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«Un tragico incidente: la morte di Sestina non fu un omicidio»

Sestina
Ecco le motivazioni dei giudici di Viterbo sulla morte di Maria Sestina Arcuri: «Ipotesi ricostruttiva frutto di un ragionamento frettoloso»
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«Un tragico incidente che ha visto Andrea e Sestina cadere rovinosamente giù per le scale, con conseguenze rivelatesi fatali per uno di loro». Così si legge nella motivazione della sentenza della Corte d’Assise del tribunale di Viterbo che ha assolto Andrea Landolfi dalle accuse di omicidio volontario e omissione di soccorso e per il quale il pubblico ministero Franco Pacifici aveva chiesto una condanna a 25 anni. Dunque passa completamente la linea della difesa, rappresentata dagli avvocati Daniele Fabrizi e Serena Gasperini, per i quali si era trattato di un tragico incidente.

Bocciata quindi la linea dell’accusa, secondo cui Maria Sestina Arcuri era stata lanciata dalle scale dal fidanzato, in seguito ad una lite per gelosia. Sulla stampa la vicenda era servita per aumentare il contatore dei femminicidi e per sbattere in carcere il solito maschio prepotente e geloso. Peccato che fosse tutto sbagliato, perché i giudici di Viterbo hanno ribaltato la narrazione prevalente di questi mesi, anzi hanno specificato addirittura che «Landolfi, lungi dall’abbandonare la compagna, ha prestato alla stessa l’assistenza che appariva congrua sulla base di quella che nel corso della notte è stata la percezione della natura e della gravità del suo malessere».

Inoltre hanno criticato duramente il lavoro svolto dai Ris, lacunoso sotto diversi aspetti: «Non fornisce alcuna spiegazione alle ulteriori lesioni presenti sulle parti del corpo della vittima che non avrebbero impattato contro il ripiano del camino; non appare coerente con gli ulteriori dati oggettivi; impone di accettare l’inverosimile conseguenza che un corpo avente una massa di 60 kg non abbia determinato lo spostamento, durante la caduta, del ciuffo di spighe di granturco presente sulla mensola del muro; impone di accettare l’inverosimile conseguenza che il corpo all’atto della caduta abbia assunto una posizione statica con le braccia aderenti al corpo».

In sintesi, scrivono i giudici poi, «l’ipotesi ricostruttiva appare frutto di un ragionamento semplicistico e superficiale non calato nel caso concreto. Appare altresì la conseguenza di una lettura parziale della consulenza tecnica medico-legale». Mentre è stato ritenuto perfettamente coerente il racconto fatto dall’imputato sin dai primi istanti.

La Corte poi ha censurato l’audizione protetta dinanzi al pm del figlio di soli 5 anni di Landolfi, già stigmatizzata dalla consulente della difesa Roberta Bruzzone. Scrivono i giudici: «Non si può non osservare, peraltro, che l’esame effettuato in sede di indagini, durato oltre due ore, avrebbe dovuto essere opportunamente evitato perché in suo luogo si svolgesse – nel contraddittorio tra le parti – nella sede dell’incidente probatorio e in un unico ed approfondito esame, prova che avrebbe potuto essere decisiva». Inoltre, e questa è la stoccata principale contro il pm e il suo consulente, «deve rilevarsi, incidentalmente, che il minore, ad ogni modo, nel proprio esame ha affermato l’esatto contrario di quella che è l’interpretazione delle sue parole offerta dalla pubblica accusa».

Le domande ora sono: perché si è arrivati a processo con un impianto accusatorio che si è rivelato così fragile? Qualcuno chiederà scusa a Landolfi per averlo incarcerato inutilmente? La stampa farà il mea culpa per averlo condannato già prima della sentenza? L’accusa avrà la decenza di non ricorre in appello? E quindi i Ris non sono così infallibili?

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