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Caro Davigo, nelle nostre carceri ci sono quasi mille ultrasettantenni

La detenzione domiciliare non è automatica e sono tanti gli anziani reclusi per reati minori
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«Avendo compiuto 70 anni, non posso neanche andare in carcere e starei comunque a casa mia», ironizza l’ex magistrato Piercamillo Davigo a proposito di una sua eventuale condanna. Augurandoci la sua completa assoluzione, in realtà dipende dai giudici. Non c’è alcun automatismo. Infatti esistono quasi 1000 detenuti (993 nel 2021, secondo dati Dap) che sono reclusi nelle patrie galere nonostante siano ultrasettantenni. Molti di loro, non hanno commesso gravissimi reati.

L’ipotesi di detenzione domiciliare non vale per tutti

Il riferimento di Davigo, è l’articolo 47 ter dell’ordinamento penitenziario, la parte in cui prevede che la pena – se il reato non rientra tra alcune eccezioni – “può” essere espiata nella propria abitazione o in altro luogo pubblico di cura, assistenza o accoglienza, quando il condannato abbia compiuto i settant’anni d’età. Ma si tratta di una possibilità e non sempre i giudici la concedono. E infatti non mancano casi di persone che varcano la soglia del carcere, nonostante non si siano macchiati di reati feroci. L’ ipotesi di detenzione domiciliare per gli anziani ha una finalità umanitaria dettata dalla circostanza che il superamento di una certa soglia di età comporta delle difficoltà maggiori per chi si trova in carcere. Però non vale per tutti.

Nel 2019 Mattarella concesse la grazia a 3 ultraottantenni

Ci sono gli anziani senza fissa dimora e senza alcuna struttura pronto ad accoglierli, ci sono coloro che i giudici li considerano recidivi, oppure pericolosi socialmente. Ci sono anche casi particolari, come i tre detenuti anziani che nel 2019 hanno ricevuto la grazia dal presidente Mattarella. Pensiamo all’88enne Graziano Vergelli, che era stato condannato a 7 anni e 8 mesi per aver ucciso la moglie malata di Alzheimer. La strangolò con una sciarpa e rimase accanto al cadavere circa un’ora, poi andò a costituirsi dalla polizia dicendo agli agenti “Non ce la faccio più” e spiegando di non reggere a un repentino aggravamento della malattia della moglie. Storia analoga quella di Vitangelo Bini, 89 anni, che doveva scontare una condanna a 6 anni e 6 mesi per l’omicidio della moglie, che era malata di Alzheimer: l’uomo la uccise per non vederla più soffrire. Persone quasi novantenni che sono stati reclusi in carcere. Ma poi c’è il caso come quello della sarda Stefanina Malu, 83 anni, morta dopo una carcerazione per aver custodito droga per conto di qualche banda.

Nel 2020, secondo la garante Gabriella Stramaccioni, c’erano almeno 60  ultrasettantenni

Parliamo di anziani che decidono si superare le ristrettezze economiche attraverso la detenzione di stupefacenti. E questo perché, per via dell’età, è un reato più accessibile, non richiedendo un’elevata prestanza fisica. In Italia, è sempre più facile che un ultrasettantenne finisca in carcere e spesso il giudice di sorveglianza non conceda la detenzione domiciliare. Solo fra il carcere romano di Rebibbia penale e Nuovo Complesso, almeno secondo quanto denunciato nel 2020 dalla garante Gabriella Stramaccioni, ci sono almeno 60 uomini ultrasettantenni. Si tratta di persone sole che non hanno più legami familiari, molte provenienti dalla strada. Vista l’età e la malattia, potrebbero accedere alle misure alternative, il problema è che non ci sono posti. E il carcere, che rimane l’unica accoglienza possibile, si trasforma inevitabilmente un deposito.

Davigo al massimo potrebbe essere affidato al servizio sociale

Ma com’è detto, diventa un contenitore di tutti gli anziani che usati dalle organizzazioni criminali, quelle che approfittano del loro disagio economico – pensione sociale che non basta nemmeno per la sopravvivenza – per nascondere la droga. Senza parlare dei reati ostativi, che non riguardano solo quelli mafiosi, dove gli anziani non hanno la possibilità di fare richiesta per la misura alternativa. Ovviamente Davigo, in caso di condanna, può dormire sogni tranquilli. Anche perché la pena massima sulla rivelazione di segreto d’ufficio è di due anni. Al massimo potrebbe essere affidato al servizio sociale come è accaduto con Berlusconi. Ma l’età non c’entra. Come abbiamo visto, i detenuti ultrasettantenni – anche bisognosi di badanti per via della fragilità fisica – non mancano.

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