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Caltanissetta: «Ci sono due Consigli giudiziari, ma ci è consentito di partecipare solo a uno»

Pierluigi Zoda, presidentedell'Ordine degli Avvocati di Caltanissetta
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La relazione del presidente dell’Ordine degli avvocati di Caltanissetta, Pierluigi Zoda, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2022

Signor Presidente della Corte di Appello

Signor Procuratore Generale

Autorità tutte civili, militari e religiose

Signori Magistrati, signori Avvocati

Signori Dirigenti e personale Amministrativo, Cittadini presenti on line

A Voi tutti rivolgo il saluto mio, del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Caltanissetta, del Consiglio dell’Ordine di Gela e di Enna, dell’avv. Maganuco nostro delegato OCF e dell’avv. Giuseppe Iacona – nostro Consigliere Tesoriere Nazionale, con cui ho condiviso il presente intervento. Ringrazio e saluto il dott. Marco Verzera per il CSM, ed il dott. Massimo Parisi direttore generale del personale e delle risorse del DAP.

Nei miei interventi svolti negli anni scorsi, ho sempre rimarcato l‘importanza di questo momento essenziale e sacro: il dialogo ed il confronto tra soggetti della giurisdizione. Accettare e rispettare le reciproche diverse ed imprescindibili funzioni ed ascoltare rilievi, osservazioni e critiche è l’unico sicuro momento essenziale per valutare il reale stato della Giustizia, ma soprattutto per migliorare la qualità – rendere più efficiente – il Servizio per il cittadino. È doloroso constatare che tale valore, che poi è il fondamento di ogni azione – non sia però una verità condivisa, né dalla gran parte della Magistratura, né dall’attuale Governo, ovviamente per ragioni diverse.

Qui a Caltanissetta nonostante la norma di legge esistono 2 Consigli Giudiziari. Con un nuovo regolamento approvato a maggioranza dal Consiglio Giudiziario, nell’esercizio dei propri poteri di autonormazione, si è stabilito e deciso di rimanere su posizioni antistoriche, consentendo la partecipazione degli Avvocati e dell’Accademia solo ad uno dei due Consessi. Noi Avvocati – pur idonei a vestire i panni dei Giudici Onorari e a sgravare il carico di lavoro dei togati, pur vivendo quotidianamente il “Palazzo” in ogni momento in cui si crea “Giustizia”, e quindi pur essendo la fonte privilegiata di ogni informazione utile per ogni “concreta” valutazione, ebbene allo stato non abbiamo neanche un semplice “diritto di parola”, siamo costretti ad allontanarci dall’aula quando si discute del singolo Magistrato, non dovendo neanche conoscere gli argomenti posti all’Ordine del Giorno. Questo a dispetto di quanto la Commissione Luciani (a cui partecipano tanti magistrati e membri autorevoli ed ex membri del CSM) aveva già elaborato, e contro le interpretazioni date alla norma e le esperienze assolutamente positive svolte nella maggioranza delle Corti di Appello italiane, cito solo per tutte Milano, Brescia, Venezia, Trieste, Salerno, Catania ecc.

Devo dare atto che i vertici della Magistratura Distrettuale Requirente e Giudicante, con cui siamo sempre in contatto e che ci ascoltano praticamente su tutti gli aspetti salienti dell’Organizzazione del Servizio, in più occasioni hanno dichiarato di non condividere appieno tale impostazione, ma il documento votato all’unanimità dalla locale ANM sull’argomento ha chiuso ogni approfondimento. Sulla valutazione di professionalità dei magistrati sottolineo non può sussistere alcun tipo di scontro, poiché se è vero che Magistratura ed Avvocatura collaborano ontologicamente e costantemente nell’applicare il “diritto” al caso concreto, allora non è possibile accettare l’esclusione di una voce quando occorre valutare semplici condotte. Sul punto confidiamo che la Politica intervenga, evitando queste anacronistiche chiusure, anche se ahimè temiamo che la riforma dell’Ordinamento Giudiziario sarà l’ennesima occasione persa, perché il Sistema ha bisogno di cambiamenti radicali per riconquistare slancio e credibilità ….

Occorre costruire un nuovo modello di Giurisdizione, ma dobbiamo partire da una vera riforma dell’Ordinamento Giudiziario, riportando la Magistratura ad essere credibile ed indipendente, estranea, quindi, all’esercizio di ogni potere esecutivo o legislativo, dimostrando nei fatti, in concreto ed in ogni momento quello che un Magistrato deve essere: un giudice, una persona che garantisca ascolto, lucidità, equilibrio ed autonomia di giudizio e che si accosti al dato reale con approccio critico, con un sano “dubbio”.

