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Guerra, resistenza, petrolio e trattative: la crisi che si avvita

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Dal dramma delle città bombardate e dei profughi allo choc economico mondiale che sta per arrivare. Intanto l’Ucraina resiste oltre ogni previsione
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Mille e duecento morti, atroci immagini di civili sotto le bombe a Mariupol, a Odessa come a Kiev sempre più vicina all’assedio. Due milioni di profughi, 22mila solo in Italia. Choc mondiale dei prezzi e rischio stagflazione, destabilizzazione dei mercati mondiali dell’energia e dell’agroalimentare, con il solo prezzo del grano rincarato a ieri del 70 per cento. I costi dell’atroce invasione russa dell’Ucraina sono già altissimi, e destinati a crescere poiché, per usare le parole di Mario Draghi in Parlamento ieri, “non sarà cosa breve”. Ma intanto, a che punto è la guerra? Nessuno sa come andrà a finire, e tantomeno quando, ma intanto può aiutare un bilancio, analizzando gli elementi di cui disponiamo.

LE FORZE IN CAMPO

Nella totale asimmetria delle forze in campo, per numeri e mezzi, l’Ucraina resiste oltre ogni previsione: la sterminata nazione – oltre 600mila chilometri quadrati- che Putin credeva forse di far capitolare in qualche giorno, dà del filo da torcere. È dell’altro giorno la caduta di Valentin Gerasimov, numero due della guerra russa, e nipote del generale e stratega in capo all’armata putiniana, nonché stimato inventore della moderna “guerra ibrida”. Le forze ucraine, nel disastro, tengono bene anche perché il presidente, Volodimyr Zelensky, non è fuggito all’estero, e anzi ha chiamato alle armi ogni ucraino ( divieto di espatrio per i maschi maggiorenni) e messo un fucile in mano a ciascuno ( per decreto, dal momento dell’invasione ogni cittadino può disporre di un’arma: sarà un problema per il dopoguerra). Stati Uniti, Europa e Nato non possono entrare in armi al fianco dell’Ucraina perché questo significherebbe scatenare la Terza Mondiale, e contro una potenza nucleare quale è la Russia. Ma inviano aiuti, e anzitutto armi: per mezzo miliardo di euro la Ue, per 1 miliardo di sollari gli Usa.

Dall’inizio della guerra, Zelensky chiede supporto all’aviazione, che viene negato: se un bombardiere di uno dei paesi dell’Alleanza Atlantica venisse colpito, questo significherebbe l’immediata reazione di tutti gli altri Paesi, a termine dell’articolo 5 del Trattato che regge la Nato. Ovvero, appunto, l’inizio di una guerra mondiale. Per questo motivo, la Polonia e la Casa Bianca hanno anche rifiutato l’escamotage di cedere all’Ucraina i vecchi Mig di cui dispone Varsavia, che avrebbero dovuto esser rimpiazzati nei piani di Zelensky con più moderni bombardieri americani. La Nato ha però schierato nuove forze lungo la nuova Cortina di Ferro, dall’Estonia fino alla Bulgaria. Le Monde ha calcolato in 22mila uomini e 20 navi – oltre le quasi 200 dei singoli paesi dell’Alleanza- le forze Nato messe in campo da febbraio ad oggi.

