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Reggio Calabria: «Vigilare sulla qualità linguistica delle norme e degli atti»

Rosario Maria Infantino, presidente dell'Ordine degli Avvocati di Reggio Calabria
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La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Reggio Calabria, Rosario Maria Infantino, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022

Alla Signora Ministra,

Al Sig. Presidente della Corte D’Appello,

Al Sig. Procuratore Generale ed ai Sig.ri Magistrati,

Alle autorità Civili, Militari e Religiose

rivolgo il saluto dei Consigli dell’Ordine degli Avvocati di Reggio Calabria, Palmi e Locri.

I Colleghi mi hanno onorato, delegandomi a rappresentare il Distretto nel corso di questa cerimonia, in linea peraltro con le indicazioni fornite dall’amministrazione della giustizia. Indicazioni, quelle ricevute, all’insegna della brevità degli interventi, ragion per cui dovrò contenere la mia relazione nel tempo concessomi. Avrei voluto anch’io aprire “un cassetto chiuso da tempo” Signora Ministra, ma non potendolo fare mi soffermerò brevissimamente su tre sole tematiche.

L’inaugurazione dell’anno giudiziario 2022 possiamo dire che è, per rimanere in tema epidemiologico, l’evoluzione dell’anno giudiziario 2021. Un anno, quello trascorso, di scelte forti e coraggiose, fatte passo dopo passo, con tante positività, con altrettanti errori, ma con maggiore consapevolezza, tanta tanta consapevolezza in più. A cominciare dal linguaggio, che è il primo argomento su cui mi soffermerò, e dalla necessità di chiarezza nel linguaggio. Quello delle leggi, dei DPCM, delle circolari etc.

Solo la scorsa settimana l’Avvocatura, in tutte le sue componenti locali e nazionali, ha avvertito l’ineludibile esigenza di dover intervenire, addirittura con invio di missive, circa la poca chiarezza dell’ultimo decreto legge recante il n. 1 del 2022, essendo stato inibito ai più di comprenderne il significato, nonostante il vano tentativo di ricomporre il puzzle delle varie norme richiamate, senza appunto venire a capo sui tempi di ingresso nei palazzi di giustizia da parte degli Avvocati muniti obbligatoriamente di green pass, ovvero se da subito, o dal primo febbraio ovvero, ancora, dal 15 febbraio prossimo. C’è voluto l’intervento chiarificatore – una circolare definiamola interpretativa – per mettere ordine nel groviglio normativo.

Ne approfitto per la presenza preziosa, fortemente significativa della sig.ra Ministra in questa cerimonia, ricordando a me stesso quanto dalla Ministra Cartabia ribadito nel corso nell’ultimo Congresso Nazionale Forense dello scorso luglio, ovvero della “importanza di un apporto diretto, quotidiano e continuo dell’Avvocatura italiana per il corretto funzionamento della giustizia”. Ebbene, per mio tramite, l’Avvocatura ritiene indispensabile vigilare sulla qualità linguistica delle norme e degli atti che, in particolar modo in un periodo quale quello attuale, è attività necessaria per preservare il diritto delle persone di capire e di adempiere.

L’Avvocatura ha dedicato un convegno al “Linguaggio delle istituzioni e diritto dei cittadini a capire”. Ne è emerso che “c’è un diritto per chi deve rispettare le norme, a comprenderle ed un corrispondente dovere, per chi le pone, di farsi capire.” Il venir meno di questo equilibrio comporta, irreversibilmente, “il caos normativo e la sfiducia  dei cittadini nei confronti delle Istituzioni e, progressivamente, la destabilizzazione della vita sociale”. In una situazione quale quella attuale, in cui la produzione normativa e precettiva ha una evoluzione giornaliera, una norma scarsamente comprensibile danneggia i cittadini, in particolar modo quando il testo non è rivolto ai tecnici del diritto ma al popolo: in quest’ultimo caso lo sforzo di semplificazione deve essere massimo e alla qualità linguistica deve corrispondere, a monte, un pensiero lucido.