Crediamo vada ripristinato quanto prima il prestigio che la Magistratura merita, e ciò per il bene dello Stato di diritto. E lo crediamo specie per rispetto dell’impegno quotidiano dei tanti magistrati che ogni giorno lavorano nei Palazzi ed ivi si confrontano con gli Avvocati, nella dialettica del processo. Per restituire credibilità alla Magistratura occorre pubblicità e trasparenza nelle valutazioni di professionalità e nei conferimenti degli incarichi semidirettivi e direttivi, ed evitare commistioni tra poteri dello Stato con il distacco di tanti magistrati al Ministero della Giustizia. Il Sistema di voto del Prossimo CSM è un falso problema e non ci appassiona più di tanto, poiché il vero vulnus da risolvere è che la carriera di un Giudice non può dipendere dal parere di un Pubblico Ministero lo abbiamo detto più volte: la separazione delle carriere è riforma quanto mai necessaria e non più rinviabile, garantirebbe autentica parità tra accusa e difesa ed un processo equo e giusto. Se il confronto dell’Avvocatura con una parte della Magistratura è percorso accidentato e che giustifica e giustificherà il ricorso a leggi di iniziativa popolare, con la Politica il confronto – nonostante i buoni propositi – è stato solo apparente.

Abbiamo accettato che a causa della Pandemia si sia preferito affievolire ogni garanzia per non bloccare il Servizio Giustizia, ma questa scelta a nostro parere, doveva essere solo una parentesi da dimenticare, insieme alla quasi totalità di tutte le misure adottate e sperimentate. Non pare purtroppo cosi, perché il decreto Milleproroghe ha esteso per tutto l’anno 2022, ben oltre la fine dello stato d’emergenza (fissato al 31 marzo prossimo), il ricorso alle camere di consiglio da remoto nel processo penale, cosi come da desiderata di una parte di ANM. Questo è l’ennesimo attacco alle garanzie ed alle prerogative difensive, perpetrato strumentalizzando la pandemia, ed individuando un termine di proroga privo di qualsiasi collegamento con l’emergenza sanitaria.

Devo dare atto che la maggior parte dei magistrati ha disatteso nel passato la norma (già contenuta nel decreto Ristori e Ristori bis) convinti – loro per primi – che in una camera di consiglio composta da tre giudici fisicamente lontani tra loro, non si possano compiutamente consultare e condividere insieme atti e fascicoli, né tantomeno può affermarsi che tali misure aggiungano efficienza al processo o qualità alla decisione.

Le istituzioni europee chiedono all’Italia di limitare i tempi per la celebrazione dei processi, ma non certo di limitare le garanzie. Smaterializzare la camera di consiglio non serve a rendere più rapido il processo, ma semplicemente a renderlo meno equo. Anche la modalità esclusiva di deposito degli atti tramite portale telematico è stata prorogata ben oltre il periodo di emergenza, e ciò a prescindere dalle tante critiche e dai problemi sorti e rilevati dagli avvocati, trascurando che lo stesso ministro Cartabia aveva indicato ed auspicato la necessità di un regime transitorio. Chiediamo, pertanto, alle forze parlamentari – sempre che si vogliano continuare a garantire i principi del giusto processo – in sede di conversione del decreto (28 febbraio) di limitare il ricorso alle norme emergenziali del processo al generale termine del 31 marzo 2022 previsto per l’emergenza nazionale.

Certo, Noi tutori delle Garanzie dobbiamo fare i conti con l’Europa… il problema dei tempi dei processi è divenuto un nuovo paradigma con cui dobbiamo fare i conti. I dati odierni evidenziano una naturale e stretta compenetrazione intercorrente tra giustizia ed economia: qualsiasi progetto di investimento, per essere reputato credibile, deve potersi innestare in un’economia non rallentata da un eventuale procedimento giudiziario. Le prospettive di rilancio del nostro Paese sono fortemente condizionate dall’approvazione di riforme e investimenti efficaci nel settore della giustizia.

In questo quadro si spiegano e, lasciatemelo dire, giustificano le due riforme dei processi varate per la conferma dei fondi europei del Recovery, approvate velocemente con voto di fiducia e l’aver ignorato – quasi del tutto – la proposta dell’Avvocatura, che aveva cercato invano di cambiare l’approccio, riportando al centro del servizio giustizia la persona con il suo bisogno di tutela, semplificando e facilitando l’accesso del cittadino al Servizio. Il nuovo paradigma ed il nuovo concetto di “efficienza” che l’Europa ci ha posto, ha determinato la nascita delle due riforme del processo penale e civile. Cercherò di essere sintetico.

