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È dal 2019 che Mattarella chiede la riforma del Csm: ora lo ascolteranno?

Già subito dopo il deflagrare del caso Procure, il Presidente cominciò a invocare nuove regole contro le degenerazioni
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Dove eravamo rimasti? Al 20 gennaio, seduta straordinaria del plenum del Csm convocata per riconfermare il primo presidente Curzio e il presidente aggiunto Cassano ai vertici della Cassazione: «Questa occasione imprevista – disse Sergio Mattarella – mi offre l’opportunità di ripetere al Consiglio e a ciascuno dei suoi componenti gli auguri più intensi per l’attività che svolgerà nei prossimi mesi con la presidenza del nuovo Capo dello Stato». Le sue parole erano state interpretate come un ulteriore segnale di non volere il bis. E invece continuerà a presiedere l’attuale consiliatura, ormai in scadenza, e le prossime che verranno, traghettando il Csm verso la rigenerazione etica tanto auspicata.

Mattarella è, in quanto più alta carica dello Stato, al vertice anche dell’organo di autogoverno dei magistrati dal 2015, anno d’inizio del suo primo settennato: era la consiliatura di Luca Palamara, e terminò nel 2018. Gli ultimi tre, in particolare, sono stati, per il Csm, gli anni della più grave crisi di credibilità. Alcuni contestano a Mattarella di non aver denunciato o agito abbastanza per contrastare il disfacimento, e vedono una conferma della loro tesi nel silenzio sulla giustizia nel discorso dell’ultimo 31 dicembre. Secondo altri, invece, Mattarella ha parlato e agito nei momenti necessari. Ieri, il vicepresidente del Csm David Ermini, nel felicitarsi con il rieletto Capo dello Stato, ha detto che «il Paese in questo momento ha ancora bisogno di lui, ha bisogno della sua guida illuminata e del suo esempio di uomo retto al servizio del bene comune, per costruire il futuro e dare speranza alle giovani generazioni dopo il lungo inverno pandemico. La saggezza e l’equilibrio che lo contraddistinguono, la sua autorità morale e il profondo senso dello Stato e delle istituzioni sono garanzia che il nuovo settennato sarà altrettanto autorevole e prestigioso di quello appena trascorso». E soprattutto, Ermini si è detto certo che, per il Consiglio superiore, il presidente Mattarella, «supremo tutore e interprete dei valori costituzionali e dell’indipendenza e autonomia della magistratura, sarà, come sempre è stato in questi anni, costante riferimento e saldo sostegno. Bentornato Presidente», ha concluso.

Basta una breve retrospettiva per corroborare il punto di vista di chi, come Ermini, giudica Mattarella una luce nel buio della magistratura in crisi. Il 29 maggio 2019 Corriere della Sera e Repubblica fanno sapere che Palamara è indagato a Perugia per corruzione. Il 21 giugno 2019 durante una assemblea straordinaria del Csm per convalidare l’elezione di due nuovi consiglieri togati, dopo le dimissioni di altri coinvolti nello scandalo Palamara, Mattarella fu durissimo: «Quel che è emerso, nel corso di un’inchiesta giudiziaria, ha disvelato un quadro sconcertante e inaccettabile. Quanto avvenuto ha prodotto conseguenze gravemente negative per il prestigio e per l’autorevolezza non soltanto di questo Consiglio ma anche per il prestigio e l’autorevolezza dell’intero Ordine giudiziario». E cominciò a invocare riforme. La riconquista di credibilità e dell’indipendenza e totale autonomia dell’Ordine giudiziario «confido che avverrà anzitutto sul piano, basilare e decisivo, dei comportamenti», ma anche con «modifiche normative, ritenute opportune e necessarie, in conformità alla Costituzione». Si cominciò a parlare di sorteggio dei membri del Csm per scongiurare una ulteriore lottizzazione del Consiglio. Allora forse era una eresia, oggi, con i risultati del referendum dell’Anm, si rafforza invece questa ipotesi, benché sia da sempre tacciata di profili di incostituzionalità.

Mattarella si espresse ancora sul nodo più delicato delle degenerazioni correntizie quando il 14 novembre 2019, per la nomina di Giovanni Salvi a procuratore generale della Cassazione, precisò: «Colgo questa occasione per ribadire l’esigenza che da tante parti viene sottolineata: il Consiglio superiore ha, oggi più che mai, il dovere di assicurare all’Ordine giudiziario e alla Repubblica che le sue nomine siano guidate soltanto da indiscutibili criteri attinenti alle capacità professionali dei candidati».

Il 6 aprile dell’anno successivo vengono depositati gli atti dell’inchiesta: tra la cena all’Hotel Champagne e la pubblicazione delle chat dell’ex leader Anm, il Csm, e tutto il sistema delle correnti, sono ormai sconquassati. Il 29 maggio 2020, a un anno esatto dall’inizio dello scandalo, Mattarella interviene nuovamente, con un comunicato stampa, per spiegare che, nonostante la situazione, non può sciogliere il Csm, tuttavia «se i partiti politici e i gruppi parlamentari sono favorevoli a un Consiglio superiore della magistratura formato in base a criteri nuovi e diversi, è necessario che predispongano e approvino in Parlamento una legge che lo preveda: questo compito non è affidato dalla Costituzione al presidente della Repubblica ma al governo e al Parlamento. Governo e gruppi parlamentari hanno annunziato iniziative in tal senso e il presidente della Repubblica auspica che si approdi in tempi brevi a una nuova normativa». E intanto al timone del ministero della Giustizia c’era il pentastellato Alfonso Bonafede. Solo il 21 aprile dello scorso anno la commissione Giustizia della Camera adottò la legge dell’ex guardasigilli come testo base per la riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario. Da allora stallo, completo della politica. Siamo arrivati a pochi mesi dal rinnovo del nuovo Csm, ma gli emendamenti di Cartabia sono congelati a Palazzo Chigi. Eppure lo scorso 24 novembre, in occasione del decennale della Scuola superiore della magistratura, Mattarella indirizzò l’ennesimo monito alla politica: «Il dibattito sul sistema elettorale per i componenti del Consiglio superiore deve ormai concludersi con una riforma che sappia sradicare accordi e prassi elusive di norme», definendo «non più rinviabile la riforma. Non si può accettare il rischio», proseguì, «di doverne indire le elezioni con vecchie regole e con sistemi ritenuti da ogni parte come insostenibili».

Insomma, il riconfermato Mattarella non vorrà di certo trovarsi a presiedere un Csm eletto con gli stessi meccanismi degenerativi che hanno originato gli scandali del correntismo. Quasi sicuramente, nella sua idea di nuovo Csm non c’è un plenum di sorteggiati. E probabilmente auspica una revisione del sistema delle nomine, in modo da evitare, tra l’altro, un nuovo imbarazzante scontro tra Consiglio di Stato e Consiglio superiore, che lo ha visto protagonista, nell’ultima seduta, in una veste che è sembrata favorevole alla riconferma di Curzio e Cassano a pochi giorni dall’inaugurazione dell’anno giudiziario. È tempo dunque di passare dalle parole ai fatti: non sappiamo se il Mattarella bis sarà più interventista del precedente alla guida del Csm, ma una linea l’ha data e ora governo e Parlamento devono accelerare per concretizzare la riforma. I partiti gli hanno chiesto un sacrificio, di logica ne condividono l’operato, di conseguenza non possono eludere le sue continue esortazione per un rinnovamento della prossima Consiliatura.

 

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