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Sciopero delle toghe, arma politica spuntata e disperata dell’Anm

Processo sempre più ridotto a una quadriglia: protesta Ucpi
La magistratura prova a serrare le fila di fronte a quella che avverte come una punizione da parte del Parlamento. Ma arriva tardi
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Lo sciopero dei magistrati contro il nuovo pacchetto di riforme è, in parte, un’arma spuntata. Immaginare che il rinvio di qualche processo possa fermare il lavoro parlamentare e mettere in discussione accordi faticosamente raggiunti e, per giunta, ancora malfermi e traballanti è un’illusione cui neppure le toghe possono davvero credere.

Le modifiche non piacciono, ma onestamente i processi civili e penali sono rinviati nelle aule di tutta Italia, ogni giorno e a migliaia per un nugolo di impegni personali, familiari, istituzionali dei magistrati o per le enormi vacanze di organico. Non sarà l’ennesimo rinvio a turbare i cittadini o a mettere in fibrillazione la politica. Senza considerare la raffica degli scioperi ciclicamente proclamati da una magistratura onoraria sfinita da soluzioni pasticciate e incomprensibili e che attende da anni il definitivo inquadramento nei ranghi della giurisdizione. La giustizia italiana è un alambicco ribollente che distilla problemi ogni giorno, malgrado l’enorme impegno dei più e uno sciopero non sposterà praticamente nulla in un senso o in un altro.

Allora perché, viene da chiedersi, proclamarlo e perché contrastarlo da settori pur autorevoli dell’avvocatura e dell’accademia. Per l’Anm che minaccia il ricorso all’astensione delle udienze è evidente che si tratta di un gesto eminentemente politico con il quale la magistratura italiana intende battere un colpo e rendere esplicito il proprio dissenso dalle scelte della maggioranza parlamentare. Sarebbe sciocco negare che in questo stato di agitazione delle toghe associate vi sia l’esigenza di rispondere – non tanto alle riforme in sé e per sé considerate quanto al clima che le ha sospinte e ispirate. E quel clima ha connotati eminentemente politici anzi esclusivamente politici. La percezione che si è associata al pacchetto di riforme da parte di tutte le forze parlamentari è che non si tratta di rendere più efficiente il servizio, ma – in qualche modo – di dare una “regolata” alla magistratura italiana che ha fatto malgoverno della propria autonomia e ha svenduto la propria indipendenza per logiche di carriera.

A questa percezione che aleggia pesante nel dibattito e nella giustificazione delle riforme, l’Anm non può non dare una risposta che, come detto, prescinde finanche dal merito dei piccoli aggiustamenti che sono in corso di discussione. Si deve compattare una corporazione che esce sfibrata e sfilacciata da tre anni di inferno mediatico e che si appresta, a Perugia, a un lungo calvario giudiziario nel processo a carico di Luca Palamara come si intravede nelle prime stizzite dichiarazioni delle teste coronate chiamate a deporre; senza parlare di Brescia.

Uno sciopero non è un elisir né un antidoto alla corrosione della magistratura italiana, ma comunque resta il tentativo di serrare i ranghi delle toghe a fronte di sventolate punizioni esemplari da parte della politica. Certamente la corporazione arriva tardi e, soprattutto, arriva male a questo inevitabile redde rationem. Si è sottovalutata la potente spinta alle riforme impressa dal Quirinale e la diretta cinghia di trasmissione del Colle con il premier e con il ministro della Giustizia.

Si è preferito fare melina e giocare di rimessa, fidando sul fatto che le solite interlocuzioni con i soliti ambienti politici avrebbero garantito, anche questa volta, un ombrello protettivo alle toghe. Qualche piccolo aggiustamento c’è stato e proprio sul versante ultra corporativo delle porte girevoli e della legge elettorale, ma alla fine par chiaro che nessuno poteva garantire lo status quo e che qualche concessione occorreva farla. Un’astensione inutile, allora, per una partita dal risultato scontato? Non è detto. La riforma incide anche sulla legge elettorale per la composizione del Csm e le posizioni delle correnti sullo sciopero non potrann non avere un peso sulla scelta dei candidati e sui programmi per le elezioni ‘”politiche” di luglio.

La chiamata alle armi dovrà necessariamente rivestirsi di contenuti e, questa volta, di contenuti precisi soprattutto sul tema incandescente delle pagelle di professionalità e sul modo con cui si possa seriamente isolare i neghittosi, gli incapaci o i compromessi. La magistratura italiana non ha ancora fatto i conti fino in fondo con le compromissioni sottese al Sistema e molta, molta polvere è stata buttata sotto i tappeti. Uno sciopero è un atto politico importante e, come tutti gli atti politici, esige contenuti chiari; per essere credibile non può che invocare riforme serie che impediscano nuove scorrerie dentro e fuori le mura screpolate e scrostate di una cittadella in pericolo.

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