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Il futuro incerto di Giorgia Meloni tra sogno Tory e radici missine

Giorgia Meloni
La sfida di Fd'I: puntare a una formazione conservatrice e di destra ma rispettata e rispettabile in Italia e nelle capitali estere
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Giorgia ci prova ma il compito è tra i più ardui e lo strumento di cui dispone, il partito che i sondaggi registrano puntualmente primo a destra e spesso anche nel Paese, non la supporta. Si tratta di trasformare un partito nato quasi come una sorta di “rifondazione missina”, una scheggia prodotta dalla deflagrazione del centrodestra che fu e dalla dissoluzione della An finiana, nel Great Ole Party italiano, una formazione conservatrice e di destra ma rispettata e rispettabile in Italia e nelle capitali estere. I Tories con la camicia tricolore del Fratelli d’Italia.

La sorella che li guida ha qualche carta vincente da giocare e la principale è che quel partito in Italia non c’è, forse anzi non c’è mai stato. Forza Italia era un’altra cosa e anzi si è presentato nel tempo come tante cose diverse, ma sempre, al fondo, il partito personale di Silvio Berlusconi. Quel che ne resta è una formazione centrista minore ma influente, che dell’antico populismo azzurro conserva solo una mano di vernice ma non può ambire al ruolo di partito di massa conservatore. La Lega, nonostante il peso in realtà enorme della componente governista incarnata da Giorgetti e dai governatori, ha inscritta nel suo dna sin dall’epoca di Bossi una componente descamisada e rumorosa, comiziante e vociante, alla quale non può rinunciare. FdI invece è ancora in buona parte un foglio bianco. Un partito cresciuto tanto rapidamente, più per demeriti della concorrenza che per meriti propri, da poter ancora definire o ridefinire la propria identità.

L’handicap sono le radici neofasciste e, come il dramma eterno di Marine Le Pen attesta, è uno di quegli handicap che possono portare a fondo con estrema facilità. È il fronte sul quale la leader si è mossa con maggior drasticità, sia giocando di sponda con Letta, che in questo caso ha tutto l’interesse nel legittimarla a scapito delle altre formazioni della destra, sia e soprattutto sfruttando bene l’occasione offerta dalla guerra. Dismessi i panni dell’agitatrice, quelli dai quali Salvini non riesce a spogliarsi, si è proposta come successo come l’atlantista più fedele e affidabile, in tandem con lo stesso Letta.

Solo che i passi avanti non bastano e non possono bastare sinché il suo partito è quello che è. FdI rimane nella sua struttura un partito piccolo e nostalgico, asfittico oggi che si vede accreditato del 20 per cento dei consensi non meno di quando, ieri, oscillava intorno al 4 per cento. Per imporsi come partito della destra conservatrice italiana sarebbe necessario aprire i cancelli, rinvigorire ma anche snaturare il partito delle origini con afflussi nuovi non solo nel nome ma anche e soprattutto nella cultura politica. Un passaggio del genere, però, revocherebbe in dubbio le postazioni di potere interne che, come è proprio dei partiti piccoli i identitari, sono invece gelosamente presidiate. Delle radici affondate, pur senza mai ammetterlo, nel vecchio Msi il partito di Giorgia Meloni conserva poi una tendenza statalista e centralista del tutto indigeribile per le centrali di potere liberali e liberiste che un Great Ole Party all’italiana dovrebbe rappresentare.

Dal punto di vista delle prospettive politiche il problema dei Fratelli non sono le truculente tirate contro l’invasione degli immigrati: quello è un grand guignol da comizio che può essere facilmente dismesso, o attenuato a dovere, non appena necessario. Ma la visione centralista e statalista è invece costitutiva, molto meno cosmetica: abbandonarla richiede una dose di coraggio e determinazione molto superiore allo slittamento atlantista, che in fondo era già un vessillo di Giorgio Almirante. La kermesse milanese in corso sarà dunque un test importante per capire con quanto vigore e con quante possibilità di successo Giorgia Meloni voglia e possa remare in quella direzione. La risposta, che si snoderà nel corso dei prossimi mesi, sarà rilevante anche per verificare le possibilità di costituire un governo in caso di vittoria elettorale della destra coalizzata nel 2023. Oggi la sola candidata possibile appare essere proprio la leader, che quasi certamente non verrebbe però accettata dagli alleati. Il solo esponente del partito spendibile in questo senso sarebbe Guido Crosetto, che però si è ritirato dalla politica e non pare intenzionato a tornare sui propri passi. Solo se disporrà di un bacino e di un’area non necessariamente tesserata molto più ampia e molto meno asfittica di quella attuale sorella Giorgio potrà giocarsi con chances di successo le carte che le consegnerà l’elettorato.

 

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