Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

«In cella senza cibo e con l’acqua del wc: vi racconto il mio inferno in Libia»

La testimonianza di Jimmy, 25 anni, senegalese, sopravvissuto al naufragio dello scorso 19 gennaio. Insieme ad altre 438 persone è ancora in attesa di un porto sicuro
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

«Sono rimasto in Libia per almeno un anno e mezzo. Non puoi andartene da lì. Ero rinchiuso in prigione». Inizia così il racconto di Jimmy, 25 anni, senegalese, uno dei 439 naufraghi soccorsi lo scorso 19 gennaio, in sei operazioni di salvataggio coordinate dalla Geo Barents e ancora in attesa di un porto sicuro.

L’orrore della Libia lo conosce bene. Altre tre volte ha tentato di lasciarselo alle spalle. «Questa è la quarta volta che attraverso il mare – racconta al team di Msf -. La terza volta mi hanno catturato in mare e rinchiuso in prigione. Le guardie mi dissero che avrei dovuto pagare: “Se non ci dai i soldi non te ne vai da qui”. Ogni giorno ho mangiato un pezzo di pane… solo un pezzo sino al giorno successivo. L’acqua che ci davano da bere era quella del gabinetto». A bordo della nave umanitaria fissa il mare e racconta i lunghi mesi vissuti nell’attesa di partire. «Non c’è niente in Libia, nessuna sicurezza, lo giuro – dice -. Ci facevano chiamare i nostri genitori per farci mandare dei soldi, altrimenti ci avrebbero ucciso. Le nostre famiglie stavano impazzendo. Quando sei in Libia ti ammali mentalmente, non sai come andare avanti. Lo scorso mese hanno preso tutte le persone di colore, circa 4mila, hanno detto che non erano buone. Le hanno rinchiuse in prigione. Ci hanno fatto chiamare amici e parenti nel nostro Paese perché volevano del denaro altrimenti saremmo stati portati nel deserto», conclude il ragazzo.

«Chiediamo un porto sicuro per la Geo Barents che ha ancora a bordo 439 persone. Dopo i rifiuti di Malta e Italia dei giorni scorsi auspichiamo che finisca l’indifferenza dell’Europa di fronte ai bisogni e le sofferenze di queste persone», è l’appello di Claudia Lodesani, presidente di dell’ong Medici Senza Frontiere che aggiunge: «Questa notte sette persone sono morte di ipotermia alle porte dell’Europa. Questa è la realtà nel Mediterraneo Centrale. Persone che hanno attraversato il deserto, sono state rinchiuse nei centri di detenzione in Libia e che attraversano il Mediterraneo in pieno inverno muoiono di ipotermia alle porte dell’Europa».

Ultime News

Articoli Correlati