i numeri impietosi con il nostro Paese, la Commissione europea ha espresso commenti entusiastici sulle iniziative politiche in fatto di giustizia. «Diamo un giudizio molto positivo delle riforme della Giustizia in Italia e ora monitereremo che effettivamente verranno realizzati gli obiettivi – ha dichiarato il commissario europeo alla Giustizia, Didier Reynders -. Ho avuto molti scambi con la ministra Marta Cartabia nel corso dell’anno per vedere come fare progressi».

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