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Palermo: «Il ricordo dei martiri della democrazia è un patrimonio di tutta la categoria forense»

Antonello Armetta, presidente dell'Ordine degli Avvocati di Palermo
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La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Palermo, Antonello Armetta, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022

Ill.mo Sig. Presidente, Dott. Frasca,

Ill.mo Sig. Procuratore Generale, D.ssa Palma Guarnier,

Ill.mo Sig. Delegato del Ministro della Giustizia, Prof.ssa Marta Cartabia,

Ill.me Autorità civili e militari,

Prima di iniziare il mio intervento vorrei rivolgere a nome mio, dei Presidenti avv. Gaziano, avv. Spada, avv. Livio, Avv. Siragusa e avv. Galluffo, e di tutta l’Avvocatura del nostro Distretto, un deferente saluto al Presidente della Repubblica, nostro concittadino, che sta completando in questi giorni il suo mandato di Capo dello Stato e che, soprattutto in questi durissimi 2 anni, non ha mai fatto mancare all’intera Nazione la sua vicinanza, rinsaldando il senso di Unità nazionale, troppo spesso dimenticato.

Il nostro Presidente della Repubblica tiene vivo in tutti noi il ricordo di tutte le vittime della criminalità organizzata, che hanno dato la vita nel nome della legalità, del senso civico, della solidarietà umana e del principio di uguaglianza. Nel 2022 si celebrerà il trentennale delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, che se da un canto hanno contrassegnato uno dei momenti più bui della Repubblica, dall’altro hanno dato impulso a quella rivoluzione delle coscienze che ha consentito al popolo siciliano di rivendicare a gran voce il riscatto da tutte le mafie.

L’anno che si è appena concluso è stato caratterizzato, come il precedente, da scelte orientate da una pandemia che ha sconvolto la vita, i piani, le previsioni di tutti noi. Ciò che, appena due anni fa, non era nemmeno immaginabile è divenuto, improvvisamente, ordinario. E se, fisiologicamente, in una fase di continua emergenza, il tema della salute pubblica è divenuto non solo primario, ma essenziale per la stessa prosecuzione della nostra vita quotidiana e della nostra attività lavorativa e professionale, il nostro ruolo di operatori del diritto ci impone comunque di riflettere sulle ulteriori problematiche che sono degradate sullo sfondo ed apparse meno importanti di quanto siano nella realtà.

Abbiamo intrapreso forzatamente una difficile, ma sempre più decisa direzione, qual è quella della organizzazione di un mondo in cui i contatti fisici vanno limitati, organizzati, scanditi. La collaborazione tra magistratura e Avvocatura, nei nostri circondari e nell’intero distretto, ha avuto un ruolo centrale nella adozione di misure emergenziali, difficili ma condivise, nella consapevolezza di rappresentare due emisferi dello stesso pianeta. Eppure, le criticità che avevamo l’occasione di risolvere sono rimaste, in molti casi intatte, irrisolte.

I nostri tentativi di razionalizzare le udienze, ed in specie quelle penali, a fronte di un encomiabile lavoro della maggior parte dei magistrati e dei loro vertici dirigenziali, sono stati e continuano ad essere costantemente mortificati dalle resistenze di quei pochi che non accettano l’idea di predisporre calendari seri di gestione delle udienze, così favorendo il pericoloso assembramento di avvocati, parti, testimoni che dovrebbero saggiamente alternarsi, ad orari cadenzati, nell’arco della mattinata di udienza. Eppure, non pare una idea particolarmente difficile da metabolizzare, dopo due anni, con i numeri dei contagi che ben conosciamo, salvo a voler pensare che le esigenze di alcuni soggetti della giurisdizione siano considerate di serie B, rispetto alle priorità di chi gestisce per Legge il potere giudiziario. Quel potere giudiziario che viene tanto faticosamente esercitato, gestito e declinato nei territori quanto deturpato, infangato e vilipeso nelle sue più alte estrinsecazioni, come le vicende più e meno recenti hanno abituato questo Paese a leggere, sentire, vedere.

Ad una giustizia, e ad una giurisdizione, amministrata con difficoltà e scarsezza di mezzi nei nostri territori, costretta a decisioni difficili ed assumendosene ogni responsabilità, ciò di cui – Presidente – pubblicamente ritengo doveroso dare atto, fa da contraltare in Italia un sistema di gestione del potere giudiziario che imporrebbe – agli occhi di chiunque – non una sbandierata e solo proclamata riforma, ma un totale annientamento di un sistema che non ha nulla da invidiare alla peggiore politica della prima Repubblica.

