Difficile decifrare del tutto il senso dello sciopero deliberato sabato dall’Anm. È certamente irrealistico che, a questo punto, la legge delega sul Csm possa essere riaperta e stravolta. Una retromarcia di Marta Cartabia ormai è impossibile. In realtà, l’obiettivo dell’Anm è duplice: uno pragmatico, l’altro dal più ampio respiro politico.

Nel primo caso, si deve partire da un punto fermo: domani la commissione Giustizia del Senato avvierà l’esame del ddl Cartabia, e nonostante la responsabile Giustizia della Lega Giulia Bongiorno abbia lasciato intravedere spiragli, la possibilità che il testo cambi e torni di nuovo a Montecitorio, con la conseguenza di eleggere il nuovo Csm con le regole vecchie, è inesistente. Anm guarda piuttosto ai decreti attuativi, che il governo proverà ad adottare entro l’autunno prossimo.

L’altro motivo della dura risposta deliberata tre giorni fa dall’assemblea dei magistrati è politico in senso ampio: è chiaro che, con la protesta rivolta a un Parlamento e a un governo che si presumono animati da «spirito vendicativo» nei confronti delle toghe, l’Anm prova a ritrovare nell’opinione pubblica quella considerazione smarrita con il cosiddetto caso Palamara.

A conferma che una partita molto importante si giocherà, per la riforma del Csm, nella fase attuativa, va citato l’intervento di un altro dei parlamentari intervenuti sabato alla riunione dei magistrati, la responsabile Giustizia del Pd, e vicepresidente del Senato, Anna Rossomando: «Non vedo il pericolo che voi evocate ma faremo molta attenzione e vigileremo su decreti legislativi», ha detto. La dirigente dem tende a rassicurare i magistrati, alle cui preoccupazioni il Nazareno è stato in questi mesi più sensibile rispetto ad altri partiti. E il clou delle scelte, nel “secondo tempo” della riforma, riguarderà i criteri per le valutazioni professionali. A cominciare dal “fascicolo”, inserito non nella parte del ddl immediatamente “precettiva” ma in quella che appunto articola la delega al governo ( precisamente all’articolo 3, primo comma lettera h del testo approvato a Montecitorio).

Va citata in proposito un’altra frase dell’evento di sabato, pronunciata da un altro ospite, il presidente dell’Unione Camere penali Gian Domenico Caiazza: «Se pensiamo a un fascicolo con tutti i vostri provvedimenti, come potete avere paura di voi stessi? Perché siete voi che vi giudicate...». Ed è così: a gestire il fascicolo non sarà il ministero della Giustizia, che al massimo metterà a disposizione l’infrastruttura telematica per renderlo attuabile. I dati saranno vagliati dal Csm, e innanzitutto dall’Ufficio Studi di Palazzo dei Marescialli. Cioè, da magistrati, almeno in prevalenza. E sempre prevalentemente composte da togati resteranno le commissioni consiliari preposte a valutare le statistiche ( e soprattutto le “gravi anomalie”) sull’esito dei provvedimenti.

Tanto per avere un’idea, come spiega un ex consigliere magistrato, «sono anni che la quarta commissione del Csm e il “Dog”, il dipartimento per l’Organizzazione giudiziaria di via Arenula, litigano su quel minimo di informazioni già oggi disponibili relativamente alla tenuta dei provvedimenti giudiziari. Il risultato è che finora il ministero non ha potuto neppure associare i dati, oggi accessibili solo Tribunale per Tribunale, ai magistrati autori dei provvedimenti, i cui nomi restano rigorosamente omissati».

È chiaro come i dettagli sull’implementazione del fascicolo siano assai più determinanti della previsione che il Csm, in futuro, li consideri per concedere ai magistrati “scatti di carriera” ( le valutazioni di professionalità) e “nomine” ( gli incarichi direttivi e semidirettivi). L’Anm, con lo sciopero annunciato, lancia dunque un’Opa proprio sulla fase attuativa. Nella quale sarà essenziale il ruolo degli uffici ministeriali in cui le toghe restano egemoni, a cominciare dal legislativo.

LA REAZIONE DI OCF, ANF E AIGA

E addirittura si deve arrivare a uno sciopero, per mantenere l’allerta sulla seconda fase processo legislativo. Enrico Costa, il deputato di Azione assoluto protagonista della riforma, e autore della proposta sul fascicolo, ha notato per primo, nel proprio intervento di sabato, «l’eccessiva drammatizzazione», analoga a quella proposta dall’Anm nel 2015 di fronte all’ultima riforma della responsabilità civile, che poi in realtà non ha provocato alcun aumento delle condanne per gli errori giudiziari, rimaste rarissime. Di fronte a un atteggiamento del genere, l’avvocatura reagisce con una durezza forse superiore rispetto alla stessa politica. In una nota diffusa ieri, l’Organismo congressuale forense che, si ricorda, è titolato a «deliberare l’astensione dalle udienze» per gli avvocati, riconosce che lo sciopero dell’Anm è «legittimo». Ma poi, per voce di Vinicio Nardo, componente del coordinamento ( oltre che presidente del Coa di Milano), l’Ocf segnala il rischio di «influenzare la funzione legislativa», con lo «sconfinamento di un ordine dello Stato nelle prerogative di un potere dello Stato», cioè il «Parlamento», che «a differenza dell’Anm, ne assume la responsabilità politica». Il coordinatore di Ocf Sergio Paparo, pur con tutte le «riserve sulla riforma», apprezza «lo sforzo della politica di riappropriarsi in pieno della prerogativa legislativa» e riconosce «alcuni tratti positivi». Il percorso legislativo, dice Paparo, dovrà proseguire «affrontando gli aspetti ignorati e quelli traditi dalla riforma: per questo confidiamo nella funzione di stimolo che potrà derivare dalla vittoria dei Sì ai referendum sulla giustizia». E il coordinatore dell’Organismo rivolge «un appello affinché cada il muro di silenzio» che «avvolge» i quesiti.

Intervengono anche due associazioni generaliste dell’avvocatura, l’Anf e l’Aiga. La prima, attraverso il segretario Giampaolo Di Marco, avverte: «Gli avvocati italiani faranno da scudo in difesa della riforma del Csm contro i tentativi della magistratura di difendere le proprie rendite di posizione, in alcuni casi veri e propri privilegi». La riforma, dice Di Marco, «non è più rinviabile», e per questo le rappresentanze forensi «sono pronte a ogni iniziativa di mobilitazione qualora i contenuti della riforma dovessero essere snaturati». L’Aiga esprime a propria volta «grande preoccupazione» per «l’annuncio» dello sciopero: secondo il presidente Francesco Paolo Perchinunno «allarma, in questa fase, l’uso di tale strumento da parte di uno dei tre poteri dello Stato, quello giudiziario, nei confronti di un altro, quello legislativo». E certo l’idea di una magistratura che punta a modificare parzialmente il corso della riforma, magari in fase attuativa, non poteva suscitare l’entusiasmo degli avvocati.