Già negli anni ‘80/’90, o ancor prima, l’attenzione degli operatori del diritto si fermò sui modi di “fabbricazione” difettosa delle leggi e sulle conseguenze varie che ciò comportava rispetto al prodotto di questa fabbrica. Nell’anno 2022, Signora Ministra, fermo sempre l’elevatissimo numero delle leggi, di decreti, di atti di natura secondaria cui viene riconosciuta forza di norma primaria, rimane in tutta la sua gravità l’imperfetta stesura delle leggi, l’imprecisa indicazione dei principi del diritto, la sempre più ricercata quanto deleteria tecnica di inserire emendamenti, abrogare parti di norme, fare richiami all’interno di testi di leggi mai riscritte nella loro interezza ma che necessitano sempre di più di un’opera ricostruttiva con l’ausilio di uno specialista, spesso informatico, della materia. In piena pandemia i “risultati” (per usare un eufemismo) sono sotto gli occhi di tutti!

Il secondo tema degno di attenzione, per dare continuità a quella che era stata la traccia che caratterizzò l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2021, riguarda la “persona e la sua tutela”, in un sistema proiettato verso la ricerca spasmodica di una gestione esclusivamente efficientista. Muovendo da quella traccia, occorre adesso dare continuità ad un percorso volto ad affermare lo sviluppo di una società inclusiva, caratterizzata da un benessere più diffuso. Un diritto che si confronti sempre e comunque con l’umanità. Tappa tangibile di questo percorso è l’attenzione rivolta di recente proprio dalla Signora Ministra al “Piano Carceri” ed alla dichiarata esigenza di migliorare la qualità della vita dei detenuti e di chi lavora in carcere, nell’ottica di favorire sia il recupero sociale di chi sta scontando una pena, sia la sicurezza della collettività.

Non v’è il tempo, purtroppo, di addentrarsi nei dettagli di siffatta tematica, ma certo è che sono esigenze primarie l’assistenza sanitaria nelle carceri dove i fenomeni pandemici sono stati anche rilevanti, l’individuazione del trattamento rieducativo nonché il reinserimento socio-lavorativo dei detenuti. Si tratta, in altre parole, come magistralmente scritto dal Garante dei diritti delle persone detenute in Calabria, nella relazione dello scorso anno, “di organizzare bene il bene, perché il male è molto bene organizzato”.

Il terzo tema non può che riguardare, per chi ha a cuore questa Città, l’edilizia giudiziaria e, in particolar modo, l’ormai famoso Palazzo di Giustizia, la grande incompiuta, l’immagine peggiore di questa comunità! Il nostro riscatto parte da qui! L’esempio di una giustizia efficiente passa attraverso quest’opera! L’autorevolezza dell’istituzione è dentro e fuori quelle mura! Mettiamoci tutti la faccia!

Abbiamo pazientato per lunghi sedici anni, abbiamo dormito per troppo tempo. La Città vuole il nostro contributo. Aspetta le nostre iniziative, pretende che la rinascita dei valori di giustizia abbia inizio dal completamento dell’opera primaria all’interno della quale si esercita la giurisdizione. Il Tribunale è un punto fermo di una Città, è il riferimento della tutela dei diritti, il luogo dove i giusti ripongono le loro speranze. Un’opera degradata, malconcia, non finita, deprezzata, finanche saccheggiata, è simbolo di un fallimento generalizzato dello Stato di Diritto. Ma per noi, donne ed uomini di giustizia, per tutti noi, il Tribunale non è solo questo. Non è solo un edificio, non è solo un luogo fisico, non è solo una sede di lavoro: è la casa dove esercitiamo le nostre professioni, dove ci confrontiamo, luogo di scambio di idee e di esperienze, di coesione, di applicazione pratica dei nostri studi, luogo di soddisfazioni professionali e di altrettante delusioni. Non c’è Avvocato o Magistrato o dipendente che non abbia aneddoti da raccontare, esperienze da tramandare, esempi da imitare.

Ed allora è bene che parta proprio da qui un segnale di cambiamento, perché quel Palazzo, germinato a seguito di un concorso di idee, scelto all’epoca per la sua incantevole futuristica bellezza, incastonato tra il Centro Direzionale e altri edifici a destinazione pubblicistica, edificato lungo l’argine del fiume, rispetto al quale abbiamo mescolato l’architettura al sentimento, possa divenire, sin da subito, il luogo simbolo di legalità in questa Città.

Formulo a Voi tutti i migliori auguri per il Nuovo Anno Giudiziario. 

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