Nella nostra realtà territoriale, invece, ci occupiamo di problemi quotidiani, per noi drammi, che non possono interessare a chi ha obbiettivi troppo ambizioni e diversi dall’amministrare la Giustizia concreta. Proprio in questi giorni, abbiamo dovuto assistere alla frammentazione di fondamentali uffici della giustizia civile nei nuovi locali di via Orsini, per una scelta obbligata se pensiamo alle vicende di Palazzo Eas ma che sarebbe stata, lo ribadiamo, ampiamente soddisfatta dalla riorganizzazione degli spazi e delle stanze della cittadella giudiziaria. L’avvocatura si è battuta per trovare soluzioni, invocando il dovuto intervento di un Ministero che, piuttosto che comprendere cosa stesse accadendo, è parso preoccupato solamente della possibilità che fosse messa in discussione l’ubicazione di un museo che nessuno intendeva contestare, e non certo del dramma di migliaia di Avvocati che ritenevano di meritare un intervento giustamente risolutivo.

Quel Ministero era impegnato, lo sappiamo, nell’elaborazione di riforme che sembravano centrali per la giustizia italiana, creando l’illusione che ogni suo male stava per essere risolto. Ci siamo illusi che, finalmente, potesse essere intrapresa la via maestra per uscire dal tunnel che la Giustizia italiana ha imboccato: se i ruoli sono saturi, se gli uffici non riescono a soddisfare la domanda di giustizia, se la lentezza della macchina giudiziaria costa – giova ribadirlo anche oggi – 2 punti percentuali di PIL e scoraggia le imprese straniere dall’investire in Italia, quale migliore occasione del PNRR per progettare una vera ripartenza della macchina giudiziaria? Quale migliore occasione per assumere plotoni di magistrati e funzionari amministrativi, ufficiali giudiziari, dei quali si avverte un disperato bisogno?

Ed invece, assistiamo all’ennesima aberrante creazione di un Ufficio per il processo che partirà solo grazie all’impegno dei vertici degli uffici giudiziari ed alla forza lavoro in gran parte proveniente dai nostri albi. Il disegno è semplice, chiaro: una struttura di staff, che accompagnerà il Magistrato, con funzioni che però, ed in tutta sincerità, onestamente non abbiamo compreso fino in fondo. Da una parte, si dice che i suoi componenti predisporranno le minute dei provvedimenti, dall’altra che potranno avere funzioni di raccordo con le cancellerie, o che ancora potranno verificare la regolare instaurazione del contraddittorio. Ma ciascuna di tali attività, a ben vedere, in un sistema normale sarebbe rimessa soltanto al Giudice. Noi vogliamo pensare, anzi siamo certi, che il Giudice controllerà ognuna di tali attività, che si dedicherà a verificare tutto quanto provenga dal suo staff. Poi, però, il Giudice dovrà continuare – sempre che anche questo non venga alterato – a  tenere udienza e scrivere i provvedimenti.

Ma se così sarà, perché così deve essere, come pensare che questo ufficio, sul quale tante risorse verranno investite, definito dal Ministro Cartabia il “pivot” della nuova organizzazione della Giustizia, rappresenti la panacea del sistema? Per convincersene sarà necessario un atto di fede, richiesto proprio nel momento in cui sarebbero stati necessari atti di estrema razionalità. Quella razionalità che avrebbe dovuto condurre la politica, specie con una maggioranza così ampia e solida, a riforme coraggiose, serie e strutturali, non a progetti dalla dubbia utilità, dal poco probabile futuro e dalle assai prevedibili conseguenze. Perché ad essere messo in dubbio sarà il principio di immediatezza, sempre più lontano dalla fulgida rappresentazione che ne fece Chiovenda. Perché in quei rari casi in cui il Magistrato, per il proprio carico di lavoro o altre ragioni, sarà costretto a trasformare in sentenza quella famosa “minuta” di provvedimento, la giustizia sarà stata affidata a chi non aveva titolo di amministrarla e che, necessariamente, neppure ha partecipato all’istruzione del giudizio.

