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Sorpresa: l’odiata globalizzazione non è il male

Vladimir Putin
Al fianco di Bruxelles abbiamo visto marciare il “capitale globale” che si pone come inaspettato ma efficacissimo argine contro i regimi illiberali. Con l'obiettivo di paralizzare finanziariamente la Russia di Putin senza sparare un colpo
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Nel momento in cui eravamo convinti che la Storia fosse finita, ecco, in quel preciso istante e con buona pace di Francis Fukuyama, la Storia ha scartato di lato e con un’accelerazione improvvisa e inaspettata ha buttato all’aria quel poco che era rimasto delle categorie del ‘900. Tutto questo per dire che la guerra sciagurata di Putin è iniziata con un’Europa paralizzata e incapace di mettere in campo sanzioni efficaci – perché quelle stesse sanzioni, ci raccontavano, avrebbero danneggiato la nostra economia – mentre oggi ci ritroviamo con un vecchio Continente unito come mai era accaduto nella sua storia ed eccezionalmente determinato a contrastare l’invasione russa.

Qualcuno ha giustamente parlato di “democrazia belligerante”, e in effetti assistiamo a una mobilitazione democratica che sembra richiamare lo spirito – per ora solo quello – delle brigate internazionali che nel ‘36 andarono a combattere contro il franchismo in Spagna. Non solo: al fianco di Bruxelles abbiamo visto marciare l’odiatissimo “capitale globale” che, per la gioia del neo keynesiano Joseph E. Stiglitz e lo smarrimento dell’icona neomarxista Thomas Piketty e del pacifismo “yankee go-home”, si pone come inaspettato ma efficacissimo argine contro i regimi illiberali. Obiettivo: paralizzare finanziariamente la Russia di Putin.

E per capire di che parliamo, riportiamo qualche breve esempio ripreso dal bellissimo articolo di Federico Fubini sul Corsera. Primo: la banca centrale russa non potrà più usare le sue riserve in dollari e in euro per salvare le banche commerciali, il che ha generato un “bank run”, una corsa agli sportelli, senza precedenti. E ancora: le agenzie di rating hanno declassato il debito russo a “spazzatura”; il colosso petrolifero inglese Bp ha ritirato la propria partecipazione azionaria (14 miliardi di dollari) da Rosneft, la più grande compagnia russa nel settore oil; Bruxelles ha ordinato il blocco dell’esportazione di aerei e attrezzature dall’industria aeronautica e delle tecnologie di raffinazione petrolifera. Per non parlare del blocco del Fondo russo di investimenti diretti e del congelamento dei beni di Putin e degli oligarchi a lui più vicini.

Insomma, un “arsenale” che ha l’obiettivo di sfiancare l’economia russa, magari cercando di agire su un’opinione pubblica progressista per erodere le basi del consenso putiniano. Il tutto, per il momento, senza sparare un colpo. E non è poco.

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