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L’autorizzazione scritta per espellere Shalabayeva? Un «atto eccezionale»

A Perugia va in scena l’Appello per l’estradizione della moglie di Mukhtar Ablyazov. Tra i testimoni Pignatone e Albamonte, che nel 2013 diedero l’ok all’espulsione
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È il giorno dei testimoni eccellenti alla Corte d’Appello di Perugia, dove è in corso il processo di secondo grado sul caso Shalabayeva. A mettersi a disposizione delle parti sono l’ex procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, il sostituto Eugenio Albamonte e l’ex aggiunto Nello Rossi.

Sono i tre grandi assenti del processo di primo grado – celebrato inspiegabilmente senza il loro contributo – che ha portato alla condanna a 5 anni per sequestro di persona e reati di falso di Renato Cortese, ex capo della squadra mobile di Roma ed ex questore di Palermo, e l’ex capo dell’ufficio immigrazione della questura capitolina Maurizio Improta, per il “prelievo” e la consegna alle autorità kazake di una donna e della sua bambina nel 2013. Perché, per i giudici di primo grado, l’espulsione di Alma Shalabayeva (moglie del dissidente kazako Mukthar Ablyazov, ricercato dalle autorità di Astana) e della figlia di sei anni Alua fu un vero e proprio «rapimento di Stato», organizzato dalle forze di polizia traendo «in inganno» la procura Roma, che diede il nullaosta all’espulsione.

E sono proprio i protagonisti con la toga di tutta questa vicenda ad essere ascoltati adesso a Perugia nelle prime battute del processo d’Appello. Il primo a testimoniare è Eugenio Albamonte, che all’epoca dei fatti seguì il fascicolo da pm, incaricato dall’aggiunto Nello Rossi. Fu Albamonte, insieme al capo della Procura Pignatone, a firmare l’autorizzazione all’espatrio della donna, presente ieri in aula, sotto la costante pressione di Improta, secondo il racconto del pm. Un nullaosta prima concesso a voce a Cortese, poi revocato telefonicamente per rapidissimi accertamenti e infine autorizzato in forma scritta, dando il via a un espatrio consumato in fretta e furia a bordo di un aereo messo a disposizione delle autorità kazake (anche se gli inquirenti, assicurano, non sapevano di che tipo di volo si trattasse).

Ma è proprio questa la prima anomalia che i testimoni sono chiamati a chiarire: perché, data la convinzione che si trattasse di una normale “clandestina”, il nullaosta arriva in forma scritta e addirittura controfirmato dal capo degli uffici capitolini? «Non credo di aver mai prodotto nullaosta scritti», prima di quel momento, ammette Albamonte, rispondendo alla domanda della Procura generale sull’eccezionalità di un atto di quel genere, controfirmato dal procuratore capo. Un episodio più unico che raro, spiega il pm capitolino, senza fornire ulteriori chiarimenti. Di certo, il magistrato romano racconta di essere stato contattato almeno tre volte in quelle ore da Improta, che per ricevere l’ok all’espulsione produce in pochi minuti documenti che accerterebbero la non autenticità del passaporto diplomatico centrafricano in possesso da Alma Ayan, nome di copertura di Alma Shalabayeva, per sfuggire al regime kazako.

«La terza telefonata di Improta non fu particolarmente serena, perché arrivava 15-20 minuti dopo l’invio del materiale», racconta Albamonte. «Mi disse che erano all’aeroporto che c’era un volo che poteva riportare in Kazakistan la signora e aveva urgenza di sapere. Io dissi che ci saremmo presi il tempo che serviva. Questa conversazioni mi sembrò inopportuna. E andai dal procuratore a chiedere di guardarci quelle carte perché mi stavano compulsando». E proprio insieme a Pignatone, il pm decise di non prendere in considerazione gli “avvertimenti” dell’avvocato Olivo, difensore della donna, che li metteva al corrente dei rapporti di parentela tra Shalabayeva e l’oppositore kazako, e di ritenere inadeguate le documentazioni prodotte dal legale sull’autenticità del passaporto, ritenuto invece falso dalla polizia. Albamonte parla per più di un’ora, rintuzzato dai legali e dagli inquirenti, e alla fine della sua deposizione è necessaria una pausa di cinque minuti. Giusto il tempo di prendere una boccata d’aria.

Ed è proprio fuori dal Palazzo che il pm romano incrocia il suo vecchio capo Pignatone, che da lì a pochi minuti entrerà a testimoniare. I due si salutano e fanno due passi insieme, nonostante la conversazione tra testimoni non sia consentita nel corso di un’udienza dall’articolo 149 delle Disposizioni di attuazione del codice di procedura penale. Ma sarà stato solo uno scambio di cortesie tra ex colleghi. Al rientro, l’ex capo della Procura di Roma racconta la sua versione dei fatti. «La prima notizia (dell’operazione che due giorni dopo avrebbe dovuto portare alla cattura di Ablyazov, ndr) me la dà Cortese dicendomi che il suo ufficio doveva andare a fare una perquisizione su mandato dell’Interpol alla ricerca di un latitante kazako per reati finanziari e con un possibile pericolo di terrorismo. Non è una comunicazione formale, me lo dice perché in quelle ore stavamo chiudendo la vicenda del clan Fasciani di Ostia e il senso era “non faccia molto affidamento sui miei uomini in quei giorni”».

Perché la cattura di Ablyazov non è una questione che interessa la Procura di Roma, tanto che «io dico (a Cortese, ndr), ma non lo può fare la Digos? Lui mi dice che doveva farlo lui. Successivamente mi riferisce di non averlo trovato e per me lì finisce». Almeno fino al 31 maggio, quando Pignatone riceve una telefonata dell’aggiunto Nello Rossi e «mi dice che c’era un problema su una persona da espellere». E quella persona è proprio Alma Shalabayeva, moglie del “latitante”, non ricercata dalle autorità kazake, eppure successivamente consegnata agli uomini di Astana. In Procura, però, nessuno sa delle interlocuzioni in corso tra i kazaki e le forze di polizia. Né il capo degli uffici giudiziari è sottoposto alle stesse pressioni “denunciate” dal suo sostituto: «Non ho avuto nessuna pressione da Renato Cortese. E Maurizio Improta quel giorno non l’ho proprio sentito», racconta Pignatone, rispondendo alle domande del procuratore generale Sergio Sottani.

La ricostruzione coincide sostanzialmente con quella di Albamonte. Compresa la parte riguardante il passaporto diplomatico rilasciato dalla repubblica Centrafricana alla donna. «Dopo nove anni mi chiedo ancora come sia possibile affermare il contrario con un passaporto che riporta un nome diverso», dice l’ex procuratore di Roma. «Resto convinto della falsità del documento. E non ho mai capito perché quel giorno gli avvocati non abbiano chiesto l’asilo politico». A differire, tra i due testimoni, sono solo piccoli dettagli, come quelli sulla stesura fattuale del nullaosta, dettati probabilmente dalla lontananza temporale dei fatti. Ciò che resta invariata è la domanda portante di questo processo: perché una donna e una bimba di sei anni, ricercate da nessuno, vennero consegnate al regime kazako?

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