LE RISORSE ENERGETICHE

Le sanzioni, varate in due tranche, mordono l’establishment e il regime. Ieri, colpiti altri 160 oligarchi e 3 banche bielorusse. Ma nulla di paragonabile a quel che significherebbe chiudere i rubinetti dell’energia: ogni giorno, nelle casse di Mosca finiscono quasi 600 milioni di dollari derivanti dalla vendita di gas e petrolio. Denaro che serve a finanziare indirettamente l’invasione dell’Ucraina. Da ieri, Gran Bretagna e Stati Uniti hanno chiuso al petrolio, al gas e anche al carbone russo. Possono farlo perché Londra ha il Brent, il petrolio del Mare del Nord, e Washington l’autonomia energetica. L’Europa è invece dipendente dalle risorse russe al 45 per cento del suo fabbisogno. Joe Biden aveva messo in agenda un viaggio in Arabia Saudita ed Emirati Arabi per convincere quei Paesi, storici alleati americani, ad abbassare il prezzo del greggio, in modo da aiutare gli europei: il Washington Post ha scritto ieri che non gli hanno neanche risposto al telefono. L’Europa oggi ha un vertice per accelerare la ricerca di alternative alle risorse russe e varare sostegni economici ai Paesi più esposti: è a rischio non solo la ripresa post-Covid, ma la sopravvivenza di molte imprese, oltre a costi insopportabili per le famiglie.

PUTIN

In Russia è vietato pronunciare la parola “guerra”, e chi lo fa rischia attualmente fino a 15 anni di carcere. Ma di certo Vladimir Putin non aveva messo in conto la reazione a quella che lui pretende venga definita come una semplice “operazione militare”: la reazione forte e chiara di tutto il mondo, autocrati esclusi. Le sanzioni colpiscono duramente il suo establishment, la ritirata spontanea dei grandi marchi cui i russi si erano abituati, a cominciare da Mc-Donald, Ikea e Starbuck, rischia di allargare gli effetti a macchia d’olio.

La reazione del nuovo zar è stata spingere il Paese verso l’autarchia, e anche per questo lo dipingono come un dittatore chiuso in un bunker, preda delle sue paranoie: tutti elementi che sono però tratti istitutivi e costitutivi di ogni tiranno. Ogni giorno c’è una manifestazione in qualche città russa contro l’invasione dell’Ucraina, e i social sono pieni di video e immagini di russi in piazza, e di soldati dell’Armata in Ucraina che sono ragazzini spauriti, alcuni respinti a forza di urli nel cortile di casa da semplici casalinghe. Difficile controllare la veridicità di questi filmati, ma Putin ha sigillato il suo Paese anche da questo punto di vista, chiudendo ogni connessione internet.

È il primo passo per costruire un web esclusivamente russo. Un suo vecchio progetto. Perché poi Putin è sempre se stesso: quando il suo esercito arriva in una città in Ucraina, la spiana a colpi di mortaio. Esattamente come ha fatto in Siria negli ultimi 10 anni, per conto di Bashar Assad (che è stato infatti il primo a complimentarsi con lui per l’invasione dell’Ucraina), nel silenzio complice dell’intero Occidente. Ma proprio un Occidente che lo tratta invece oggi come un paría può aprire una sfida per Putin imprevista: quella della sua stessa leadership in patria. E tuttavia, la Russia non è Mosca o San Pietroburgo: il Paese profondo, che ha accesso solo all’informazione di regime, è un paese povero che si nutre soprattutto di orgoglio nazionale e del sogno di una Grande Russia.

LE TRATTATIVE

I round tra delegazioni di secondo livello, richiesti dai russi, hanno sinora portato solo all’apertura di corridoi umanitari. Che i russi hanno gestito come un’arma, perché li hanno aperti solo verso la Russia o la Bielorussia: non corridoi umanitari, dunque, ma deportazioni. Oggi ci sarà invece un bilaterale di primo livello, tra Ministri degli Esteri: Lavrov e Kuleba si vedranno in Turchia, ad Antalya. Zelensky ha fatto sapere pubblicamente di esser disposto a trattare sulla cessione delle autoproclamate “repubbliche” nel Donbass e della Crimea. Territori che di fatto la Russia già controlla – la Crimea dal 2014. Possibile che Putin si accontenti? Molto attesa la scesa in campo diplomatico della Cina, che infatti da due giorni è uscita dal suo sibillino silenzio ed emette note ufficiali di sostegno alla Russia: è quel che si fa quando si vuol essere ascoltati da un alleato riluttante.

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