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L’addio a Frate mitra e quelle leggende complottiste sulle Br

La biografia di Silvano Girotto, il religioso infiltrato nelle Br, è una costruzione di fantasia che attinge a tutti i miti “rivoluzionari” dell'epoca. Il paradosso è che le brigate rosse abboccarono
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La domanda non è perché Mario Moretti non fosse presente all’appuntamento con Silvano Girotto, o padre Leone, o ancora “Frate Mitra”, quando l’8 settembre 1974 i capi delle Brigate rosse furono arrestati. La domanda è perché a quell’appuntamento si fosse presentato anche Franceschini, che avrebbe dovuto essere in viaggio verso Roma, a 800 km di distanza. Il quesito ha una sua rilevanza. Una parte delle cervellotiche teorie sulle Br “eterodirette” per il tramite di Moretti poggia proprio su quegli arresti ai quali sfuggì il futuro rapitore di Aldo Moro. In realtà non c’è però nessun mistero. Girotto, scomparso due giorni fa a 82 anni, doveva incontrarsi con il solo Curcio. Non era prevista la presenza di nessun altro, neppure di Franceschini che aveva deciso di proseguire con Curcio verso Torino invece di andare a Roma per incontrare una ragazza. Imprudenza che gli costò l’arresto e una quindicina d’anni di prigione. Com’è noto, Girotto era un infiltrato manovrato dal generale Dalla Chiesa. L’appuntamento era una trappola.

Ma la domanda ne implica altre. Perché le Br, attente com’erano, si fidarono di uno sconosciuto? E perché Dalla Chiesa scelse di far scattare l’operazione quel giorno invece di aspettare lasciando che l’ex frate si infiltrasse nell’organizzazione fino a smantellarla? La risposta alla prima domanda sta nella biografia che Girotto poteva vantare e che era certamente stata costruita a tavolino, almeno in buona parte, proprio per renderlo appetibile agli occhi delle prede, i brigatisti. L’uomo era nato nel 1939 a Caselle Torinese, figlio di una maresciallo dei carabinieri: una giovinezza turbolenta, qualche guaio con la legge, poi l’arruolamento ancora minorenne nella Legione straniera, la diserzione dopo appena tre mesi, l’arresto per una rapina a Torino, il carcere, la scoperta della religione e la decisione di farsi frate francescano: Fra’ Leone.

A partire dal ’69 la biografia del frate si riempie però di tutti i miti dell’epoca, nessuno escluso. Girotto si dipinge come prete operaio affascinato dalla teologia della Liberazione, giura di essere stato sottoposto dal vescovo di Novara a divieto di predicazione proprio per le sue idee ribelli, si fa spedire in Sudamerica. Il 21 agosto 1971, data del golpe in Bolivia, è in piazza, racconta di essersi trovato sotto il fuoco di un nido di mitragliatrici che falciavano donne e bambini, la narrazione assume tratti epici: «Fu un momento di svolta. Imbracciai le armi. Lancia una granata. Distrussi il nido di mitragliatrici». Dell’impresa in Bolivia, della successiva militanza rivoluzionaria, del passaggio in Cile nel quale sarebbe sfuggito a Pinochet per un pelo e nascondendosi nell’ambasciata italiana fanno fede solo le parole del protagonista. Ad accreditarle fu un periodico di estrema destra, Il Borghese, che lo descrisse come un pericolosissimo rivoluzionario ed è impossibile credere che un articolo simile, a proposito di una figura del tutto sconosciuta nel Movimento dell’epoca, non fosse stato dettato dall’intelligence di Dalla Chiesa con l’obiettivo di infiltrare il sedicente frate, nel frattempo spretatosi e sposato con due figlie, nelle Br.

La manovra riuscì. L’ex frate si presentò con l’aura della leggenda rivoluzionaria a un ex comandante partigiano in contatto con le Br,Giovan Battista Lazagna, incontrò Curcio e Moretti, prese un secondo appuntamento con Curcio per l’8 settembre. Le Br a quel punto avevano deciso, pur senza fidarsene troppo, di ammettere Girotto nell’organizzazione. Dalla Chiesa decise però di agire subito, probabilmente perché sapeva che la montatura stava per essere scoperta. Due giorni prima dell’incontro una telefonata anonima avvertì che Curcio sarebbe stato arrestato a Pinerolo: Dalla Chiesa non ne era al corrente ma deve aver capito che se non avesse fatto scattare la trappola subito non avrebbe avuto una seconda occasione. L’avvertimento peraltro fu inutile. A riceverlo doveva essere Enrico Levati, medico vicino alle Br. Rispose invece la moglie, che comunicò il messaggio al marito solo il giorno dopo. Le forze brigatiste erano troppo esigue per raggiungere in tempo Curcio, il cui percorso era ignoto. Autonomia milanese, ben più numerosa, offrì il suo aiuto: Margherita “Mara” Cagol, moglie di Curcio, rifiutò. «L’organizzazione» poteva cavarsela da sola.

Non se la cavò e gli arresti dell’8 settembre ne misero in forse la stessa sopravvivenza. Girotto uscì di scena, salvo un paio di libri, qualche intervista e un’audizione di fronte alla commissione d’inchiesta sul terrorismo nel 2000: tutte occasioni nelle quali ha ripetuto la sua improbabile versione dei fatti. La verità sull’operazione che andò a un millimetro dal distruggere le Br prima che il terrorismo entrasse nella sua fase più sanguinosa se ne è andata con lui.

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