La giustizia avrà cessato, definitivamente, di essere funzione per degradare a mero servizio, perché l’unico elemento di valutazione sono i numeri, non l’applicazione vera e giusta del diritto, delle norme. Sfatiamo, per cortesia, il mito che per l’avvocato la causa che pende è una causa che rende. L’avvocato ha, più di ogni altro soggetto del sistema giustizia, un reale interesse alla definizione dei procedimenti, per ragioni certo economiche ma anche di organizzazione: un giudizio che dura anni complica gli obblighi di tenuta dei fascicoli, moltiplica i ricevimenti, gli adempimenti, rende più complicato il ricordo della strategia da seguire. Gli avvocati non sono pagati a vacazioni, a udienza, ma per fasi.

Sig. Delegato del Ministro Cartabia, siamo davvero certi che la giustizia, e parlo di quella civile, possa essere velocizzata dalla ulteriore compressione dei termini di costituzione in giudizio o dalla necessaria articolazione dei mezzi di prova negli atti introduttivi, come sarà previsto nella prossima riforma? O, forse, l’esperienza di ogni giorno ci dimostra che se funzionassero gli uffici Unep, se i ruoli di udienza non fossero ingolfati, se non esistessero rinvii d’ufficio e continue sostituzioni del Giudice sul ruolo per passaggio ad altro incarico o funzione, un giudizio civile sarebbe definito in meno di un anno e mezzo? Che se le Corti di appello avessero organici sufficienti, un appello si definirebbe in tre mesi?

E la situazione peggiora nei Tribunali c.d. di prossimità, così indispensabili per avvicinare la giustizia ai cittadini dei territori più lontani dalle grandi città, che spesso sono solo sedi di passaggio di tanti giudicanti che nemmeno sono messi nelle condizioni di definire i propri procedimenti. Signor delegato del Ministro, non sono le commissioni di esperti a garantire che una riforma funzioni, perché non abbiamo bisogno della competenza dell’accademico – ma dell’esperienza di chi ogni giorno solca le aule di giustizia e ne conosce le criticità – per suggerire quelle soluzioni, a volte sin troppo evidenti, che permetterebbero di riformare efficacemente il funzionamento della macchina. Cosa può dire, secondo il Ministro Cartabia, un docente che non ha mai varcato la soglia di un’aula di giustizia delle ragioni reali per le quali i processi sono lenti?

Ed invece, è il momento di prendere atto di come non vi sia alcuna linearità in ciò che si sta facendo, come dimostra quel concorso per l’assunzione – ancora una volta – di tanti componenti del neonato Ufficio per il processo. Abbiamo già vaticinato come non vi siano garanzie per il futuro di tutti coloro che saranno assunti, i quali dopo tre anni si troveranno senza un contratto dopo aver magari acquisito competenze specifiche ed utili al sistema giustizia. Cosa ne sarà di questi giovani? Che futuro avete pensato per loro? Non possiamo permettere che sia loro riservato lo stesso trattamento dei Giudici Onorari, inammissibilmente vessati e sfruttati da anni senza garanzie di stabilità, senza i quali però non si saprebbe come gestire il 70% del contenzioso.

Nel frattempo abbiamo assistito ad un concorso singolare nel quale, solo dopo la scadenza dei termini per la presentazione delle domande, si è intervenuti come mai prima d’ora sulla nostra Legge professionale, superando il baluardo dell’incompatibilità tra lavoro dipendente e professione forense, così creando da un lato un gravissimo precedente e, dall’altro, una evidente disparità di trattamento tra chi ha partecipato al concorso, sapendo di doversi cancellare e chi, al contrario, aveva deciso di non farlo proprio in considerazione delle norme ordinamentali vigenti. Ed oggi, cosa altrettanto grave, scaduti i termini per l’indicazione della sede prescelta, il Governo nemmeno si è accorto di non aver posto alcun principio di incompatibilità territoriale tra l’esercizio della professione e l’appartenenza all’ufficio per il processo, come sarebbe stato fin troppo logico prevedere.

Un Avvocato potrà, oggi, svolgere due attività antitetiche nello stesso circondario, nello stesso Tribunale, nella stessa sezione, senza che qualcuno abbia pensato – a monte – di regolamentare l’ovvio. Ed invece si espone la funzione giurisdizionale alle più evidenti ipotesi di dubbio, di sospetto, di inopportunità. Ci piacerebbe, sig. Delegato del Ministro, fare sfoggio di dotte riflessioni critiche sul contenuto delle riforme: siamo invece costretti ad evidenziare errori macroscopici che non ci aspettavamo affatto attesa l’alta caratura che questo Governo vantava e che possiamo giustificare solo con la scarsa attenzione che viene dedicata al mondo di cui tutti noi facciamo parte.

