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La lunga strada di una riforma davvero innovativa della detenzione

Ogni venerdì. a partire da oggi, ospiteremo questa rubrica che vuole essere un viaggio per far comprendere l’importanza della cosiddetta economia carceraria
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Ogni venerdì. a partire da oggi, ospiteremo questa rubrica che vuole essere un viaggio per far comprendere l’importanza della cosiddetta economia carceraria. Che impatto ha sulla società, oltre a professionalizzare i detenuti e avviarli al lavoro? Paolo Strano e Oscar La Rosa sono i creatori del primo Festival Nazionale dell’Economia Carceraria, tenutasi nel 2018, per promuovere la collaborazione tra cooperative e imprese che investono all’interno delle carceri assumendo persone in esecuzione penale. Da lì, è nato il progetto “Economia carceraria” che riunisce tutte le esperienze attive nella creazione di laboratori e simulatori d’impresa con soggetti posti in reclusione. Per capirne l’importanza, bisogna partire dall’inizio. Molto prima della nascita del carcere secondo la visione illuministica. Oscar La Rosa, tra i fondatori dell’Economia Carceraria, ogni venerdì ci accompagnerà in questo lungo viaggio.

Certo, la frase è forte, e nonostante il punto interrogativo il nostro ricordo va alle pagine più buie della nostra storia umana. Eppure sotto molti aspetti è proprio così, l’etica del lavoro ha plasmato la nostra società, attraverso il lavoro sosteniamo la nostra esistenza, definiamo noi stessi, i nostri valori e la percezione degli altri e del mondo che ci circonda. Le prime informazioni che diamo di noi stessi sono nome, cognome e professione. Il lavoro ci consente di occupare una posizione nella società, non importa in quale grado o in quale classe sociale. Il lavoro permette a ognuno di concorrere al progresso materiale e spirituale della società. Nulla, più di questo, emancipa, libera e nobilita l’uomo e difende la sua onorabilità.

Quello che fa male nella frase scelta come titolo è stata la bugia racchiusa nei posti che nessuno vorrebbe che mai esistessero. Si varcava un cancello con l’ultima speranza che il lavoro rendesse liberi, invece l’unica libertà veniva donata dalla morte.

Negli ultimi anni si è tornati ad accostare il termine “lavoro” in un luogo che per definizione non ammette libertà: il carcere. Sono sempre di più gli studi che promuovono riflessioni sull’importanza del lavoro in carcere e analizzano dati sulle correlazioni tra opportunità di lavoro e recidiva.

In molti vedono la possibilità per il detenuto di lavorare come uno strumento concreto per abbattere recidiva e garantire sicurezza sociale. Tanti altri, condannano gli sforzi dello Stato o della società civile a garantire un posto di lavoro per il detenuto in quanto eticamente sbagliato nei confronti di coloro che nonostante le difficoltà economiche non hanno macchiato la propria fedina penale.

Altri ancora, guardano al lavoro in carcere come a una forma di sfruttamento del detenuto, il quale deve essere condannato solamente alla privazione della libertà e non a svolgere ( obbligatoriamente o su forte raccomandazione al fine di ottenere benefici) un determinato lavoro.

Come si può immaginare il tema è complesso ed ogni fenomeno sociale è figlio del tempo in cui si vive. Le parole “lavoro” e “carcere” ultimamente sono tornate ad essere lette insieme ma in verità il loro legame è antico quasi quanto la storia dell’uomo e per intraprendere la strada giusta da percorrere, auspicando una riforma veramente innovativa sulla vita detentiva, è importante conoscere la strada percorsa. Ringrazio la redazione de Il Dubbio per l’ospitalità concessa e sarà mio impegno accompagnarvi in un viaggio che possa offrire vari punti di vista sulla tema del lavoro in carcere.

Oscar La Rosa

Founder Economia Carceraria

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