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Esclusivo – L’audio inedito in cui Falcone difende il capitano De Donno

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L'ex Ros è stato tirato in ballo nel processo Trattativa Stato mafia, ma per il giudice ucciso dalla mafia era un uomo fidato. Ecco la deposizione di Falcone del 1992
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«Come sempre, il capitano De Donno ha svolto di buon grado anche questo compito». L’avvocato Pietro Milio? «Una persona serissima, uno dei pochi avvocati disposti ad assistere chi collabora con la giustizia nonostante comporti rischi e sacrifici». A trent’anni dalle stragi di mafia che si intersecano con il trentennale di Tangentopoli (e vedremo il collegamento), queste sono le ultime parole pubbliche di Giovanni Falcone. Parliamo del giorno di San Valentino del 1992, a tre mesi dall’attentato che subirà a Capaci. Il Dubbio è riuscito a recuperare l’audio inedito del giudice, ritrovandolo per puro caso tra migliaia di processi registrati nell’archivio di Radio Radicale.

Giovanni Falcone, il 14 febbraio del 1992, sentito come teste nel processo Giuseppe Giaccone, ha speso parole di elogio verso due persone che – dopo la sua morte e quella di Paolo Borsellino – saranno messe sotto una oscura luce. L’ex Ros Giuseppe De Donno subirà decenni di persecuzione giudiziaria; mentre l’avvocato Pietro Milio, scomparso nel 2010, padre dell’attuale legale che ha difeso i Ros al processo Trattativa, non sarà visto di buon occhio per aver difeso non solo Mario Mori e De Donno stesso, ma anche l’ex funzionario del Sisde Bruno Contrada.

La confessione a Falcone dell’ex sindaco di Baucina Giuseppe Giaccone

Perché Falcone è stato sentito come testimone? E soprattutto chi è Giaccone? Quest’ultimo era uno stimato professore universitario di algologia con un passato da sacerdote, ma soprattutto era l’ex sindaco di Baucina, un piccolo paese in provincia di Palermo. Quando si presenta a Falcone appare come un uomo deciso a parlare. Come mai? Correva l’anno 1989, esattamente il 17 settembre, quando nel paese dell’ex sindaco fu assassinato un piccolo imprenditore, tale Giuseppe Taibbi. Gli ex Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno indagarono su quell’omicidio di matrice mafiosa e uscì fuori che, nonostante la modestissima entità dell’impresa, dietro c’erano grossi gruppi imprenditoriali multinazionali.

La Tangentopoli italiana scoperta da Falcone anni prima in Sicilia

L’ex sindaco Giuseppe Giaccone, qualche giorno dopo, decise di recarsi da Falcone per parlare di un giro di mazzette per gli appalti. Mise a verbale – con la presenza di De Donno che trascriveva le dichiarazioni – nomi di politici altisonanti, tra i quali anche un ministro. L’unico avvocato che fu disposto ad assisterlo è, appunto, Pietro Milio. Come dirà anni dopo l’ex giudice Antonio Di Pietro, la vera tangentopoli la scoprì Giovanni Falcone molti anni prima di “mani pulite”. Fu grazie a quell’indagine sull’omicidio a Baucina, che gli allora ex Ros – sotto l’impulso e coordinamento di Falcone – scoprirono l’enorme tavolino che vedeva seduti la mafia di Totò Riina, le grandi imprese nazionali e i politici. Una indagine che dette vita allo scottante dossier mafia-appalti, nel quale confluì anche il fascicolo Giaccone, considerato a posteriori “l’alpha della tangentopoli italiana”.

Mafia-appalti il movente delle stragi di Capaci e Via D’Amelio

Un dossier che, secondo tutte le sentenze sulle stragi di Capaci e Via D’Amelio, viene ritenuto il movente assieme a quello della vendetta di Cosa nostra per l’esito del maxiprocesso. Per essere più chiari, prendiamo in esame le parole dei magistrati nisseni nell’indagine “mandanti occulti bis”. Annotarono che tale movente era «rappresentato dall’interesse che alcuni ambienti politico–imprenditoriali e mafiosi avevano di evitare lo sviluppo e l’approfondimento di indagini, il cui esito positivo avrebbe interrotto l’illecito “approvvigionamento finanziario”, per l’ammontare di svariati miliardi, di cui imprenditori, politici e mafiosi beneficiavano mediante l’illecito sistema di controllo e di aggiudicazione degli appalti pubblici».