In relazione alla riforma dell’ordinamento penale, che contiene anche la riforma del meccanismo della prescrizione, l’Avvocatura pur plaudendo all’obiettivo dichiarato di rendere più rapido ed efficiente il procedimento penale, riducendo del 25% la durata media del processo entro i prossimi cinque anni, dovrà vigilare e collaborare tra l’altro – come accaduto per il processo civile – sul corretto avvio del «processo penale telematico». Si è già al lavoro per i decreti attuativi, che chiariranno e fisseranno molti aspetti fondamentali su cui l’Avvocatura deve vegliare, in particolare in tema di impugnazioni dove il Giudizio di appello rischia di trasformarsi da giudizio sul fatto, a giudizio sull’atto a critica vincolata. Così la pensa il Presidente della Commissione – il presidente Canzio – che si occuperà dei relativi decreti attuativi.

Bisogna intervenire sui tempi morti, per esempio sugli anni che trascorrono per trasferire un fascicolo dal Gip al dibattimento, ma non sulle garanzie. lo abbiamo detto più volte, “efficienza” deve significare OTTIMIZZARE LE RISORSE e non può significare travolgere o minare il campo dei diritti fondamentali, limitando le garanzie della difesa dell’imputato. Gli Avvocati sul punto non faranno passi indietro.

LA RIFORMA CIVILE era la riforma forse più attesa, puntando a ridurre del 40% i tempi del giudizio civile. La legge delega è molto complessa e comprende una serie di modifiche al rito civile, ma anche la creazione del nuovo tribunale della Famiglia, in cui confluirà il Tribunale dei Minori. Anche in questo caso dovranno essere approvati i decreti attuativi, ma fermo restando che l’Avvocatura farà la Sua parte…  la riduzione dei tempi del processo promessa dipenderebbe – soprattutto – dal Nuovo Ufficio del Processo che avrebbe compiti di supporto ai magistrati, come, tra le altre, le attività preparatorie per l’esercizio della funzione giurisdizionale quali lo studio dei fascicoli, l’approfondimento giurisprudenziale e dottrinale, la selezione dei presupposti di mediabilità della lite, la predisposizione di bozze di provvedimenti, il supporto nella verbalizzazione ecc.

L’Avvocatura, così come la maggior parte della Magistratura, è assolutamente pessimista sulla possibilità di raggiungere l’obiettivo di ridurre i tempi di definizione dei processi secondo le percentuali stabilite. Le perplessità sono numerose a cominciare dalle modalità di selezione delle nuove giovani leve – laureati in giurisprudenza, economia, e scienze politiche – prive di esperienza (anche se qualche avvocato risulta vincitore del concorso), che avrebbero semplicemente risposto in occasione dell’esame svolto a 40 quesiti a risposta multipla, sul diritto pubblico, ordinamento giudiziario e lingua inglese, materie del tutto avulse dalla realtà con la quale verranno a confrontarsi. Chi, come, e con quali tempi formerà tali giovani leve? Chi ha la formazione per garantire – a sua volta – una formazione adeguata alle stesse?

L’ufficio del magistrato finirà più per trasformarsi in un centro di formazione di figure che potranno certo poi spendere la formazione acquisita nella partecipazione in futuri concorsi, dimenticando che l’obiettivo previsto è da raggiungere adesso. Come si può anche solo ipotizzare di rendere autonomo un soggetto che si appresta ad approcciarsi ad una dimensione casistica del diritto, nei suoi risvolti pratici quindi, partendo da una formazione prettamente teorica? Basti pensare che il MOT per certificare il passaggio da una dimensione teorica ad una maggiormente pratica, prima di assumere le funzioni dell’Ufficio di destinazione, deve svolgere 2 anni di tirocinio. Il progetto a nostro avviso più che ambizioso è manifestamente velleitario ed errato. Tali assunzioni sono – oggettivamente – una forma di caporalato giudiziario che non avrà i risultati sperati, se non quello di costringere i Magistrati a perdere ulteriormente tempo per formare tali giovani, abbassando la qualità dello studio e delle decisioni, che dovranno essere necessariamente più numerose per smaltire l’arretrato, …costi quel che costi.

Noi temiamo che, proprio per la presenza di tali giovani cosi reclutati, venga incoraggiata e rafforzata una propensione della nostra giurisprudenza a confezionare in senso “compilativo” le sentenze. Temiamo altresì che questo personale precario, e non esattamente qualificato, quando scriverà insieme al Giudice una minuta di sentenza andrà a ripercorrere pedissequamente i precedenti giurisprudenziali con una semplicisticasignoria del precedente” che ha la nostra totale contrarietà, all’interno di un sistema come il nostro che rimane di civil law.