Viene da pensare che sia poco edificante trovare soluzioni al mortificante sistema di pagamento dei patrocini a spese dello Stato; così come sarà certamente considerato banale occuparsi dei gravi problemi dell’edilizia giudiziaria. Almeno finché non vi sarà qualche vicenda degna di finire sui giornali. Prendiamo atto che non interessa offrire tutele ai più deboli, supportare gli avvocati che affrontano la maternità, concentrarsi sulle diseguaglianze di genere, nemmeno disciplinare doverosamente il legittimo impedimento, argomenti sui quali le uniche voci che si odono sono quelle dei nostri Comitati per le Pari Opportunità, che quotidianamente cercano soluzioni grazie alla loro tenacia ma, certamente, non grazie al legislatore. E nel frattempo in ogni ufficio giudiziario si seguono regole diverse: nei T.A.R., da una sezione all’altra variano le modalità di gestione delle udienze, in presenza o da remoto; i colleghi tributaristi, poi, per factum principis da due anni non hanno più nemmeno un lavoro.

Signor Presidente, sig. Procuratore Generale, sig. Delegato del Ministro, la giustizia è stata resa una mera enunciazione di dati contabili, di grafici sull’andamento, di statistiche. Ma la Giustizia non è nata per essere ridotta a questo. La Giustizia dovrebbe essere la vera garanzia di democraticità di un paese, la vera bilancia sulla quale i diritti dei potenti e quelli degli ultimi devono avere lo stesso, identico, peso. Una giustizia esclusivamente pubblica, non demandata al privato, all’arbitrato ed alla mediazione, strumenti che aumenteranno la distanza tra i diritti di chi ha mezzi e quelli di chi, i mezzi, non può permetterseli.

L’Avvocatura deve sì guardare al futuro, ma qualunque sia il suo futuro l’Avvocatura non potrà prescindere dai diritti, dalle garanzie, dalla Costituzione, a costo di condurre una battaglia di retroguardia con chi condivide gli stessi valori. L’Avvocatura non può accettare, in silenzio, il passaggio da una giustizia orientata al vero ad una giustizia orientata alla mera e celere definizione del giudizio, in cui contino solo celerità, velocità, efficienza ed in cui l’accertamento degli interessi delle persone è eventuale, ma non indispensabile. Ogni intervento che muova da tali premesse è la negazione di quella Giustizia che abbiamo il dovere di affermare, coltivare, preservare; non è una riforma. Perché le riforme, sig. Delegato del Ministro, sono come le regole del gioco, e sono valide se si scrivono tutti insieme.

Sono valide se tutti i partecipanti ne comprendono e condividono lo spirito, il senso e l’utilità rispetto al fine più alto, l’applicazione del diritto, la tutela dei cittadini, l’affermazione del giusto e del vero. Ciò che oggi vediamo, e parlo a nome di tutti i Presidenti qui presenti, è invece l’affermazione di un pensiero unico, spacciato come “verbo dei migliori”, che non ammette repliche, contestazioni, alternative. Nonostante tutto questo, l’Avvocatura presterà la massima collaborazione, com’è sempre stato, avendo a mente i valori cui la Giustizia deve ispirarsi. Sig. Delegato del Ministro Cartabia, il vostro obbiettivo è certamente quello di riformare in meglio la Giustizia, impiegando grandi risorse e grandi disponibilità finanziarie; ma il nostro timore, e glielo dico con la massima sincerità, è che ci ritroveremo qui, tra un anno, a commentare l’ennesima occasione persa. Con il terrore che di possibilità, dopo questa, non ne avremo altre.

Signor Presidente, vorrei concludere il mio intervento con l’auspicio per tutti noi che questa sia l’ultima cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario che si svolge con la vigenza delle misure emergenziali per la pandemia in corso; mi auguro che dall’anno prossimo la società civile possa ritornare a presenziare in questa Aula, ma che, soprattutto, possano tornare i ragazzi delle scuole, che sono il futuro della nostra Terra e la vera speranza per un mondo migliore.

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