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Che tragedia sentirsi impotenti. E doverlo anche confessare

Vladimir Putin
C'è chi si augura che Putin finisca in un "pantano" come accadde all'Urss di Breznev in Afghanistan
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Che diavolo di capricci riesce a fare, ma soprattutto a farci la storia in passaggi drammatici come quello che stiamo vivendo con la guerra in Ucraina. Della quale per fortuna possiamo scrivere e parlare, almeno in Occidente, senza finire in galera, come avviene invece nella Russia che pensavamo finalmente uscita dalle nefandezze della nomenklatura sovietica. Con la quale pure si poteva finire in galera, e anche peggio, ma forse ancor meno facilmente di adesso.

Ma il capriccio di cui vorrei farvi partecipi non è questo. È ancora più grande e feroce: quello di augurarsi, come ho visto e letto da qualche parte, anche bene informata di storia, politica e dintorni, che quel testone, capoccione o come altro volete chiamare Putin finisca o sia già finito, alle prese con l’Ucraina, nello stesso “pantano” in cui s’infilò ai tempi dell’Urss il vecchio e decadente Breznev invadendo e mettendo a ferro e fuoco l’Afghanistan. Dove, pur invecchiato e a stento capace di reggersi in piedi da solo per la durata intera di una cerimonia, o di una parata, il gerarca sovietico aveva saputo valutare in tempo la pericolosità che andava assumendo il fenomeno dell’estremismo islamico, o islamista, come preferite: valutazione che gli fu facilitata dalla circostanza di avere l’islam in casa, nella vastità e complessità delle Repubbliche confluite con le buone o con le cattive nell’Unione rossa della falce e martello.

Noi occidentali non volemmo o non sapemmo comprendere la situazione. In funzione dell’anticomunismo, o antisovietismo, preferimmo dare una mano non a Mosca ma agli estremisti islamici o, ripeto, islamisti. Li armammo e finanziammo come più non si poteva, non riuscendo neppure a immaginare – o ritenendo, da furbi come ci sentivamo, di sapercene difendere – che quegli estremisti, una volta liberatisi dei sovietici, e accartocciati i loro carri armati sui bordi delle strade, si sarebbero rivoltati anche contro di noi. Il che avvenne sino a spedire una squadra di sabotatori direttamente negli Stati Unti per abbattere, fra l’altro, le torri gemelle di New York. Ricordate, gente? Io li ricordo bene quei due grattacieli che fumavano la mattina dell’ 11 settembre 2001, pomeriggio in Italia, come i due fiammiferi descritti con la sua solita bravura da quella testimone e cronista d’eccezione che era Oriana Fallaci.

Accadde così che noi occidentali – si sempre noi – dovemmo sostituirci in qualche modo ai sovietici che avevamo voluto far cacciare dall’Afghanistan e ritentare la loro operazione d’ordine, chiamiamola così. E che potevamo per fortuna chiamare quella che davvero era, cioè una guerra, oltre a praticarla, senza finire in galera per l’editto di qualche leader della coalizione dei volenterosi, coraggiosi e simili allestita dagli Stati Uniti. Fu un conflitto durato praticamente una ventina d’anni e di recente concluso – ahimè – con la nostra fuga un po’ disordinata e la consegna, o restituzione, di quel Paese ai talebani, che lo stanno così ferocemente governando nella nostra ormai completa distrazione, favorita anche dalla tragedia sopraggiunta in Ucraina.

A quest’ultima, ai suoi problemi, al suo presidente Zelensky ridotto dal gatto del Cremlino al topo dipinto da Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera, ignorando tutti gli altri topi che gli stanno dietro, non intendo paragonare minimamente l’Afghanistan dell’altro ieri, di ieri e di oggi. Ma mi dà – vi confesso – un ceto fastidio culturale, psicologico, persino fisico scommettere sul “pantano” in cui si ficca, o riusciamo a ficcare l’avversario di turno. Il pantano è sempre un’arma a doppio taglio, e dagli esiti imprevedibili. Preferisco le soluzioni chiare ai problemi: la vittoria e, al limite, la sconfitta.

Né mi piace – vi confesso anche questo – sentire il pur bravo, bravissimo Sergio Mattarella, reduce dal sacrificio di una rielezione non desiderata al Quirinale pur di non aggravare le emergenze italiane irrisolte, anzi aumentate anche a causa della guerra nel frattempo scoppiata, dire agli ucraini con i quali ha assistito alla messa in una chiesa di Roma che l’Italia “farà quello che può” a favore loro e dei cari che muoiono o cercano di scappare dalla propria terra come topi inseguiti dai gatti putiniani, non meno feroci di quelli una volta sovietici, o forse anche di più, nelle nuove condizioni date dell’umanità e della scienza, diciamo così. Che tragedia sentirsi impotenti. E doverlo anche confessare.

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