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Caso Shalabayeva, Cortese: «La mia carriera merita rispetto»

Dichiarazioni spontanee dell’ex capo della Mobile condannato in primo grado per il sequestro della moglie e della figlia del dissidente kazako Ablyazov
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«Tutta la mia vita e tutta la mia carriera forse avrebbe meritato un minimo di rispetto». Renato Cortese, ex capo della Squadra mobile romana condannato in primo grado a cinque anni per il sequestro di Alma Shalabayeva e di sua figlia Alua avvenuto nel 2013, si rivolge così alla Corte d’Appello di Perugia dove si celebra il secondo grado del processo che lo vede imputato.

Il dirigente di Polizia ed ex uomo di fiducia di Giuseppe Pignatone, accusato insieme ad altre sei persone, rilascia dichiarazioni spontanee in aula nelle battute conclusive del procedimento. Il 14 aprile scorso, infatti, la Procura generale ha chiesto per lui per altri imputati (tra cui l’ex capo dell’Ufficio immigrazione della questura capitolina Maurizio Improta) una condanna a quattro anni per sequestro di persona. E prima che il nuovo verdetto, atteso per la fine del mese, venga emesso Cortese prende la parola e chiede maggiore attenzione ai giudici. «L’unico stato d’animo che intendo portare all’attenzione della Corte è quello suscitato in me dall’affermazione della sentenza con la quale avrei tradito un giuramento fatto sulla Costituzione», dice l’ex capo della Mobile. «Tutte le sentenze meritano rispetto e io rispetto anche la sentenza che, seppur ingiustamente, mi ha condannato. Però credo che tutta la mia vita e tutta la mia carriera forse avrebbe meritato un minimo di rispetto», aggiunge l’alto dirigente di Polizia, che prima di imbattersi nella vicenda Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov consegnata insieme alla figlia di sei anni alle autorità di Astana, era noto alle cronache per ben altri motivi.

A lungo impegnato nella lotta alla mafia e alla ’ndragheta, Cortese può vantare sul curriculum la cattura di pezzi da novanta di Cosa nostra del calibro di Bernardo Provenzano e Giovanni Brusca. Due gemme, per un investigatore, adesso oscurate da accuse molto pesanti legate a un’altra “cattura”: quella di una donna e una bambina innocenti. Perché per i giudici di primo grado si trattò di un vero e proprio «rapimento di Stato», organizzato dalle forze di polizia traendo «in inganno» la Procura di Roma, che diede in tempi rapidissimi il nullaosta alla «deportazione» della moglie del dissidente e della figlia. «Un caso eclatante non solo di palese illegalità – arbitrarietà delle procedure seguite dalle istituzioni italiane, ma, soprattutto, una ipotesi di patente violazione dei diritti fondamentali della persona umana», si legge nelle motivazioni della sentenza. Una tesi infondata, secondo la difesa di Renato Cortese, rappresentato in Corte d’Appello da Ester Molinaro e Franco Coppi.

La storia dell’ex capo della Mobile parla da sola, è la strategia difensiva, impossibile infangarla con accuse così infamanti. «Per me è una pagina di profonda ingiustizia. E quella sentenza che è stata pronunciata nel nome del popolo italiano non è stata emessa nel mio nome né in quello di tanti uomini», dice l’avvocata Molinaro. «Renato Cortese è il poliziotto che ha catturato i boss mafiosi come Brusca e Provenzano, che quando ha lasciato la questura di Palermo è stato applaudito per il suo lavoro», aggiunge la legale, puntando tutto il suo intervento sul brillante passato del suo assistito. Una sorta di eroe contemporaneo: «Tra qualche giorno ricorre l’anniversario della strage di Capaci, se ne parlerà nelle scuole, in eventi pubblici. Dietro a uomini come Falcone ci sono uomini come Renato Cortese», sottolinea la penalista. «Quello che lascia perplessi è che la Procura generale per un uomo come Cortese non abbia chiesto nemmeno le attenuanti generiche», argomenta Molinaro. E tra le attenuanti generiche, secondo la difesa, dovrebbero essere valorizzate alcune circostanze: Shalabayeva, pur essendo moglie di un dissidente, non godeva di alcuno status di rifugiato politico, non avrebbe chiesto l’asilo nelle ventiquattro ore in cui si consumeranno le procedure burocratiche per l’espulsione e sarebbe stata in possesso di un passaporto diplomatico di dubbia provenienza, ritenuto falso dalla Procura ma sempre rivendicato come autentico dai legali della donna. Anche se rimane comunque il problema dell’espulsione di una bambina di sei anni, accompagnata dalla Polizia italiana su un aereo messo a disposizione dalle autorità kazake.

Diversa l’arringa del professor Coppi, che per difendere Cortese non vuole nascondersi «dietro» alla sua «carriera». «Nella sentenza si parla di un crimine contro l’umanità fatto da funzionari di Polizia. Accusare Cortese di asservimento, di tradimento può essere giustificato solo se si abbia raggiunto la prova sicura, certa di una complicità piena tra Cortese e le autorità del Kazakistan», mette in chiaro il professore. «Soltanto così si potrebbe affermare che a un certo punto ha rinnegato se stesso compiendo il reato per cui è stato condannato. Per le congetture non c’è posto nel processo penale. Pensare che Cortese improvvisamente diventi il braccio armato e da solo abbia deciso di asservirsi al Kazakistan pare assurdo», sottolinea Coppi in un passaggio decisivo del suo intervento. Perché è difficile immaginare – anche in caso di condanna confermata in Appello – che l’ex capo della Mobile possa comunque aver agito in totale autonomia. Un dubbio, quest’ultimo, dal quale non sfuggono nemmeno i giudici di primo grado, quando nelle motivazioni della sentenza scrivono: «Se il Tribunale non è in grado di rispondere a una delle domande chiave che questa storia continua a suscitare (a quale livello politico o istituzionale venne presa la decisione della deportazione?) ritiene tuttavia di poter affermare che durante tre interi giorni del maggio 2013 si realizzò, di fatto, una limitazione o compressione della nostra sovranità nazionale».

Tutte fandonie, per Coppi, convinto che quella sentenza faccia «acqua da tutte le parti». Dunque «L’innocenza del dottor Cortese a me appare chiara». Ma dovrà essere la Corte a stabilire se si trattò davvero di un sequestro di Stato o di un enorme fraintendimento.

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