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Fiandaca: «Renoldi sa guardare il carcere negli occhi»

Giovanni Fiandaca: "Renoldi al Dap, scelta condivisibile"
INTERVISTA AL PROFESSORE DI DIRITTO PENALE DELL’UNIVERSITÀ DI PALERMO. «Il diritto è sempre bilanciamento, mai estremismo. Vale anche nel campo dell’antimafia». E su Renoldi, il magistrato che Cartabia vorrebbe indicare al vertice del Dap: «È un giudice di grande competenza ed equilibrio, quando era al Tribunale di Sorveglianza ha saputo stabilire una interlocuzione diretta con i reclusi»
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«Il diritto è misura. Non può essere estremistico. Vale per ogni suo ambito, non esclusa l’antimafia. Trovo dunque necessario che nel nostro Paese si superi la sterile contrapposizione fra un’antimafia che pretende di essere pura e dura e una presunta antimafia impura e debole».

Giovanni Fiandaca è forse oggi il più apprezzato e autorevole fra gli studiosi che, nella dottrina penalistica, dedicano particolare attenzione agli strumenti di contrasto del crimine organizzato. Nei giorni scorsi ha pubblicato, tra l’altro, un intervento sul Foglio tra i più illuminanti a proposito delle norme che il Parlamento si appresta ad approvare sull’ergastolo ostativo. Gli abbiamo chiesto di esprimersi sul rischio che quella scuola di pensiero da lui efficacemente definita «antimafia dura e pura» sfiguri l’immagine di Carlo Renoldi, il giudice individuato dalla guardasigilli Marta Cartabia quale possibile nuovo capo del Dap.

«È una persona di notevole equilibrio, oltre che di elevato livello tecnico. Ed è un giudice che ha vissuto l’esperienza nel tribunale di sorveglianza attraverso una concreta presenza nelle carceri e l’interlocuzione con le persone recluse», risponde il professore di Diritto penale dell’università di Palermo. Che spiega di parlare sulla base di una conoscenza personale, per essere stato insieme con Renoldi nel comitato scientifico del Csm, l’organismo deputato alla formazione dei magistrati prima che venisse istituita la Scuola superiore di Scandicci.

Si è scatenata una reazione molto forte e contraria di fronte all’ipotesi che la ministra Cartabia affidi il vertice del Dap a un giudice, dopo tanti pm, come Renoldi. Quasi che un profilo più attento alla rieducazione, e meno al carcere inteso come vendetta, rappresenti un’eresia: non dovrebbe casomai garantire un più efficace recupero dei condannati e dunque la sicurezza sociale?

Guardi, come studioso, sia nei miei scritti tecnici che nei miei interventi giornalistici, sottolineo da tempo l’esigenza di sottrarre la gestione delle carceri al monopolio dei pm. I quali sono professionalmente orientati a privilegiare la sicurezza, mentre sono meno sensibili alla tutela dei diritti e al percorso rieducativo del detenuto. Quando si tratta di pm antimafia, sono portati a considerare la logica e l’interesse del contrasto alle mafie quale criterio guida dominante. Ma andrebbe tenuto presente che i mafiosi costituiscono una componente davvero minoritaria dell’intera popolazione detenuta.

A Renoldi viene contestata appunto la mancata adesione culturale alla prospettiva tipica, sulle carceri, della magistratura inquirente. Alcune forze politiche gli hanno mosso rilievi che sembrano rinfacciare un’eresia, non solo contestare un’opinione diversa. Non crede che un atteggiamento del genere nasconda in fondo debolezza?

Anche nel campo dell’antimafia sociale, politica e giudiziaria si riscontra una pluralità di orientamenti, tra posizioni più estremiste o radicali e posizioni più moderate. Il radicalismo antimafioso sembra vagheggiare una Costituzione tutta sua, cioè interamente concepita sub specie antimafiae. Ma questa sorta di Costituzione specifica e autonoma contrasta con il costituzionalismo italiano ed europeo, così come è inteso dalla maggior parte dei giuristi contemporanei sia teorici che pratici. Il costituzionalismo penale corretto comporta sempre equilibrati bilanciamenti fra tutti gli interessi e i diritti in gioco. La lotta alla criminalità e il contrasto alla mafia non possono prevalere unilateralmente rispetto alla salvaguardia dei diritti fondamentali degli stessi autori dei reati e al loro diritto alla risocializzazione. Ma una volta buona dovemmo riuscire a superare, nel nostro Paese, la sterile contrapposizione fra un’antimafia che pretende di essere pura e dura e una presunta antimafia impura e debole. Il diritto non può essere estremistico: è sempre misura, contemperamento di esigenze diverse e concorrenti.

Carlo Renoldi come possibile capo del Dap: come giudica la scelta, e la propensione della guardasigilli a concentrare sull’esecuzione penale l’ultima fase del proprio mandato?

Ho più volte manifestato pubblicamente il mio apprezzamento alla ministra Cartabia, per i suoi orientamenti di fondo sia, in generale, in materia di giustizia penale sia più specificamente riguardo all’ambito penitenziario. Non posso che condividere la scelta di Carlo Renoldi come nuovo capo del Dap. Si tratta di un giudice di Cassazione che vanta una precedente e lunga esperienza da magistrato di sorveglianza, vissuta anche attraverso forme di concreta presenza nelle carceri, e di interlocuzione con le persone recluse. Conosce già la realtà carceraria da vicino, dunque, e questo è fondamentale. Ho avuto occasione, alcuni anni fa, di conoscere personalmente Renoldi: sono stato componente, insieme con lui, del cosiddetto comitato scientifico del Csm per la formazione professionale dei magistrati, prima che a Scandicci nascesse la Scuola superiore. In tale occasione ho avuto modo di apprezzare non solo l’elevato livello tecnico e l’ampia cultura di fondo di Renoldi, ma anche le sue caratteristiche di persona di notevole equilibrio. Penso che queste sue complessive doti di personalità confermino la sua attitudine a gestire il mondo carcerario senza unilateralismi, ma bilanciando con ragionevolezza le diverse esigenze di una realtà complessa e variegata come quella penitenziaria.

In un intervento sul Foglio, lei ha scritto che sull’ergastolo ostativo la politica sembra quasi offrirsi deliberatamente alle inevitabili correzioni interpretative della magistratura: non una prospettiva che faccia onore al Parlamento.

Ribadisco i rilievi che ho formulato nel mio articolo sul Foglio del 10 marzo. Spero comunque che dalla fabbrica parlamentare venga fuori un prodotto legislativo il più possibile chiaro e univoco, così da evitare che debba essere la magistratura a precisare il contenuto di norme che il legislatore non riesce a ben definire.

C’è un versante dell’antimafia, relativo alle misure di prevenzione, che negli anni ha prodotto casi di grave ingiustizia: in regioni che ne sono state assai colpite, come la Sicilia, c’è il rischio che ne derivi una profonda e più generale sfiducia nelle istituzioni?

La materia delle misure di prevenzione, controversa da decenni, è troppo complessa per poter essere affrontata in poche battute nell’ambito di un’intervista. Sono qui pensabili, in verità, riforme anche di ampio respiro e secondo direttrici molto innovative, ma per poterle realizzare sarebbe necessaria la maturazione di un clima meno conflittuale sul tema dell’antimafia. E sarebbe anche necessario un livello di cultura, di consapevolezza e di competenze dello stesso ceto politico più elevato rispetto a quello che oggi è dato riscontrare in ogni schieramento, di cosiddetta destra, di cosiddetta sinistra o di cosiddetto centro.

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