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Solo un “papa straniero” può salvare il centrodestra. Sul modello giallo-verde

Fratelli d'Italia centrodestra
La Lega di Salvini e Berlusconi, quindi Forza Italia, non sarebbero disposti ad accettare Giorgia Meloni candidata alla presidenza del Consiglio dei Ministri
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Se si guardano le convulsioni sempre più frequenti del centrodestra, la rissa permanente nelle Amministrative, lo sfacelo di Palermo e della Sicilia, se si ascoltano le parole durissime meno di una settimana fa di Giorgia Meloni, il sospetto vicino alla certezza sulle tentazioni traditrici degli alleati leghisti e azzurri, la sola conclusione possibile è che il centrodestra non esiste e almeno nelle sue forme attuali non tornerà a esistere. Forse è proprio così e molto dipenderà dalla scelta dei due partiti interni alla maggioranza sulla legge elettorale. Se slitteranno verso il proporzionale, in quel caso tradendo davvero l’impegno assunto con FdI, la parabola di questo mai davvero nato centrodestra post- berlusconiano sarà ingloriosamente conclusa. In caso contrario, se la legge elettorale con la quale si voterà nel 2023 sarà identica a quella di 5 anni fa, sarebbe affrettato dare la coalizione di Matteo e Giorgio per defunta.

Certo, l’esperienza di questa vertiginosa legislatura insegna che presentarsi coalizzati alle elezioni non implica alcun impegno vincolante per il proseguo. Prima la Lega è stata al governo e gli altri due partiti all’opposizione, poi l’intera destra si è riunificata contro un nuovo governo, quindi Lega e Fi sono entrati a far parte di una nuova maggioranza. Insomma, se l’eventuale mantenimento dell’attuale legge elettorale imporrà ai tre soci di presentarsi in coalizione, non li costringerà però a restare uniti dopo il voto. Ma un tentativo di dar vita a un governo dovrebbero farlo comunque, in caso di vittoria e darlo già per fallimentare sarebbe un azzardo.

Il problema della destra è evidente e ha due aspetti distinti anche se coincidenti: quello che attiene al puro e brutale gioco di potere interno ma anche quello che riguarda invece l’impostazione politica di fondo. In entrambi i casi il nodo è lo stesso: l’affermarsi di FdI come prima forza della destra. Nel suo attacco a tutto campo rivolto agli alleati, Giorgia Meloni ha trovato modo di ricordare che le regole del centrodestra, con questa legge elettorale, assegnano al partito più votato il diritto di indicare il premier. Lei stessa, però, è probabilmente consapevole di non poter indicare se stessa, perché né Fi né la Lega accetterebbero di sostenere un suo governo. Se i sondaggi di oggi fossero rispettati, dunque se la destra vincesse le elezioni con FdI primo partito, sarebbe dunque la leader a dover decidere se forzare la mano candidandosi, col rischio di finire nella stessa situazione di costrizione in un ghetto nella quale si trova in Francia Marine Le Pen, o se muoversi con maggiore duttilità indicando un candidato più accettabile, come fecero i 5S con l’allora sconosciuto Giuseppe Conte nel 2018. In questo caso la nascita di un governo di centrodestra sarebbe possibile.

Per certi versi il nodo politico è meno risolvibile. Nel corso di questa travagliata legislatura gli indirizzi dei tre partiti di destra si sono divaricati molto più di quanto non fossero alla vigilia del voto del 2018. La discriminante, molto più delle chiacchiere propagandistiche sull’Europa, è l’approccio liberale all’economia. Di fatto senza più Berlusconi Fi si è trasformata in una sorta di neo Partito repubblicano, certo senza poter contare su La Malfa o Visentini, nella Lega, sparate da comizio a parte, prevale una linea affine, quella di Giorgetti. FdI è un partito neostatalista, soprattutto in questo erede del vecchio Msi. Con qualsiasi presidente del consiglio, esponenti come Brunetta o lo stesso Giorgetti non potrebbero mai accettare una coalizione a simile trazione.

La via d’uscita consistente nell’unificazione tra Fi e Lega, che sulla carta ribalterebbe i rapporti di forza nella destra ma non dal verdetto dei sondaggi, oltre che dalle differenze profonde che sussistono tra le due forze. Unificati i partiti perderebbero punti, nel complesso, e non è neppure detto che riuscirebbero davvero a superare sorella Giorgia. La soluzione, che in parte viene sperimentata in questi giorni proprio a Palermo e in Sicilia, potrebbe essere una sorta. di avvicinamento senza liste comuni ma con la prospettiva di fare blocco in modo da calmierare e controbilanciare la spinta centralista di FdI.

Nel complesso, se anche vincesse le elezioni a regole elettorali invariate, la strada di un governo di centrodestra sarebbe senza dubbio molto accidentata. Però non del tutto impraticabile.

 

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