Non solo. I magistrati nisseni scrissero nero su bianco che il movente mafia-appalti «aveva influito fortemente nella deliberazione adottata da “Cosa nostra” di attualizzare il progetto, già esistente da tempo, di uccidere Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, atteso che era intenzione dell’organizzazione criminale neutralizzare l’intuizione investigativa di Falcone in relazione alla suddetta gestione illecita degli appalti, le indagini sulla quale avrebbero aperto già nel 1991 scenari inquietanti e, se svolte con completezza e tempestività fra il 1991 e il 1992, inquadrandole in un preciso contesto temporale, ambientale e politico, avrebbero avuto un impatto dirompente sul sistema economico e politico italiano ancor prima, o al più contestualmente, dell’infuriare nel Paese della cosiddetta “Tangentopoli”».

Giaccone accusò Falcone, De Donno e Milio di avergli estorto i nomi

Come mai il giorno di San Valentino del 1992, Giovanni Falcone ha quindi deposto in un processo tenutasi a Roma? Accade che Giuseppe Giaccone, dopo aver verbalizzato i nomi di politici nazionali, decide di ritrattare, accusando Falcone e l’avvocato Milio di avergli estorto i nomi. In quegli interrogatori, Giaccone – come detto – aveva rilasciato rivelazioni “bomba”, aveva parlato di un giro di miliardi che gli imprenditori siciliani pagavano per ottenere l’aggiudicazione degli appalti a Baucina, Cimina e Ventimiglia di Sicilia. In particolare l’ ex sindaco aveva riferito di un incontro al quale partecipò anche un ministro che si impegnò a facilitare l’aggiudicazione degli appalti. Ribadiamo che da lì, soprattutto in seguito all’omicidio dell’imprenditore Taibbi, si sviluppò un’altra indagine più approfondita che coinvolgeva tutta l’isola e non solo, tanto che Falcone, appena qualche mese prima del deposito del dossier mafia-appalti avvenuto il 20 febbraio 1991, innanzi alla commissione Antimafia parlerà di “centrale unica” degli appalti.

Nel gennaio del ‘ 91 Giuseppe Giaccone ci ripensa, vuole rimangiarsi le affermazioni – verbalizzate e sottoscritte – rilasciate a Falcone. Per raggiungere il suo obiettivo si reca negli uffici bunker di Roma dell’allora alto commissario per la lotta alla mafia, Domenico Sica. Gli consegna un voluminoso memoriale nel quale sostiene che Falcone, l’ex Ros De Donno e l’avvocato Pietro Milio, lo hanno indotto a dire determinate cose promettendogli in cambio una sorta di immunità. Sica gli disse di rivolgersi alla procura di Roma.

Il fascicolo giunse nelle mani dell’allora sostituto procuratore della Repubblica di Roma Davide Iori. Il magistrato analizzò tutto e capì che Giaccone aveva mentito. Il pm lo portò al processo con l’accusa di calunnia continuata e aggravata. Si accertò con sentenza definitiva che quel memoriale fu un atto d’accusa falso e calunnioso nei confronti di Falcone e l’avvocato Piero Milio. Rimane il mistero di quella ritrattazione di Giuseppe Giaccone, così come il suo passaggio dall’allora alto commissario Sica che gli suggerì di denunciare alla Procura di Roma.

Fortunatamente si scongiurò la macchina del fango nei confronti di Falcone. Chi toccò mafia-appalti o muore oppure veniva delegittimato. Anche De Donno, all’epoca fu ritenuto complice di Falcone nell’estorsione. Morto Falcone, morto poi Borsellino, iniziò nei suoi confronti, così come per Mario Mori, un lungo e devastante travaglio giudiziario che si è concluso con l’assoluzione. Nonostante ciò, ad oggi, i principali mezzi di comunicazione e i canali televisivi sia pubblici che privati, proseguono con il teorema. L’opinione pubblica, oramai è deformata. Tutte le persone legate a Giovanni Falcone, non solo professionalmente, ma anche da una profonda e sincera amicizia, saranno viste in cattiva luce. Quasi come se si trattasse di una vera e propria maledizione.

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