L’Ufficio del Processo porterà inevitabilmente un nuovo modo di concepire la ricerca giurisprudenziale, in termini di vera e propria giurimetria, magari sfruttando i sempre più diffusi strumenti di giustizia c.d. “predittiva” – con algoritmi e formule, con l’appiattimento di ogni decisione che perderà inevitabilmente ogni spessore e qualità. In passato, trent’anni orsono circa, per eliminare l’arretrato si crearono le Sezioni stralcio, con avvocati con oltre venti anni di esperienza, che eliminarono tutto l’arretrato in alcuni Tribunali prima – addirittura – del termine previsto. A nostro avviso bisognava rispondere all’Europa indirizzando i necessari investimenti in strutture, adeguando il numero di magistrati e del personale amministrativo. Affrontando i veri problemi si sarebbero rispettate le promesse.

Siamo convinti che sia stato sbagliato riprendere lo schema (già bocciato da tutti) del processo societario, contrarre unicamente i termini della difesa evitando di sanzionare i ritardi dei magistrati, i quali – anzi – con la sentenza a verbale potranno sistematicamente ritardare di 30 gg il deposito della motivazione, allontanare le parti dal Giudice che avrà il fascicolo e vedrà le parti più avanti dall’inizio della controversia, consentire di tentare una conciliazione  in ogni momento, prevedere ammende per le impugnazioni, rendere obbligatorie le ADR in ulteriori materie o ancor peggio, come detto, aver assunto personale ancora da “formare” nell’Ufficio del Processo. È giusto pensare di supportare il lavoro del giudice, ma rendere “giustizia” è un’attività che richiede tempo, ascolto, studio e abnegazione, con un “convincimento” che deve formarsi con il diretto studio del fascicolo da parte del Giudice, senza alcuna mediazione.

In conclusione sul punto, l’Avvocatura non è stata ascoltata e le perplessità e critiche sulle riforme sono numerose, le stesse non renderanno più rapido il processo, né tantomeno alzeranno la qualità del Servizio reso e delle decisioni. Speriamo di sbagliarci. Mi accingo a concludere. Sappiamo dei tanti mali che affliggono la giustizia, e non solo i processi, ma penso alla edilizia giudiziaria od alle carceri, ridotte in stato infame, ed ogni anno questa cerimonia contiene una litania di tali mali. È stata istituita una Commissione interministeriale per la giustizia del Sud, che quindi ci riguarda da vicino. A parte la tristezza della considerazione che evidentemente l’amministrazione della giustizia non è eguale nel nostro Paese, con disappunto rileviamo che della Commissione non sia stata chiamata a far parte la Avvocatura Istituzionale. Eppure ne avrebbe avuto ben titolo, per la conoscenza indubbia dello Stato delle cose, ma forse avrebbe costituito una voce critica, aspra, e scomoda, tanto da farne a meno

L’Avvocatura chiede di essere ascoltata ed è pronta a contribuire a costruire un modello di giurisdizione che risponda pienamente al principio di uguaglianza ed ai doveri di solidarietà, manifestazione e rappresentazione dello Stato di diritto, così come disegnato dalla nostra Costituzione. Noi siamo i custodi dei diritti fondamentali e delle libertà di tutti, e siamo le sentinelle che credono che la delicata Funzione di cui abbiamo parlato non è un Servizio solo per le imprese ma anche per il cittadino, che celerità non può significare sommarietà, e che occorre una riforma dell’Ordinamento Giudiziario perché quanto accaduto in settimana per i vertici della Cassazione ci scandalizza ancora e scredita l’intero sistema: il Palazzo va aperto e l’accesso alla Giustizia semplificato e favorito e non certo con filtri o ammende, la tecnologia è solo un utile strumento e non il fine per rendere la Giustizia remota.

Mi si consenta in ultimo un ricordo commosso degli Avvocati Giovanni Lo Porto, già nostro Presidente, e Giuseppe Mancuso, che è stato anche Sindaco, molto amato, di Caltanissetta. Hanno partecipato con passione, lealtà e serietà – quella che dovrebbe animare ogni avvocato -, all’esercizio della giurisdizione dal dopoguerra ai nostri giorni. Due caratteri diametralmente opposti, due differenti alte professionalità e due differenti modi di dare lustro al bene comune della classe forense. Nei loro Studi è passata la vita vera, fatta anche di miserie, ma loro hanno provato a riparare ai torti subiti da chi li ha chiamati in difesa con generosità e la consapevolezza che gli uomini, tutti, “se non son gigli sono pur sempre figli vittime di questo mondo”. Il loro esempio ci sarà da sprone.

Buon lavoro a tutti.

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